Lotta contro le destre, unità a sinistra e autonomia comunista

Tra alcuni dirigenti nazionali del PRC (membri della Segreteria nazionale, compreso il Segretario, compagno Paolo Ferrero) si è aperta in questi giorni una discussione politica pubblica che affronta, seppur in una forma ancora iniziale, non certo esaustiva, una questione – per i comunisti, la sinistra anticapitalista e quella moderata – di fondamentale importanza tattica e strategica: quella dell’unità a sinistra. Anche se la discussione pare più dettata dalla percezione – dalla consapevolezza – delle difficoltà di fase della Federazione della Sinistra e dai riflessi che tali difficoltà potranno avere sul vicino esito elettorale delle “regionali”; anche se tale discussione, poiché aperta a pochi giorni dal voto, può assumere un carattere un po’ stravagante e produrre persino disorientamento su parte del nostro elettorato, tuttavia è chiaro che essa – al di là del momento scelto, forse sbagliato – assume un carattere oggettivamente pregnante, significativo.

Come i comunisti, dunque, dovrebbero affrontare – nella situazione italiana data – il tema dell’unità a sinistra?
Penso, attraverso la messa a fuoco di cinque grandi questioni, che tra loro si tengono dialetticamente:
1. quella relativa al governo Berlusconi, al suo sistema di potere e al grave pericolo antidemocratico in corso;
2. quella relativa alla conseguente e ormai drammatica questione sociale;
3. quella relativa al rapporto tra comunisti, sinistra antiliberista e sinistra moderata;
4. quella relativa alla natura politica dell’unità tra comunisti e sinistra antiliberista;
5. per ultima (ma non certo ultima) quella del rapporto tra esigenza dell’unità a sinistra e autonomia comunista (questione stranamente mancante negli interventi di tutti i dirigenti nazionali del PRC che hanno aperto la discussione).

1. Per ciò che riguarda il governo Berlusconi nessuno pare avere dubbi, a sinistra: quelle politiche governative che vanno, giorno dopo giorno, inasprendo la loro natura reazionaria, razzista ed antioperaia e il rilancio, da parte di Berlusconi, del presidenzialismo sia come autoritaria “soluzione finale”del berlusconismo che come tentativo di risoluzione politico-istituzionale delle stesse contraddizioni interne al PDL, chiedono la costruzione, in tempi politici, di un’alternativa (anche se sul senso di questa alternativa permangono differenze sostanziali tra Bersani, sinistra moderata, sinistra antiliberista e comunisti). Caso mai manca, a sinistra, un’analisi seria della crisi che attraversa il PDL e il sistema di potere berlusconiano: quali parti della borghesia italiana stanno abbandonando il Cavaliere? Come si vanno orientando, politicamente, il grande capitale italiano e i poteri forti, nel loro insieme? Cosa pensano e come agiscono gli USA rispetto al berlusconismo? Intendono sostenere questa destra italiana o preferiscono un’alternativa ad essa? E quale? E ancora: l’eventuale (non scontato) crollo della struttura di potere berlusconiana quale sbocco potrà avere, in mancanza di un progetto serio, che metta al centro gli interessi di massa e, dunque colmi, col “soggetto sociale di massa”, il vuoto lasciato dal potere berlusconiano? E’ verosimile che possa avere, come sbocco, un nuovo sistema di potere, un nuovo governo guidato dalla parte del capitale oggi ostile a Berlusconi, legato ancor più strettamente agli USA di Obama e comunque ancora di natura profondamente filo imperialista, pronto alle guerre americane, subordinato all’Unione europea di Maastricht e di Lisbona e, nell’essenza, di natura ancora antioperaia? Ciò è verosimile, senza escludere la possibilità che la caduta di questo berlusconismo ( segnato da contraddizioni interne delle quali quella di Fini è solo la più appariscente) possa aprire la strada ad ulteriori involuzioni politico-istituzionali.
Problemi di grande rilievo, che dobbiamo sviscerare, sia rispetto all’esigenza prioritaria di liberarsi dal regime reazionario e corrotto di Berlusconi, che rispetto all’esigenza altrettanto prioritaria di costruire un “cambio” che sia materialmente percepibile dalle masse, che non le riconsegni ad un sistema diverso solo nominalmente, dotato di una migliore facciata democratica ma che, sostanzialmente ( occupazione, salari, lotta alla precarietà, welfare, pace, disarmo) le ricollochi nello stesso quadro sociale di emarginazione e sfruttamento. Che non le spinga al “desencanto” finale.

2. La questione sociale è stata fotografata, se a sinistra ve ne fosse stato ancora bisogno, dagli ultimi dati ISTAT e dagli ultimi dati della stessa Confindustria, che parlano di due milioni di disoccupati, di 300 mila lavoratori espulsi, solo negli ultimi mesi, dalla produzione in relazione alla “crisi del capitale”, della vastissima disoccupazione giovanile, dai disagi sempre più gravi vissuti dalla stragrande maggioranza delle famiglie italiane e dalla miseria di massa. Una questione sociale non solo drammatica in sé, ma anche estremamente pericolosa sul piano politico e democratico poiché, in mancanza di un’alternativa reale, può sfociare in una “pulsione” reazionaria di massa.

