Lotta per la pace e i diritti, momenti di una stessa battaglia

La politica della “Guerra Infinita” vista come una strategia condotta in nome della flessibilità.

L’invito da parte del Comitato per il SI al referendum Articolo 18. di Bergamo ad una assemblea pubblica sul tema mi ha permesso, grazie alla sollecitazione in tal senso da parte di Riccardo Bellofiore, di sviluppare una serie di considerazioni sul rapporto che oggi si deve stabilire tra la lotta per la pace ed i diritti. Iniziamo innanzitutto con l’osservazione, piuttosto ovvia, che, se non viene bloccata e sconfitta la politica della Guerra Infinita, non è minimamente possibile riprendere in qualche modo in mano le questioni sociali, salariali, occupazionali ed ambientali, profondamente stravolte dai processi di gobalizzazione pauperizzante del capitalismo di quest’ultimo quarto di secolo. L’esistenza in Italia di due ampi movimenti, quello per la pace e contro l’aggressione all’Iraq e quello volto ad estendere i diritti contenuti nell’Articolo 18 costituiscono pertanto due momenti di una stessa battaglia. La politica della Guerra Infinita può anche essere vista come una strategia condotta in nome della flessibilità inquantoché non presuppone alcuna concessione o mediazione sociale con la popolazione su cui ricade la funzione precipua di sostenere tale guerra ( attraverso l’assorbimento di una soffocante dose di disinformazione). Si tratta cioè della popolazione degli Stati Uniti la quale – contrariamente agli anni dell’intervento militar keynesiano nel Vietnam, in cui sia i salari che la spesa pubblica sociale erano in espansione – non ha altro futuro che di veder aumentare le ineguaglianze e le difficoltà a conseguire un’adeguata protezione sanitaria e pensionistica.
Lo stato e le prospettive delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione americana diventano in tal modo emblematiche circa la necessità di unificare la battaglia per la pace con quella dei diritti. Così scrive Robert Kuttner sul Boston Globe del 26 marzo: “Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti ci stiamo precipitando verso immense riduzioni fiscali nel mezzo di una guerra che lo stesso presidente ammette costerà almeno 74,7 miliardi di dollari solo nella prima fase. Non c’è da sorprendersi se la conseguenza di tutto ciò sarà il taglio massiccio nelle spese popolari”. Segue poi l’elenco delle decurtazioni, tra le quali spicca un’ulteriore riduzione del 10% nelle spese per l’istruzione, rispetto ai tagli già annunciati da Bush, ed una decurtazione di ben 93 miliardi di dollari nelle spese del programma di sanità pubblica Medicaid. Le riduzioni fiscali ammontano a circa tremila miliardi di dollari, somma che porta Kuttner a concludere che il programma di Bush “toglie soldi dai servizi diretti ai semplici cittadini americani, perfino dalla sicurezza interna, al fine di generare riduzioni fiscali per i multimilionari” («War Distracts from Bush’s Budget Cuts»).

Questa politica è l’opposto del keynesismo militare di trent’anni fa – irrimediabilmente sconfitto nella giungla del Vietnam – e fonda invece il suo potere sulla flessibilità infinita cui è stato sottoposto il lavoro dipendente Usa dall’elezione di Reagan in poi, Clinton incluso. Nel 1980 si affermava con Reagan un gruppo di potere economico e politico, oggi formato quasi dalle stesse identiche persone, accorpato intorno ai gruppi petroliferi ed energetici ed al complesso militar-industriale. Gran parte del resto dell’economia nazionale poteva andare tranquillamente in malora. Alle multinazionali, eccetto che nei loro comparti militar-industriali, ed al settore dei servizi alla vendita, non interessava poi tanto difendere la produzione locale, dato che è possibile produrre o subappaltare dal Messico al sudest asiatico approfittando dei differenziali salariali. Iniziò quindi il grande massacro del lavoro dipendente americano, il quale, lungi dallo scomparire, si espanse ma con stipendi e condizioni lavorative vieppiù difficili.

Vi è continuità perfetta tra Reagan e Clinton poiché la precarizzazione iniziata sotto il primo è continuata con il secondo malgrado la crescita sia durata più a lungo. La differenza tra i due risiede prevalentemente nel fatto che, con il crollo dell’Urss, il settore militare-industriale subì una battuta d’arresto e dovette concentrarsi sulla ricerca di «nuovi» nemici. Lo spazio venne allora occupato dalla “new economy”, che racchiudeva rapporti di lavoro tutti fondati sulla flessibilità e la precarietà. La cesura nella società americana si è pertanto ulteriormente dilatata. Il settore della “new economy” e dei servizi creava una vasta occupazione ma precaria e con pochissime coperture sociali, mentre la speculazione, alimentata dalle stesse politiche di Clinton, ha profondamente intaccato i pagamenti dati per scontati in molte grandi aziende. La necessità di ridurre i costi per mantenere alte le aspettative concernenti i valori futuri delle azioni ed il flusso dei dividendi ha comportato – nelle aziende ove la forza contrattuale aveva portato a stipulare contratti che garantivano una buona copertura sociale – drastiche diminuzioni di personale producendo una riduzione dei contributi ai fondi di pensione il cui capitale quindi veniva vieppiù a dipendere dalla speculazione. Ora che la bolla è scoppiata molte società non vogliono più assicurare i servizi sanitari e pensionistici pattuiti con i sindacati.

E’ stato lo stesso Clinton a riportare in auge il complesso militar industriale, elaborando il concetto di “regime change” e dando il via in Jugoslavia a bombardamenti su città, treni e colonne di profughi per motivi umanitari. Il tutto veniva concepito – in sintonia con l’espansione dell’agile, quanto fraudolenta, “new economy” – in una visione leggera e flessibile dei bombardamenti ulivisti così come leggero e flessibile doveva e deve essere il lavoro dipendente. Se oggi i lavoratori Usa non hanno grandi capacità di reagire ai tagli di Bush e possono solo iniziare sporadiche azioni, come è successo a gennaio nei confronti della General Electrics che voleva scaricare sui dipendenti una maggiore quota dei costi previdenziali, lo devono alla flessibilità infinita in atto nel mercato del lavoro da Reagan in poi.

Dopo la parentesi clintoniana e lo scoppio della bolla speculativa dei mercati finanziari è tornato al potere il vecchio gruppo militar-industrial-petrolifero reaganiano che, agendo simultaneamente attraverso la guerra ed i tagli delle spese per la popolazione, ha dato il via ad un nuovo ciclo di compressione sociale e di negazione dei diritti. Vogliamo seguire la stessa strada degli Usa? La battaglia per il referendum riguarda proprio la lotta contro tali processi. Essa costituisce un primo passo per riaffermare, dopo troppi anni di passività, la priorità del sociale, dei diritti e della pace.