Los Angeles, la rivolta degli immigrati precari

Christina Carreon, bella faccia «latina», l’altro ieri portava sulle spalle il suo Christian di un anno e nello stesso tempo teneva un piccolo cartello: «Volete cacciarmi? Con o senza il mio bambino? », riassumendo di fatto uno dei problemi più ingarbugliati su cui gli Stati Uniti si trovano a decidere in tema di emgrazione: quello che prevede la differenza di «status» fra i bambini nati qui – e quindi a tutti gli effetti cittadini americani – e i loro genitori «illegali». L’idea di cacciare i genitori e tenere i loro bambini, presumibilmente in un orfanotrofio, non è (ancora) diventata legge ma è una sorta di sottinteso costante nelle discussioni in corso. Christina manifestava a Cleveland, nell’Ohio, e ci voleva un bel coraggio perché lì la protesta è stata meno affollata che altrove e il senso di far parte di un grande movimento poteva venire solo dalle notizie che arrivavano da luoghi come Milwaukee in Wisconsin (30 mila manifestanti); Phoenix in Arizona (20 mila secondo la polizia, che parlava quasi con sgomento della «più grande manifestazione nella storia della città »); Atlanta in Georgia, dove almeno 80 mila «illegali» hanno disertato il lavoro sfidando la loro precarietà e il disperato bisogno di una paga misera; o Los Angeles, dove migliaia di studenti dei licei hanno marciato lungo il Whitter Boulevard. Los Angeles ha già vissuto disperanti episodi di «guerra fra poveri », quando studenti neri e ispanici si sono presi a botte, ma è anche la città dove le proteste di venerdì erano destinate a trovare il momento culminante nella grande manifestazione di ieri: era prevista la partecipazione di centinaia di migliaia di persone provenienti da tutti gli Usa e già nel primo pomeriggio di ieri si «sentiva» il clima salire. La settimana che comincia domani minaccia di essere ricordata come quella in cui gli Stati Uniti si dettero leggi estremamente restrittive nei confronti degli immigrati, perfino contro un presidente come George Bush, non precisamente un campione della solidarietà umana. La sua proposta, lanciata tempo fa, consiste nell’intensificare i controlli alla frontiera con il Messico per impedire l’afflusso degli «illegali» e nel concedere a quelli che già sono qui (fra gli undici e i dodici milioni) uno status di «lavoratori ospiti» destinato a scadere dopo un lasso di tempo da stabilire. Ma questo è un anno elettorale. Venuto a mancare l’appello patriottico per via della ormai bassissima popolarità della guerra in Iraq, i deputati e i senatori del suo partito hanno bisogno di un altro tema «facile» e lo hanno trovato nel «dagli all’immigrato illegale». Così ecco la maggioranza repubblicana alla Camera (con un’opposizione democratica intimidita e senza sapere che pesci pigliare) varare una legge che trasforma la presenza illegale negli Stati Uniti in un reato, che impone ai datori di lavoro di vestirsi da poliziotti e controllare lo status delle persone che vogliono assumere, che prevede punizioni per chi presta loro assistenza e che autorizza la costruzione di un muro lungo oltre mille chilometri per tenere gli affamati lontani dal festino. La prossima settimana quella legge dovrà essere discussa al Senato, ma qui almeno ci sarà battaglia, grazie proprio al montare delle proteste, cui la grande manifestazione di ieri a Los Angeles non ha certo posto fine. Lunedì altre migliaia di manifestanti convergeranno su Washington per «premere» sui senatori che cominceranno il loro dibattito fra tanti dubbi. C’è una proposta bipartisan di John McCain e Ted Kennedy per «attutire» la legge uscita dalla Camera, c’è una buona parte di senatori che invece ha abbracciato le posizioni dei deputati «ultrà» e ci sono i calcoli di quelli che puntano alla Casa Bianca nel 2008. Uno di loro, il capo dei senatori repubblicani Bill Frist, vede in questa storia la possibilità di distanziarsi da Bush, non volendo arrivare al 2008 in veste di «continuatore» di un presidente che si prevede sempre più impopolare, mentre un’altra, Hillary Clinton, la butta sul religioso («per i repubblicani anche Gesù sarebbe un criminale») nella speranza di agganciarsi alla battaglia lanciata dal vescovo di Los Angeles Roger Mahony, che ha pubblicamente istruito i sacerdoti della sua diocesi alla «disobbedianza civile», per la parte che riguarda il divieto di prestare assistenza agli immmigrati illegali. Forse è per questo che nei tanti cortei, fra i vari cartelli spunta anche qualche madonna.