Luciano Ligabue: «Finalmente ho successo e non mi vergogno»

Alla vigilia del superconcerto presenta il cd «Nome e cognome»

Ligabue si confessa: «Sì, sono un cattocomunista. Mi sentivo in colpa per essere ricco e famoso». «Non farò più il regista».

REGGIO EMILIA – «Quando si riesce a guardare negli occhi l’ex coniuge senza l’inquinamento emotivo, è bello non riflettere su quel che avrebbe potuto essere e non è stato, ma poter ricordare quanto è stato bello finché è durato». Così Luciano Ligabue a proposito della nuova canzone «L’amore conta» che fa parte dell’album «Nome e cognome» in uscita il 16 settembre e alla vigilia del megaconcerto di sabato al Campovolo di Reggio Emilia che si preannuncia come evento da record con 150 mila biglietti già venduti, una aspettativa di 200 mila spettatori e una produzione su quattro palchi da far impallidire quelle di Rolling Stones e U2. Il tutto accanto alla Festa dell’Unità («dove però è sparito il volontariato militante e sono tutti retribuiti», si lamenta Ligabue).

Secondo un rituale già utilizzato dai Rolling Stones, l’altra sera a Correggio – nel lussuoso studio di proprietà dell’artista – si è potuto ascoltare in anteprima «Nome e cognome» (solo tre canzoni nuove entreranno nel lungo show di sabato) che uscirà sei giorni dopo il concerto. A differenza di quanto avveniva 20 anni fa, quando il piazzamento d’un album in classifica metteva in moto il meccanismo del tour, oggi è l’evento «live» a trascinare il disco.

In realtà «Nome e Cognome» non avrebbe nessun bisogno di trascinamenti, perché è probabilmente il miglior disco della carriera del singolare rocker emiliano. E’ rock e sentimentale a un tempo, suonato con freschezza e intensità, con melodie facili ma non banali, molto riconoscibile nello stile Liga doc senza mai cadere nella trappola del manierismo. E arriva a fagiolo in un momento in cui il personale, l’amore improvviso che trascina nel suo vortice persino politici importanti, sconvolgendo matrimoni e vite, sboccia in una nuova coscienza collettiva che rimette i sentimenti al centro di tutto. «Certo, si mette in piazza la propria vita privata, è inevitabile», ammette Ligabue. Ed è facile riconoscere nelle canzoni echi delle sue recenti vicende: la fine del matrimonio con la moglie, il nuovo legame con una stretta collaboratrice che l’ha reso nuovamente padre. «Ecco qua – dice – vi mostro le mie viscere, forse non sono un bello spettacolo, ma ho ritrovato il gusto giovanile dell’incoscienza».

Incoscienza che assume forma poetica efficace in «L’amore conta», chiaramente dedicata all’ex moglie: «Grazie per il tempo pieno, grazie per la te più vera, grazie per i denti stretti i difetti per le botte di allegria per la nostra fantasia». E ancora: «L’amore conta, l’amore conta, conosci un altro modo per fregar la morte?». L’amore che tramonta inesorabile come un sole alla fine del giorno scorre in una sequenza di rock morbido, una implacabile corrente che fa volare le anime chissà dove. Questa attenzione ai sentimenti e al mondo femminile torna in «Le donne lo sanno», un inno a una serie di capacità di percezione dell’altra metà del cielo. Ma la passione più violenta esplode nelle due canzoni conclusive: «E’ più forte di me» e «Sono qui per l’amore».

Nella prima un desiderio violento, che toglie il sonno e monopolizza i pensieri, nella seconda il senso di tutto nelle mille facce dell’amore. In mezzo però altri scorci di vita. Per esempio «Vivere a orecchio» è un manifesto in cui, spiega Liga, «riprendo una teoria di Lennon: crediamo di vivere, in realtà progettiamo la vita che vorremmo. Proiettati sul futuro trascuriamo il presente e non lo viviamo». «Il giorno dei giorni», che le radio già trasmettono, è un rock duro, orecchiabile, carico di suoni con enfasi in crescendo su piacere di vivere intenso.

Un disco così personale induce Ligabue a confessarsi: «Ebbene si, sono un cattocomunista. Mi sentivo in colpa di essere diventato ricco e famoso e così scrissi “Una vita da mediano” e un album come “Miss Mondo”, in cui quasi mi giustificavo e tenevo un basso profilo. Un comportamento infantile simile a quello di una coppia di Correggio che, lo sappiamo tutti, ha stravinto al Superenalotto. Vivono da poveretti, non spendono che pochi euro perché vogliono nascondersi al fisco e al prossimo. Io invece oggi vivo questo successo, che ancora non mi spiego del tutto, in maniera rilassata. Faccio. Mi lascio andare. Non credo che farò più il regista: perdi un anno di vita e al massimo qualcuno ti dà una pacca sulla spalla e ti dice bravo. Con la musica è tutta un’altra cosa». Perché «Nome e cognome»? «Contro la tentazione dei media di inquadrare i comportamenti in categorie. In realtà non esiste un copione comune ed è giusto così».