«Low cost», una generazione al ribasso

Chiunque abbia volato su aerei Ryanair ha ben presente l’entusiasmo degli hoolingans del weekend. Chiunque abbia sorvolato l’Europa con poche decine di euro conosce bene l’orgoglio di atterrare a e scendere dall’aereo con gli occhi inebetiti di uno che ha fatto un affare. Allo stesso modo, chiunque si sia avventurato almeno una volta da Ikea ha fatto esperienza di quell’entusiastica voluttà con cui molte persone comprano a poco prezzo mobili ingombranti piegati dentro scatoloni di cartone. Esiste una specie di discrimine generazionale, tra chi viene prima e chi è arrivato dopo l’avvento dell’«era low cost», come la chiamano Massimo Gaggi ed Edoardo Narduzzi nel loro La fine del ceto medio. È come se ci fosse una cesura tra due mondi, di padri e di figli, che trova la sua espressione più evidente nella logica concorrenziale dei prezzi ribassati. C’erano generazioni, prima, che andavano a caccia di case definitive per installarcisi dentro e passarci la vita. Compravano mobili così robusti da poterli conservare sino alla fine. Viaggiare, viaggiavano poco, e in un mondo senza troppi imprevisti uscivano la mattina e tornavano a casa la sera. Addosso avevano quel misto di noia e di orgoglio che derivava dalla sensazione di avercela fatta. In casa avevano tutto ciò di cui potevano avere bisogno, e un giorno arrivavano anche i nipoti col loro corredo di pannolini. Quella era la classe media, adesso fatalmente in via di estinzione. Poi è arrivata la generazione «low cost», che sotto gli occhi un po’ stupiti degli altri si è mossa lungo traiettorie flessibili completamente diverse. Niente lavoro routinario per tutta la vita, ma una selva di impieghi saltuari da mettere in fila. Niente prole da inserire nei palinsesti di vita ma un’adolescenza protratta. Niente mobili così robusti da dover per forza durare una vita ma arredamenti provvisori sufficientemente dignitosi da far sembrare definitivo un appartamento a termine. Questo gap generazionale lo si può considerare come uno dei sottotesti possibili di un libro acuto che sotto l’egida del «low cost» passa in rassegna il declino della classe media, la crisi del modello europeo, l’insufficiente aggressività dell’Italia sul mercato e il presunto neopotere del consumatore sul produttore. La società «low cost» di cui parlano Gaggi e Narduzzi rappresenta un punto di transizione tra un vecchio mondo che chiede ancora ragione e quello nuovo che lo sopravanza in velocità e ogni tanto lascia indietro qualcuno. Il «low cost», dicono gli autori, è per certi versi un modello vincente, una postura da applicare anche in ambiti meno ortodossi (non ultimo quello del welfare) e che consentirebbe all’Europa di uscire dalla sua «postura difensiva, quasi di arroccamento puro». La nuova società ce l’abbiamo davanti agli occhi quotidianamente, ben brandizzata e sufficientemente votata al superfluo: Wal-Mart, Ikea, Google, Skype, Ryanair, Zara. È una società con cui anche il vecchio ceto medio (ormai riunito insieme alla nuove generazioni in una nuova indistinta «classe della massa») sta facendo i conti e che sta via via abbracciando nel momento stesso in cui si libera del vecchio armamentario culturale che gli era proprio. Ogni tanto qualcuno rimane indietro improvvisamente, diventa esubero, si trasforma in una «vita di scarto». E allora forse bisogna gioire, ma con moderazione, all’avvento del «low cost», ed evitare che diventi il bicchiere mezzo pieno di una società di rifiuti, di una società in cui rischio e incertezza non sono che altre parole per dire leggerezza e flessibilità.

La fine del ceto medio e la nascita della società low cost
Massimo Gaggi, Edoardo Narduzzi
pp.142, euro 13,50 Einaudi