L’Ue congela gli aiuti all’Anp

Aveva il volto segnato dalla tensione il premier Ismail Haniyeh quando ieri sera è entrato nell’ufficio del presidente Abu Mazen per discutere dell’emergenza scattata in casa palestinese. La sospensione «temporanea» degli aiuti diretti dell’Unione europea al governo palestinese – alla quale hanno contribuito intense pressioni statunitensi e israeliane – è stato un colpo durissimo per i dirigenti di Hamas, che sino all’ultimo avevano sperato un esito diverso. Non solo ma il taglio dei finanziamenti europei, che segue quello deciso dagli Stati uniti e il blocco dei fondi palestinesi attuato da Israele, si aggiunge alla difficile coesistenza tra governo e presidenza dell’Anp. «È una decisione tecnico-operativa, non politica – ha affermato Emma Udwin, la portavoce del commissario Ue alle relazioni esterne Benita Ferrero Waldner – per il momento non autorizziamo pagamenti a o attraverso l’Anp». Una decisione definitiva verrà presa lunedì dai ministri degli esteri dei 25 a Lussemburgo. I dirigenti islamici da parte loro hanno definito la mossa europea una punizione collettiva del popolo palestinese «che contribuisce ad aggravare il clima di tensione».
L’Ue è il più grande donatore dell’Anp (circa 500 milioni di dollari all’anno) e l’Italia sin dai tempi della prima Intifada (1987) ha recitato un ruolo importante nel programma di aiuti che si fonda su un concetto fondamentale: l’economia palestinese, stretta da 38 anni nella morsa dell’occupazione militare israeliana, non è in grado di autosostenersi e svilupparsi. Questo approccio ieri è stato cancellato con un colpo di spugna dall’Ue e a pagarne le conseguenze saranno i civili palestinesi e non i dirigenti di Hamas. L’Oms, ad esempio, nei giorni scorsi aveva messo in guardia che la sanità palestinese non ha alcuna possibilità di sopravvivere senza l’aiuto internazionale. La mossa della Commissione europea appare una forma di pressione sui governi Ue affinché assumano una posizione chiara sull’assistenza al governo di Hamas. I 25 appaiono divisi al loro interno sulla questione: mentre alcuni paesi (come Germania e Italia) premono per una politica del pugno di ferro nei confronti del nuovo governo palestinese, altri (fra cui Svezia e Irlanda) vorrebbero evitare di prendere decisioni che colpiscono i civili palestinesi.
«Stiamo studiando un piano generale che ci consenta di far fronte alle pressioni e agevolare la vita dei palestinesi e vogliamo mantenere buone relazioni con la presidenza», ha detto Haniyeh prima di incontrare Abu Mazen, aggiungendo che l’ascesa al potere di Hamas è stata decisa in modo democratico dal popolo. «Con quel poco che c’è in cassa», ha detto il premier palestinese, «saranno pagati per primi gli impiegati e le famiglie dei detenuti mentre i membri del governo saranno gli ultimi a vedere lo stipendio». Da risolvere c’è anche la tensione tra Hamas e Abu Mazen. Due giorni fa il Comitato esecutivo dell’Olp ha bacchettato il ministro degli esteri Mahmud Zahar per aver inviato una lettera al segretario generale dell’Onu Kofi Annan senza consultarsi prima con la presidenza. Ieri sera Abu Mazen si attendeva da Haniyeh un impegno preciso che in futuro la politica estera in generale e le relazioni con Israele saranno solo di responsabilità della presidenza. Il primo ministro invece intendeva informarsi sul fondo «straordinario» palestinese – alcune centinaia di milioni di dollari «messi da parte» dal presidente scomparso Yasser Arafat proprio per le situazioni di emergenza – che vorrebbe mettere a disposizione del suo governo. I leader di Al-Fatah hanno già messo in chiaro che quei fondi appartengono al loro movimento e «non si toccano».
Da quando sono andati al potere i dirigenti di Hamas hanno proposto una tregua unilaterale con Israele e mostrato una limitata disponibilità a negoziare sulla base della soluzione di «due stati». Tanto impegno non ha avuto successo perché si scontra con la richiesta di Usa ed Ue di un immediato riconoscimento dell’esistenza di Israele. «Eppure i dirigenti di Hamas stanno dicendo al mondo: parlate con noi, cercare di conoscerci, siamo uomini politici che vogliono governare bene nell’interesse dei palestinesi e in collaborazione con i paesi occidentali», ha detto il portavoce del governo Ghazi Hamad. Il ministro degli esteri Mahmud Zahar ha anche avanzato l’idea di un possibile referendum tra i palestinesi sul riconoscimento di Israele, in un’intervista al quotidiano britannico Times, senza tuttavia chiarire chi dovrebbe partecipare alla consultazione: solo i palestinesi dei Territori o anche quelli che sono profughi nel mondo arabo o che vivono nella diaspora dei quali Hamas continua sostenere il diritto al ritorno? «L’atteggiamento del nostro governo è chiaro, specie sul riconoscimento di Israele – ha aggiunto Ghazi Hamad – in passato i palestinesi hanno concesso molto e Arafat ha riconosciuto apertamente l’esistenza di Israele. Da tutto ciò non abbiamo ricavato nulla. Allora vediamo cosa in futuro Israele offrirà ai palestinesi e soltanto dopo prenderemo le nostre decisioni». Lo stato ebraico da parte sua ha definito le recenti aperture fatte da Hamas «ginnastica verbale». E, tanto per chiarire la sua posizione, ha lanciato un raid aereo su Gaza e ucciso quattro miliziani e due bambine.