L’Ue non sa dire «tregua»

«Fine immediata delle ostilità» e non «cessate il fuoco subito», come proposto dalla presidenza finlandese e sostenuto fortemente dalla Francia. La riunione straordinaria dei ministri degli esteri dell’Unione europea si è conclusa ieri pomeriggio a Bruxelles con questo «appello di compromesso» difficilmente comprensibile per i cittadini dei 25 paesi membri proprio mentre sul Libano incombeva la ripresa dei bombardamenti massicci dell’aviazione israeliana, prevista per la mezzanotte.
Il comunicato finale recita: «Il Consiglio chiede una fine immediata delle ostilità a cui faccia seguito un cessate il fuoco sostenibile». Il cessate il fuoco «sostenibile» e non «immediato» è proprio quello che il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha difeso in tutte le riunioni internazionali, mettendo l’alleato israeliano a riparo dalle derive «subitiste» dei governi – come quello greco e finlandese, che reclamano a gran voce una tregua immediata. Nel corso del dibattito i 25 si sono divisi lungo linee che (con importanti eccezioni) ricordano quelle che precedettero e accompagnarono il conflitto in Iraq. Il ministro degli esteri di Parigi, Philippe Douste-Blazy, ha spiegato le conclusioni come la richiesta d’uno stop progressivo dei combattimenti, nella speranza di raggiungere un vero e proprio accordo permanente di «cessate il fuoco». Il ministro francese, il cui governo aspira a giocare un ruolo chiave nel Libano del dopo invasione israeliana – a cominciare dal dispiegamento di un nutrito contingente militare di Parigi – ha concluso: «Posso assicurarvi che si tratta di un risultato importante».
In realtà è stato un compromesso per evitare una spaccatura. «È in gioco la credibilità dell’Unione», aveva dichiarato prima dell’incontro il ministro degli esteri finlandese Erkki Tuomioja. Anche il commissario alle relazioni esterne, Benita Ferrero Waldner, aveva spiegato che «non dobbiamo essere divisi come all’epoca della guerra in Iraq». Ma secondo quanto riferito da fonti diplomatiche, nel corso del dibattito un gruppo di paesi, guidato da Germania e Gran Bretagna a cui si sono aggiunte Polonia, Danimarca e Repubblica Ceca, s’è opposto compatto a ogni richiesta di tregua immediata. E poiché nelle decisioni del Consiglio che riguardano la politica estera è necessaria l’unanimità, il risultato è stata l’incomprensibile formula di compromesso di cui sopra. Le ultime quattro nazioni del gruppo «anti-tregua» sono le stesse che avevano appoggiato la guerra all’Iraq usando come sponda il documento del cosiddetto «Gruppo di Vilnius» dei paesi dell’est pronti a giurare sull’esistenza delle mai trovate armi di distruzione di massa di Saddam.
A quel testo fecero allora riferimento anche l’Italia di Berlusconi e la Spagna di Aznar che ieri – dopo la formazione di governi di centro-sinistra a Roma e Madrid – hanno giocato un’altra partita. Il ministro degli esteri del governo Zapatero, Miguel Angel Moratinos, ha annunciato un viaggio in Siria, alleato chiave di Hezbollah e paese che gli Usa e Israele vorrebbero isolare sempre più. «Mi metto nei panni dell’opinione pubblica, degli spettatori che hanno visto le diverse immagini dei bambini sotto le macerie di Cana e se il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunisce e non chiede la fine di tutto questo, beh … la gente ci piglia per matti», ha detto il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ribadendo la posizione dell’Italia.
Nel documento, diffuso al termine del vertice, il Consiglio ha espresso anche la sua «massima preoccupazione» per le vittime civili libanesi e israeliane nonché per la sofferenza umana, la distruzione delle infrastrutture civili ed il numero crescente delle persone che sono state costrette ad abbandonare le loro case in seguito all’escalation del conflitto. Il Consiglio ha «condannato» inoltre gli attacchi missilistici di Hezbollah su Israele, la morte di civili «innocenti» durante il raid aereo di Israele sul villaggio libanese di Cana, e affermato che «tutti gli attacchi contro il personale Onu sono inaccettabili» e «deplora la tragica morte di quattro osservatori militari Onu».
Non c’è stata una stretta nei confronti di Hezbollah, come vorrebbero Washington e Tel Aviv, al contrario per risolvere la crisi l’Ue sembra ritenere necessario discutere con Iran e Siria, principali partner regionali del Partito di Dio. Per Douste-Blazy l’Iran può giocare un ruolo responsabile, per questo ha incontrato l’altro ieri a Beirut il suo ministro degli esteri Mottaki. Moratinos da parte sua volerà in Siria. Per Tuomioja infine non è il momento d’inserire Hezbollah nelle liste delle organizzazioni terroristiche dell’Ue.