Londra e Teheran ai ferri corti per gli attentati in Iraq

Cresce il tono della polemica sulle accuse agli iraniani
di essere implicati negli attacchi contro soldati britannici

Cresce il tono della polemica fra Londra e Teheran sulle presunte responsabilità iraniane (almeno indirette) negli attentati che nel sud dell’Iraq sono costati la vita a otto soldati britannici; accuse nettamente respinte da Teheran e che sembrano oltretutto non condivise dal governo Jaafari e finiscono quindi per introdurre un elemento di dissenso fra quest’ultimo e la Gran Bretagna. E non si tratta di accuse, per così dire, di basso livello: se mercoledì la chiamata in causa del governo iraniano – o per lo meno del corpo dei “pasdaran”, il che è sostanzialmente lo stesso – era venuta da un funzionario governativo che aveva voluto conservare l’anonimato, ieri a farsene interprete è stato lo stesso primo ministro Tony Blair, per di più nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente provvisorio iracheno Jalal Talabani che ha preso subito le distanze dal suo interlocutore, come ha fatto da Baghdad anche il premier Jaafari. Una vicenda come si vede intricata ed anche piuttosto insolita.
Sullo sfondo c’è uno scenario complesso, che chiama in causa diversi elementi: il rapporto fra sciiti iracheni e sciiti iraniani (dal punto di vista politico, ovviamente) e dunque fra i due governi; la esplicita volontà del primo ministro Jaafari di costruire rapporti di buon vicinato e di cooperazione con “i fratelli iraniani”, come lui stesso li ha chiamati nel corso della sua visita nel luglio scorso a Teheran; la mediazione europea affidata a Gran Bretagna, Francia e Germania per cercar di risolvere la spinosa questione del programma nucleare di Teheran, mediazione sostanzialmente fallita come conferma la decisione del neo-presidente iraniano Ahmadinejad di riprendere le operazioni di arricchimento dell’uranio; le pressioni e le minacce contro l’Iran da parte dell’Amministrazione Bush, che ha più volte espresso il suo malumore per il dialogo, sia pure difficile, tra Teheran e i tre governi europei sopra citati; la prospettiva di un ricorso americano, ma forse anche europeo, al Consiglio di sicurezza dell’Onu appunto sulla questione del nucleare iraniano. Problemi apparentemente separati ma nei quali è in realtà possibile individuare anche elementi di connessione o di interdipendenza, nel quadro della strategia di Bush per “un nuovo Medio Oriente”. Ma vediamo che cosa ha detto Blair. Dicendosi convinto (ma ammettendo bontà sua che “non possiamo essere sicuri”) del coinvolgimento iraniano negli attentati contro le forze britanniche, ha affermato testualmente: «Ciò che è chiaro è ch sono stati usati congegni esplosivi di nuovo tipo, impiegati non soltanto contro le nostre truppe»; quel tipo di ordigni – ha aggiunto «ci porta o a elementi iraniani o agli Hezbollah libanesi». Blair ricalca dunque le parole dell’anonimo funzionario dell’altroieri, secondo cui gli iraniani avrebbero fornito quegli ordigni agli Hezbollah perché li passassero ai ribelli sciiti iracheni. Ma qui – osservano alcuni analisti citati dall’agenzia iraniana Irna – sorge spontanea una domanda: che ne sanno gli inglesi delle armi usate dagli Hezbollah in sud Libano? La risposta, ne deducono, può essere che c’è una interconnessione fra i servizi britannici e quelli israeliani, che sanno tutto del Libano, magari con l’intermediazione della Cia; e il quadro così si complica ulteriormente. Passando poi dal piano dell’intelligence a quello politico-diplomatico, si potrebbe anche pensare a una pressione britannica su Teheran (o viceversa) proprio in relazione al fallimento dei colloqui sul nucleare. Ipotesi troppo contorte? In Medio oriente si è visto ben altro. Fatto sta che Blair ha messo nell’imbarazzo i suoi interlocutori iracheni. Il presidente (curdo) Talabani, che gli stava a fianco nella conferenza stampa, si è detto “preoccupato” per le accuse britanniche affermando di avere «parlato personalmente con alcuni fratelli iraniani che le hanno respinte ed hanno anzi dichiarato di essere interessati a un Iraq stabile e di non voler trasferire all’interno dell’Iraq le loro differenze con gli Stati Uniti»; esemplare lezione di realismo politico, come si vede, sulla quale l’inquilino di Downing Street avrà qualche motivo per riflettere. Tanto più che Jaafari ha rincarato la dose parlando alla tv iraniana di «accuse senza fondamento che ci trovano in totale disaccordo» e di «rapporti molto amichevoli e forti tra Iran e Iraq». La vicenda per ora si ferma qui, ma vista la posta in gioco – cioè il ruolo dell’Iran nell’attuale congiuntura geo-politica del Medio Oriente – non è certamente detta l’ultima parola. E anche Washington potrebbe metterci lo zampino.