3. Occorre partire da questi problemi – quale alternativa a Berlusconi e ricostruzione di un rapporto di fiducia dell’intera sinistra con il proprio blocco sociale di riferimento – per porre la questione del rapporto tra comunisti, sinistra antiliberista e sinistra moderata. Partire da qui e capire che nella fase data i comunisti e la sinistra antiliberista non sono obiettivamente in condizione di progettare e praticare un’alleanza di governo con il PD, che – come nel caso della scelta bertinottiana del governo Prodi – sarebbe subordinata sia all’attuale natura liberista di questo Partito che a rapporti di forza sociali e di classe completamente sfavorevoli al movimento operaio complessivo. E nel contempo capire che i comunisti e la sinistra antiliberista non possono astenersi, estraniarsi – pena un ulteriore logoramento dei loro rapporti sociali – da una battaglia condotta dall’intero fronte democratico e di sinistra contro Berlusconi.
Insomma: partecipi della coalizione democratica vasta sì (con le condizioni della risoluzione del conflitto di interessi e del ritorno alla legge elettorale proporzionale ), ma al governo no. Indipendenti, dunque, dal PD. Senza essere subordinati a quel massimalismo di ritorno che riappare in certa
“ sinistra comunista” quale segno ulteriore della crisi e della mancanza di strategia del movimento comunista italiano odierno.

4. Vi è poi la questione del rapporto tra comunisti e sinistra antiliberista, un rapporto che, potenzialmente, potrebbe prendere corpo nella Federazione di Sinistra attualmente in campo. Una Federazione giusta in sé ( ma, come si sa, le cose in sé non esistono) che se funzionasse potrebbe offrire un contributo sia alla ripresa del conflitto sociale che al rafforzamento di una pressione della sinistra di classe su quella moderata, oltreché aumentare la massa critica comunista. Tuttavia – come si è già visto in questa fase, in questa stessa campagna elettorale per le regionali – affinché la Federazione possa funzionare, possa stabilire un rapporto proficuo tra comunisti e sinistra antiliberista, occorrerebbe che al suo interno vi fosse un solo, coeso e più forte Partito Comunista e non (come oggi accade) due partiti (PRC e PdCI) che, sapendo di non vivere, per la contrarietà della maggioranza del PRC, un processo di unificazione, si muovono all’interno della Federazione come due soggetti completamente autonomi e persino in competizione, dalla diversa tattica, dalla diversa strategia, dalle diverse esigenze e dai diversi obiettivi, anche nel senso che ognuno dei due Partiti tende – “naturalmente” – ad accumulare proprie forze e ad eleggere i propri candidati, trasformando la Federazione in un terreno di lotta tra comunisti e non in un soggetto di lotta contro le destre, contro i padroni e contro le guerre. Con il risultato, tra l’altro, come si sta ampiamente constatando in questa campagna elettorale, che alla Federazione della Sinistra manca una vera, seria, autorevole regia politica; manca l’organizzazione e l’iniziativa sociale e politica; mancano passione e militanza. Col risultato che i due Partiti comunisti, invece di avvicinarsi, all’interno di questa Federazione, rischiano di allontanarsi ulteriormente, creando uno stato d’animo generale tra la base comunista tutta (PRC e PdCI) di scoramento volto all’abbandono e alla resa.
E’ anche a partire da ciò che appare a noi sempre più attuale la proposta di unità dei comunisti, il progetto di costruzione di un solo Partito Comunista (sulla base di una profonda riflessione politica e teorica volta a mettere a fuoco le carenze e gli errori dell’uno e dell’altro e a mettere in campo un’organizzazione capace di sostenere e sviluppare l’attuale conflitto di classe) in grado di offrirsi come cardine – unico – di un’unità d’azione con le altre forze della sinistra antiliberista e anticapitalista.

5. E qui siamo al punto dell’autonomia comunista, questione accuratamente evitata nei recenti interventi di tutti i compagni della Segreteria nazionale del PRC, Segretario nazionale compreso.
Poniamo la questione dell’autonomia comunista a partire da un dato purtroppo a tutti evidente: siamo, per la somma di un’infinità di errori e di veri e propri tradimenti verificatisi all’interno del movimento comunista italiano (i più grandi quelli di Occhetto e Bertinotti) quasi all’estinzione dell’esperienza comunista nel nostro Paese e senza un progetto chiaro e forte di rilancio di un Partito comunista di quadri con influenza di massa, l’estinzione sarebbe assicurata. In questo senso ribadiamo la necessità di unire le forze comuniste in una sola organizzazione, in un solo Partito e ribadiamo la necessità di unire quel Partito Comunista (che, intanto, cancellerebbe le frizioni e la produzione di paralisi politica oggi conseguenti alla presenza di due diversi partiti comunisti in competizione tra loro) con le forze della sinistra antiliberista in una unità d’azione, in una Federazione che non richieda cessioni di sovranità volte alla soppressione dell’autonomia comunista (come dell’autonomia degli altri soggetti federati). In una Federazione tra forze autonome che proprio in virtù della sua maggiore “elasticità” e capacità di sprigionare conflitto sociale e pressione sulla sinistra moderata possa essere in grado in grado di contribuire ad una vera alternativa alle destre ed essere utile alla classe, alla democrazia e – come si dice – alla “nostra gente”.

