L’ombra lunga di Marwan Barghouti

Sulla crisi israelo-palestinese c’è, perlomeno, un’ombra. Nonostante le insistenze del governo di Ismail Hanyeh e della presidenza di Abu Mazen, sembra accantonata la questione dei prigionieri politici palestinesi – in totale sono 10.700 – da scambiare con il sequestrato caporale Igal Shalit. E pare scomparsa la questione delle questioni: la liberazione di Marwan Barghouti, leader indiscusso di Al Fatah in Cisgiordania, tra i dirigenti della prima intifada e responsabile diretto della seconda, e grande mediatore di pace. E’ stato infatti sostenitore degli accordi di Oslo saltati con la rioccupazione israeliana della Cisgiordania, promotore della «pace di Ginevra» e del più recente «documento dei prigionieri», un programma unitario tra Fatah e Hamas con il riconoscimento di fatto da parte dell’organizzazione integralista dell’esistenza d’Israele. Questo protagonista, dall’autorità pari solo a quella che fu di Yasser Arafat, è rinchiuso nelle prigioni di massima sicurezza israeliane dalla sua cattura del 15 aprile 2002; condannato poi nel 2004 a ben cinque ergastoli quale responsabile di attentati kamikaze. E’ l’uomo che in quel processo e in ogni interrogatorio a cui è stato sottoposto si è rivolto in ebraico ai suoi carcerieri e ai giudici, rivendicando il diritto dei palestinesi ad una terra e ad uno stato, insieme alla lotta del suo popolo legata a quella della sinistra pacifista israeliana.
Nel disastro mediorientale è l’unico leader in grado di riunificare quel che oggi si contrappone con le armi in pugno e «liberarlo è un investimento sul futuro, anche per Israele», ha ricordato in una recente intervista l’anziano fondatore dell’Olp, Haider Abdel Shafi. «Marwan Barghouti libero» è l’appello di una coraggiosa campagna internazionale per «aiutare le-i prigionieri palestinesi»([email protected]). Sulla liberazione di Marwan Barghouti si realizza quel poco che resta di unitario tra Hanyeh e Abu Mazen. Ed è certo che l’uscita dal carcere di Barghouti sarebbe decisiva per Al Fatah – anche se non è chiaro quanto sarebbe gradita a Mohammed Dahlan, l’uomo forte di Fatah a Gaza, legato all’intelligence americana per l’applicazione della fallita Road Map. Addirittura Amir Peretz, ministro della difesa israeliano responsabile della guerra in Libano, ha dichiarato che la liberazione di Marwan Barghouti «messa in agenda, potrebbe essere discussa e valutata sulla base del ritorno che il governo israeliano ne avrebbe». Ma non accadrà nulla.
All’inizio del settimo anno del terzo millennio la questione palestinese è meno di un’ombra, «un sogno che diventa agonia», dove rischia d’estinguersi, dentro miseria e annessa corruzione, l’obiettivo storico dello Stato di Palestina – come ha scritto Michele Giorgio. Così ora i palestinesi risultano condannati a non consistere in nulla e a non averne nessuna di statualità. Come chiede il «democratico» scrittore Avraham B. Yehoshua, già ispiratore del muro di cemento di Sharon, che su La Stampa di sabato scorso, mentre si è agurato il «non disimpegno dell’esercito israeliano in Cisgiordania», ha denunciato che «un crescente numero di palestinesi» persevera a non voler riconoscere lo Stato d’Israele e quindi «senza separarsi o disgiungersi da noi» punta «a trasformare Israele in uno Stato bi-nazionale» per poi trasformarsi «in un futuro ancora più lontano in uno Stato palestinese con all’interno una minoranza ebraica». Importa poco che le condizioni del non riconoscimento dello Stato palestinese da parte d’Israele siano tutte sotto i nostri occhi: che l’occupazione militare continui con il Muro che ruba terre arabe e con nuovi mega-insediamenti in Cisgiordania (dove arrivano i coloni, più 6% nel 2006, usciti unilateralmente da Gaza) che impediscono la continuità territoriale di uno stato palestinese; che solo a dicembre 15 bambini di Betlemme siano morti per mancanza di medicine e gli altri siano dilaniati da freddo e epidemie; e che i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano nel 2006 siano stati 660, il triplo del 2005, quasi tutti civili. Come ineluttabile appare che, divisi e mal sopportati, i palestinesi siano ormai condannati alla guerra intestina e che su questo, non su farmaci e alimenti, l’Amministrazione Bush investa ben 86milioni di dollari per armare le forze di sicurezza di Abu Mazen. Mentre l’Ue mette sanzioni (ai palestinesi, sic) e l’Italia staziona con duemila caschi blu nel Libano del sud. Ufficialmente per impedire la guerra tra Hezbollah e Israele, che però trova alimento nell’irrisolta questione dei territori palestinesi – e arabi – occupati. E dove l’attuale governo italiano, nel più classico dei «due pesi e due misure», appoggia a spada tratta il governo in carica nonostante non abbia il sostegno costituzionalmente richiesto di tutte le componenti sociali libanesi, quando a poche centinaia di chilometri, in Palestina, fa il contrario, non incontrando nemmeno il governo palestinese democraticamente eletto e sostenendo invece pericolose elezioni anticipate. E falliscono i «vertici», che dovremmo cominciare a chiamare «abissi internazionali»: il nulla dell’incontro Abu Mazen-Olmert, che bontà sua ha restituito fondi doganali palestinesi che aveva rubato, si assomma al niente del summit Olmert-Mubarak. Ombre palestinesi, fino a quando?