L’Oriente brucia

Il rinvio dell’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’Onu è faccenda spinosa che non poteva capitare in un momento peggiore. Coincidenza non voluta, visto il trascinarsi della faccenda da anni, avviene nel giorno in cui nel mondo musulmano si moltiplicano le proteste violente e le dichiarazioni di boicottaggio economico per la pubblicazione delle caricature «blasfeme» da parte della stampa occidentale, in un avvampare che inquieta. Che cosa hanno di comune i due eventi, oltre il «banale» ambito del confronto-scontro crescente fra mondo islamico e mondo occidentale? Il fatto di essere entrambi espressione di un’ormai insostenibile incapacità a cercare un terreno comune, il solo in grado di generare soluzioni «politiche». Premessa ne sarebbe un minimo glossario comune, un’intesa su alcuni termini, l’adesione ad alcuni paradigmi che esprimano innanzitutto il riconoscimento reciproco. Per far ripartire un dialogo e consentire di deporre le armi, tutte. Da quelle che uccidono a quelle che offendono. Ma il linguaggio, nell’era della mondializzazione e della semplificazione estrema della comunicazione immediata, sta diventando terra bruciata che produce carestia delle idee comuni e chiusura identitaria (qualunque essa sia).

Al «maturo» Occidente, la responsabilità prima di avere stravolto le categorie, in primis le «sue», quelle, ricordiamolo, conquistate dopo secoli di guerre fratricide. «Democrazia» è la prima ad essere stata distorta, perché è quella che con più forza, con la guerra addirittura, si scaglia contro il mondo arabo-islamico. «Rispetto dei diritti» è un’altra, quando la si erode anche in casa propria e comunque le si assegna una geometria variabile a seconda delle convenienze. Quanto alla «libertà», ognuno sa per proprio conto con quali limiti feroci imposti dal più vicino potere si scontri ogni giorno. Deridere quelli che non ce l’hanno perché il regime a cui sono sottoposti è più brutale, è un facile e amaro esercizio. E poi c’è la «giustizia», innanzitutto quella internazionale. Il metodo dei due pesi e delle due misure l’ha talmente malridotta, ormai, che non v’è luogo di conflitto in cui lo scontro non si sia esasperato per impotenza, arrivando al vicolo cieco, al muro che si può solo abbattere. Dall’Afghanistan all’Iraq passando per la questione israelo-palestinese, l’Iran, fino al Pakistan e via verso l’Asia centrale. Il Grande Medioriente che i neo-conservatori americani sognavano di «liberare» e di plasmare a propria immagine e somiglianza è oggi una teoria di ferite aperte che nessuno si preoccupa di far rimarginare davvero. Anzi. Paradosso dei paradossi, all’avanzata dei partiti islamici e fondamentalisti che avanzano per democratica via elettorale si reagisce con le minacce, senza cercare di risalire alle cause di questi inquietanti risultati.

E oggi infatti il «Grande Mediorente», un tempo diviso, frammentato, diverso, sembra urlare con un’unica voce contro l’Occidente blasfemo che non rispetta nulla, neppure se stesso, e intende solo quando gli si tocca il dio denaro. In tutto questo, la religione è solo l’ultimo degli epifenomeni. È quando le leggi degli uomini si degradano che quella, unica, voluta da dio avanza come una vendetta. Ma è solo un pretesto. Non tutti urlano, non tutti sparano, nel grande mondo islamico. Ma chi ascolta il drappello sempre più sparuto dei silenziosi, costretti a tacere da quei capi «moderati» e «affidabili» che le potenze occidentali proteggono?

L’acutizzarsi della questione energetica, la scarsità delle risorse, poi, ha reso lo scenario ancora più esplosivo, ha fatto tornare i Grandi Giochi, ha scompigliato le alleanze in un groviglio globale che complica i termini. I popoli arabo-islamici anche di questo sono consapevoli. Sanno che si vuole il loro petrolio, ma non le loro persone e la crisi epocale che le travolge, paragonabile a quella della loro controparte. Perché è scontro di due crisi, non di due civiltà, quello in atto sotto i nostri occhi impotenti.