L’Onu lancia l’allarme: le nazioni ricche accolgono sempre meno chi è in fuga

Seguendo un costante andamento negativo, il numero di persone che hanno ottenuto lo status di rifugiato nel mondo è il più basso registrato dalla seconda metà degli anni Ottanta. Lo afferma in un rapporto l’Alto Commissariato per i Rigugiati delle Nazioni Unite, l’Unhcr. Il documento sottolinea che, nonostante questi dati, si assiste ad un crescente fenomeno di intolleranza e razzismo in molte delle nazioni industrializzate. Fenomeno dovuto in sostanza alla disinformazione e alla frequente confusione tra flussi migratori “economici”, ovvero di persone alla ricerca di migliori condizioni di vita, e persone richiedenti asilo perché perseguitati nel proprio Paese. Disinformazione alimentata spesso da media e uomini politici che descrivono i richiedenti asilo come «clandestini, potenziali terroristi, criminali o, nella migliore delle ipotesi, come frodatori». Una mistificazione – sempre secondo il rapporto – utile alle nazioni industrializzate «per legittimare l’introduzione di politiche d’asilo restrittive, un processo cominciato ben prima degli eventi dell’11 settembre». Tra il 2005 e il 2001 Canada e Stati Uniti avrebbero concesso asilo al 54 per cento in meno dei richiedenti. Australia e Nuova Zelanda ne hanno accolti il 75 per cento in meno. Le cinquanta nazioni industrializzate nel loro totale avrebbero applicato le norme di richieste di asilo con un andamento negativo del 15 per cento.
Le nazioni più “accoglienti” sarebbero la Francia, che ha superato gli Stati Uniti al secondo posto seguiti da Germania, Gran Bretagna, Germania e Austria. Classifica stravolta se come criterio di misurazione si adotta il rapporto tra numero di rifugiati e popolazione totale del Paese accogliente. In questo caso sono Cipro, Austria, Svezia, Norvegia, e Svizzera le nazioni che in proporzione sono state più disponibili a concedere l’asilo.

L’Alto Commissario dell’Unhcr, Antonio Guterres, oltre a lanciare un monito contro ogni tentativo da parte degli Stati industrializzati di affossare il principio internazionale di accogliere donne, uomini, bambini vittime di persecuzioni nel proprio Paese – principio stabilito dalla Convenzione sui rifugiati del 1951 – ha confessato che «il più grande fallimento» della comunità internazionale rimangono gli sfollati obbligati nei confini dei loro Paesi. Nei trentatré scenari di crisi protratta nel mondo, il numero di persone che devono lasciare la propria casa e migrare forzatamente all’interno del proprio Paese è altissimo. Come nella Repubblica Democratica del Congo e il Sudan, nei quali nel 2005 si conta un numero di sfollati impressionante: sette milioni e duecentomila. Paragonandoli ai 9,2 milioni di persone che nel 2005 sono state riconosciute giuridicamente come “rifugiati” e quindi sono state accolte in un altro Paese, ci si rende conto di quanto questo numero rifletta poco le condizioni delle milioni di vite in fuga che non hanno accesso ad altri Paesi. Non lo hanno per le sempre più restrittive norme sull’immigrazione delle nazioni confinanti, alle quali sono costrette ad approdare con gli stessi mezzi di fortuna dei migranti dai quali quei Paesi sentono l’obbligo di doversi proteggere e che chiamano “clandestini”. Spesso esclusi dalle stime delle vittime di un conflitto, ufficiale o meno, i rifugiati trovano ad attenderli nelle nazioni ricche Centri di Permanenza Temporanea, la sospensione dei propri diritti civili, politici che inneggiano alla chiusura delle frontiere, all’emergenza clandestini, al pericolo terrorismo. Con chi del terrorismo è spesso la prima vittima. Il rapporto dell’Unhcr cita a tal proposito anche l’Italia. Nello specifico il suo rinvio nel 2004 dei migranti sbarcati a Lampedusa e rimandati in Libia.

L’Alto Commissario per i rifugiati Guterres, si dice certo che la Convenzione del 1951, nonostante le difficoltà, si potrebbe tentare di adattarla in una chiave più moderna, capace di essere applicata nelle Corti per proteggere ancora i diritti dei rifugiati. Quello di cui appare più sicuro – considerato il clima politico – lo confessa alla BBC : se la Convenzione fosse modificata «ci sarebbero maggiori probabilità che diventi peggiore».