Londra, facoltà di spionaggio

Spiare gli studenti di origine asiatica e quelli musulmani all’università. Ma anche identificare i territori, i quartieri caldi, quelli che cioè potrebbero diventare feudi dell’islam più radicale. Il primo compito (quello da 007) spetterebbe ai lettori e insegnanti universitari, mentre il secondo toccherebbe alle autorità locali, comuni, quartieri. La nuova frontiera della «lotta al terrorismo» in Gran Bretagna sotto il governo laburista di Tony Blair sembrerebbe questa.
Fallita (e non certo per volontà dei suoi componenti) praticamente sul nascere la task force nominata proprio dal premier, dopo l’orrore delle bombe del 7 luglio 2005 a Londra, ecco partorita dal governo New labour una serie di proposte per contrastare il «crescente pericolo derivante dall’islam radicale». Finora si tratta, almeno in parte, di idee che però sono già state scritte su carta, come rivela il quotidiano The Guardian che ha ottenuto il documento su carta intestata del ministero dell’istruzione.
Secondo queste carte le proposte saranno inviate alle università del Regno unito e alle scuole superiori entro la fine di quest’anno: si tratta di diciotto paginette che riconoscono le titubanze delle università nei confronti di un compito, passare informazioni che ritengono importanti su questo o quello studente «sospettato» di simpatie verso l’islam più estremista alla polizia, che decisamente non compete loro. Ma poiché l’assunto da cui parte il ministero è che le università sono diventate terreno fertile per il reclutamento di nuovi estremisti, si tratta di trovare il modo per aggirare le facili accuse di voler criminalizzare gruppi di studenti, per esempio quelli musulmani.
Nonostante le immediate smentite, o meglio rassicurazioni, da parte del ministero dell’istruzione sul fatto che non si tratta di reclutare spie o mettere sotto osservazione gruppi di studenti, che questa sia in qualche modo la strada che intende imboccare il governo per «controllare» territori, gruppi, persone che ritiene in qualche modo potenziali sostenitori, simpatizzanti di cause radicali e violente, appare evidente anche dall’incontro che la ministra per le comunità ha avuto ieri.
Si è trattato di un meeting a porte chiuse. La ministra Ruth Kelly (il posto di ministro per le comunità è stato creato appositamente per lei lo scorso maggio) ha incontrato i rappresentanti di venti consigli (comunali o di quartiere) per discutere di come individuare i potenziali «punti caldi» dove l’estremismo islamico potrebbe prendere piede e quindi essere sfruttato dalla destra in funzione anti-musulmana. Per Kelly, che non nasconde la sua appartenenza all’Opus Dei, «non si tratta certo di demonizzare una fede o un’altra».
Eppure le polemiche e il dibattito acceso che in questi giorni sta nuovamente attraversando l’isola lasciano intendere che ancora una volta il grande punto di domanda riguarda l’idea stessa di società multiculturale così come è stata intesa finora in Gran Bretagna. Ma anziché affrontare il discorso partendo dall’origine, e cioè da che tipo di società si intende costruire, si preferisce prendere scorciatoie e quindi attaccare ciò che in fondo è più facile attaccare. Da qui la «richiesta» del ministro per i rapporti con il parlamento, Jack Straw, che in una accorata lettera pubblica ha chiesto, prima alle donne che portano il velo (anzi il niqab, che lascia scoperti solo gli occhi) nel suo collegio elettorale, poi per estensione a tutte le donne musulmane, di toglierselo almeno quando si trovano di fronte a deputati o in uffici pubblici.
La comunità musulmana nel suo complesso ha detto di ritenere «salutare» il dibattito sul velo, ma ha anche chiesto di non utilizzare il velo per approvare misure restrittive della libertà delle persone. Nei giorni scorsi un’insegnante è stata sospesa perché in classe faceva lezione indossando il niqab e, a detta del preside, i suoi studenti non capivano nulla di quello che diceva.
Di fronte alle proposte del ministero dell’educazione di spiare studenti asiatici (questi in particolare vengono definiti «potenziali estremisti» e si chiede per esempio ai loro insegnanti di vigilare sull’uso che fanno dei computer nei campus) o musulmani (e le loro organizzazioni universitarie che, si legge, «sempre più spesso invitano nei campus oratori molto radicali») la reazione delle organizzazioni studentesche è stata unanimemente critica. «Tutto ciò puzza di maccartismo», ha notato Gemma Tumelty della National union of students.