L’onda lunga del Venezuela

Tre notizie, per cominciare. La prima è recente, riguarda le ultime elezioni municipali che, tenutesi lo scorso 7 agosto, hanno consegnato l’ennesima vittoria al Presidente venezuelano Chavez, i cui candidati avrebbero raccolto oltre il 65% del voto popolare, confermando il forte sostegno che il processo rivoluzionario, in corso nel Paese, riscuote presso le masse popolari.
La seconda notizia ha profonde implicazioni. Lo scorso gennaio è stato approvato il decreto n. 3438, che sancisce la nazionalizzazione della Venepal, principale industria cartiera del Venezuela, localizzata nel distretto di Moron. Nazionalizzazione che segna un ulteriore passaggio del programma di riforme, con il progressivo esproprio delle locali borghesie compradore (colluse con il potere eversivo filo-statunitense), cui viene sottratta un’impresa che controlla oltre il 30% del mercato nazionale della carta.
Terza notizia, infine, anch’essa tutt’altro che estemporanea. Una Corte d’Appello USA ha annullato le condanne inflitte ai cinque patrioti cubani, accusati dal governo di spionaggio, e ha ordinato la ripetizione dei processi a loro carico. Fatto notevole perché smentisce la mistificante campagna propagandistica mossa dal governo statunitense contro i Cinque (e, di conseguenza, contro Cuba e l’intero processo popolare attivatosi in Sud America) e conferma quello che i movimenti popolari di liberazione da sempre vanno ripetendo: che quella condanna è “frutto del pregiudizio degli esiliati cubani contro il governo di Fidel Castro”. Con l’unica, rilevante differenza che stavolta a dirlo non è un esponente filo-castrista, bensì la stessa Corte d’Appello, nelle motivazioni ufficiali di quella sentenza.
Tutti questi elementi rappresentano tracce sparse, ma facilmente riducibili a quell’unico, grande scenario di mobilitazione che rappresenta oggi l’America latina, con i suoi esperimenti di progresso a cavallo tra Cuba e il Venezuela. E’ lo stesso establishment USA ad illustrare la continuità delle forze antimperialiste in campo: lo segnalano le parole del Segretario di Stato, Condoleezza Rice, che ha dichiarato recentemente, con monotono refrain, che “il Governo di Chavez rappresenta una forza negativa nella regione”; e lo ricordano ancora, come per consolidare uno stereotipo destinato ad alimentare nuove tentazioni golpiste, i discorsi ufficiali di George Bush, quelli che “Chavez forma, con Castro, un asse del male nell’emisfero occidentale”.
Ma al di là delle roboanti accuse della grancassa imperialista, una cosa emerge con chiarezza: il legame strutturale che esiste tra la Rivoluzione socialista di Cuba e il processo rivoluzionario bolivariano in Venezuela, l’onda lunga che quest’esperienza progressiva sta riverberando in tutto il Subcontinente, caratterizzandone, in senso più autonomo e democratico, la direzione di marcia. Ammoniva Simon Bolivar: “Gli Stati Uniti sono destinati a condannare l’America alla miseria in nome della libertà”.
Certo, si può fare finta di non vedere e associarsi al coro di condanna della propaganda dominante, come le forze “di sinistra” dell’Internazionale socialista. O si può pensare, strumentalmente, di raccogliere solo qualche brandello di quel fenomeno sociale e politico, correndo però il rischio di derogare al compito di una valutazione rigorosa dell’esperienza bolivariana, nelle sue conquiste e nei suoi limiti, e di cedere a facili mistificazioni.
Anche nella stampa di sinistra, purtroppo, capita di imbattersi in simili inciampi: quando (come in un articolo pubblicato su Liberazione nei giorni scorsi) ci si sofferma sul “Chavez-show”, il programma televisivo in cui il Presidente svolge la sua “narrazione popolare” a diretto confronto con i cittadini, si denunciano i programmi sociali (istruzione e assistenza sanitaria) e si finisce con il ricordare che “il capitalismo è vivo e vegeto a Caracas”, al punto che “le multinazionali godono di ottima salute”.
C’è quasi da chiedersi di che Venezuela si stia parlando. E perché mai allora gli Stati Uniti siano così preoccupati dall’avanzata del processo bolivariano, dalla sua forza progressiva e dall’effetto di traino che sta sviluppando in tutto il Subcontinente, ex “patio trasero” della potenza yankee. O perché Chavez riscuota sempre più diffuse attestazioni di solidarietà presso larghi settori dei movimenti contro la guerra e il neoliberismo, come testimoniano la sua partecipazione alle assise di Forum Mondiale e la recente mobilitazione sviluppatasi intorno all’appuntamento – poi revocato – del suo arrivo in Italia.
E’ necessario segnalare almeno alcune tematiche utili a comprendere l’attuale situazione del processo bolivariano. Intanto, la riforma agraria, la nazionalizzazione dell’industria petrolifera di Stato (la Pdvsa) e gli ulteriori espropri ai danni della borghesia compradora rappresentano tutti segnali della determinazione con cui il movimento di classe partecipa alla “rivoluzione bolivariana”, tenendo aperto il processo rivoluzionario democratico ad un esito di carattere socialista e comunque orientandolo ad una chiara trasformazione dei rapporti sociali di produzione.
Inoltre, i programmi sociali, ad esempio il programma di alfabetizzazione di massa e la campagna di assistenza sanitaria popolare “Barrio Adentro”, a norma di tutti gli indicatori, stanno conseguendo significativi risultati e – anche grazie alla strategica cooperazione cubana – contribuendo al miglioramento delle condizioni materiali di esistenza delle masse popolari, in particolare presso le popolazioni indigene.
Infine, le ripetute conferme elettorali di Chavez indicano la strada di una sempre più accentuata partecipazione popolare alla direzione materiale del Paese (testimoniata anche dal controllo operaio su alcune imprese espropriate), in un clima, peraltro, di profonda polarizzazione, con le “oligarchie” locali che controllano settori dell’amministrazione, della produzione e dell’informazione.
Certo, ciò non toglie che il processo sia aperto ai più diversi sviluppi e che permangano diverse contraddizioni: il ruolo chiave ancora giocato dai militari, dalle cui fila proviene, del resto, lo stesso Chavez; la carenza di quadri dell’amministrazione e della produzione in grado di alimentare le fila di una classe media nazionale democratica ancora pressoché inesistente; il ruolo di corpi intermedi che stentano a manifestare un proprio autonomo protagonismo. Tuttavia, l’accusa di populismo, che accomuna la propaganda borghese ai proclami imperialisti e che ancora si ascolta anche presso le file della sinistra “radicale”, non merita davvero di essere riproposta. A meno di non confondere partecipazione con plebiscitarismo o – peggio – di non guardare ai movimenti popolari con una vena di pur inconsapevole spocchia etno-centrica.