L’offensiva finale al lavoro australiano

Contrariamente a quanto scritto dai giornali ieri, la riforma della legislazione sui contratti di lavoro del primo ministro liberale australiano John Howard non è ancora una formale proposta di legge inoltrata al Parlamento di Canberra. Il sito governativo Workchoices è molto vago ed esprime solo petizioni di principio. Tutta la discussione ha origine da un comunicato stampa dell’ufficio di Howard. Ma questa è sempre stata la sua tattica: annunciare i provvedimenti senza svelarne il contenuto, che si saprà solo a fatti compiuti. Da quando la coalizione liberal-nazionale agraria è arrivata al potere, nel 1996, ha comunque avuto come obiettivi di lungo periodo lo smantellamento delle strutture sindacali (non per questo «simpatiche», avulse come sono dal rapporto con i lavoratori e «federate» ai laburisti) ; poi la privatizzazione totale della compagnia telefonica Telstra, completata al gran galoppo alcune settimane or sono – sebbene sia emerso che, per sostenere le azioni in vista della sua privatizzazione, la società si era fortemente indebitata a scapito degli investimenti reali; nonchè la privatizzazione di fatto dell’istruzione superiore, anch’essa ormai compiuta. Il principale ostacolo alla realizzazione del programma liberista risiedeva nell’assenza di una maggioranza al Senato (caso molto raro nella storia politica australiana). La maggioranza è stata conquistata nelle elezioni dell’anno scorso e il nuovo Senato è entrato in funzione nel luglio 2005. Dopo le telecomunicazioni tocca ora ai contratti di lavoro. L’Australia è innegabilmente uno dei più flessibili mercati del lavoro dei paesi Ocse. Precariato e part time assorbono il 40% dell’occupazione totale; il dato il più alto dell’Ocse, insieme a quello olandese, ed è solo in questo contesto che si deve interpretare il tasso di disoccupazione (al 5%). L’Australia ha quindi raggiunto un livello occupazionale elevato, ma basato sul precariato da un lato e sull’indebitamento delle famiglie dall’altro. In tali condizioni, con il sistema bancario sempre pronto ad elargire crediti e prestiti per i mutui, lavorare ad ogni costo è un’impellenza per cui ci si deve fare letteralmente in quattro. E’ ovvio che quando una gran parte – per di più crescente – della popolazione lavorativa è «a piede libero» il tasso di sindacalizzazione si abbassa.

Fino alla vigilia della recessione del 1991 e della sua catastrofica gestione da parte dei laburisti, che comportò la decurtazione del full time (che da allora continua a calare in percentuale sull’occupazione totale), il tasso globale di sindacalizzazione superava il 40%, oggi si situa sul 24% e nel settore privato è attorno al 15%. Il progetto governativo di sostituire i contratti di lavoro collettivi, siglati su base aziendale, con contratti individuali firmati separatamente da ciascun dipendente con la direzione, si inserisce in quadro di debolezza strutturale dei sindacati. Il fatto nuovo sarebbe rappresentato dall’eliminazione di questi ultimi dalla contrattazione, insieme all’annullamento della «giusta causa» nei licenziamenti in aziende con meno di 100 dipendenti. Vanno aggiunte la prerogativa governativa di proibire scioperi in caso una terza entità ritenga che l’azione vada contro l’interesse pubblico, il permettere scioperi non sulla base dell’apertura di una vertenza da parte del sindacato ma solo dopo consultazione dei dipendenti a scrutinio segreto e con varie settimane di preavviso.

I sondaggi hanno mostrato che la maggioranza della popolazione è contraria all’introduzione dei contratti individuali. Paradossalmente, però, il governo è aiutato dalla carenza di operai specializzati, che sta spingendo in alto i salari. La paventata recessione dovuta allo sgonfiarsi della «bolla immobiliare» finora non si è verificata; il governo può perciò sostenere che i salari sono in crescita per via della buona salute economica del paese e che il nuovo regime aumenterà sia la flessibilità sia i redditi da lavoro. Quindi tutto si regge sulla mantenimento di una «piena occupazione precarizzata».