E’ attraverso questo progetto generale – ne siamo convinti – che possiamo più razionalmente affrontare la questione dell’unità a sinistra, non certo attraverso quelle scorciatoie tatticistiche, schiacciate solo sul contingente, senza visione strategica e dunque sbagliate, quali : fare la Die Linke italiana, fare un unico partito con Vendola, senza, tra l’altro, chiedersi che cosa è, in effetti, SEL, la formazione di Vendola. E’ da considerarsi davvero parte della sinistra antiliberista? E’ davvero l’erede del movimento del 2001-2003 che si espresse – anche se in modo talora “romantico” – contro la globalizzazione capitalistica e contro la guerra imperialista? SEL, allo stato attuale, è ancora politicamente magmatica (il progetto era in crisi in autunno ed è stato rilanciato dalle primarie pugliesi di Vendola). In SEL ci sono ex socialisti, sinistra DS, sindacalisti, ma non ci sembra che aggreghi molto di ciò che fu il movimento noglobal in Italia. Cosa dice SEL delle questioni istituzionali? Esprime una, necessaria, contrarietà netta contro il presidenzialismo? E delle questioni internazionali? Come si pone verso l’America latina e le sue spinte di liberazione antimperialista? Che pensa del Venezuela di Chavez? E’ in sintonia almeno con Morales? O la spinta al superamento dell’autonomia comunista prodotta a Chianciano e base della scissione dal PRC allontana SEL anche dal campo antiliberista? Per ora verifichiamo che SEL vive del carisma di Vendola e della sua “santificazione” anche e soprattutto all’interno della sinistra moderata, come registriamo la condotta generale di SEL in questa campagna elettorale per le regionali, attraverso la quale ha espresso inequivocabilmente un orientamento moderato e governista, evocando chiaramente un ruolo da ala sinistra del PD ( con Vendola non restio – sembra di capire – a fare le primarie per proporsi come leader del centro sinistra e capo dell’eventuale governo moderato). Detto ciò, è davvero difficile pensare – occorre, anzi, battersi contro tale disegno- ad una formazione partitica tra comunisti e SEL ( mentre, chiaramente, altra cosa è un rapporto politico ed elettorale con i “ vendoliani”, come accaduto, ad esempio, per le elezioni regionali nelle Marche: ma qui siamo nella razionalità – e nella tradizione storica comunista – della, vasta e duttile, politica delle alleanze). Come, certamente, sarebbe impossibile assimilare un’eventuale forza partitica tra comunisti e SEL alla Die Linke e ciò in virtù delle notevoli differenze di natura politica, culturale, ideologica e storica tra la reale e presente esperienza tedesca e l’ipotesi italiana, compresa la più netta inclinazione all’opposizione della Die Linke rispetto alla vocazione istituzionalista “vendoliana”.
La proposta di costituire un partito di sinistra italiano a partire dall’ evocazione della Linke, dunque, altro non appare, nell’essenza, che una – seppur apparentemente diversa – riproposizione di disegni, già visti, volti al superamento definitivo dell’esperienza comunista italiana. In verità, altro non sarebbe che una ricongiunzione ( poiché il PdCI appare decisamente contrario all’ipotesi di un partito con Vendola) tra l’attuale PRC e il pezzo, pesante, del PRC che si è scisso a Chianciano: un’unità che ricomporrebbe una formazione politica di stampo ambiguamente post-bertinottiano, con, molto prevedibilmente, una nuova maggioranza non più comunista che si costituirebbe proprio in virtù del compromesso unitario con i “vendoliani” di ritorno: comunque – nella situazione data e concreta – un nuovo pasticcio impraticabile, dalla base tellurica e destinato, dunque, all’implosione. Un disegno, tra l’altro, che certo non aiuterebbe una vera accumulazione di forze anticapitalistiche in Italia; non aiuterebbe un progetto di unità d’azione – anche federata- tra comunisti e sinistra antiliberista, in grado di riorganizzare il conflitto sociale, di spingere positivamente sulla stessa sinistra moderata partecipando così, senza insani sogni governativi né ulteriori e finali liquidazioni dell’autonomia comunista, alla lotta contro le destre, al “cambiamento”.