L’oro rosso del Cile va alle stelle: sciopero dei minatori e serrata

Dopo 12 giorni di sciopero dei minatori, i padroni anglo-australiani della BHP Billiton hanno deciso la serrata della miniera di Escondida, la più grande miniera di rame del mondo, nel deserto di Atacama. Serrata e rottura dei negoziati con i minatori. Il pretesto – da antologia – è stato il blocco da due giorni delle vie d’accesso alla miniera che mette «a rischio la sicurezza degli altri lavoratori» della compagnia.
Di fronte ai colossali profitti della BHP Billiton, garantiti da prezzi del rame alle stelle sul mercato mondiale, i minatori della Escondida chiedono un aumento del 13%, poi ridtotto al 10%, dei loro salari. Che attualmente toccano la bella cifra di 500 mila pesos al mese, 750 euro. L’impresa, che dice di aver già perso 100 milioni di dollari per lo sciopero, è irremovibile nella sua controfferta di aumenti del 3%.
La miniera di Escondida produce da sola l’8% del rame mondiale e la serrata ha subito avuto dei contraccolpi sul prezzo: ieri mattina il prezzo del rame nelle Borse mondiale ha aperto con un impennata del 2.5%.
Lo sciopero all’Escondida e la reazione a muso duro dei padroni stranieri ripropongono con forza il punto dell’alienazione delle risorse naturali in generale e in particolare in un paese come il Cile che su deregulation e privatizzazioni ha fondato le sue fortune economiche, fin dai tempi di Pinochet ma anche dopo, con i governi democristiano-socialisti degli ultimi 16 anni. Arturo Martinez, socialista e leader della Cut, il sindacato storico cileno, ha detto che gli eventi della Escondida «riporta all’ordine del giorno una nuova nazionalizzazione del rame»: «Non sono d’accordo che i padroni privati del rame sfruttino questo minerale, che è la ricchezza principale del Cile, e una ricchezza non rinnovabile. Se tutto il rame cileno fosse dello Stato, con il superavit che produce avremmo le risorse necessarie a risolvere tutti i nostri problemi sociali. Invece lo stiamo regalando alle imprese straniere». La nazionalizzazione del rame era stata una delle grandi misure prese dal governo del presidente Allende e del governo dell’Unità popolare. Poi come tutto il resto, dopo il golpe di Pinochet nel ’73 anche il rame fu regalato al miglior offerente. Secondo stime per difetto, quest’anno le compagnie cuprifere realizzeranno profitti netti intorno ai 9 miliardi di dollari. Di cui al Cile resta una fetta sostanziosa ma sempre infima.
Il rame, che il Cile è la «niña bonita» dell’economia cilena. Il Cile è il primo produttore mondiale di rame e conta con circa il 40% della riserve dell’ «oro rosso». Ogni anno produce 5.3 milioni di tonnellate, più o meno il 60% di quello che va sui mercati. Secondo la Banca centrale del Cile, nel 2005, ha generato introiti pari ai 18.305 milioni di dollari, il 26.4% in più del 2005 e il 134.2% in più del 2003. Con la domanda rampante di Cina, Giappone e Usa, il prezzo è andato alle stelle. Nel 2000 la libbra di rame costava alla Borsa metalli di Londra 0.70 centesimi di dollaro, nel 2006 intorno ai 3.5 dollari. La febbre dell’oro rosso è stata una manna per le compagnie straniere e anche per il Cile, che si spartiscono gli introiti. Il 68% alle transnazionali e il 32% alla Codelco, la Corporacion nacional del cobre che poi passa una parte al governo e un’altra parte – il 10% – ai militari: questa la ragione per cui Codelco fu l’unica compagnia statale che neanche Pinochet osò privatizzare. Ora la palla passa al governo del presidente socialista Michelle Bachelet, che l’11 agosto ha ricevuto un nuovoplauso dall’Fmi per la gestione economica del Cile. Che però, piccolo particolare, resta una delle più diseguali del mondo.