L’Ocse: «pensioni da tagliare in fretta»

Il terrorismo si diffonde. Parliamo del clima di panico che i sacerdoti internazionali del liberismo cercano di incentivare nei paesi europei. Ieri l’Ocse – l’organismo che riunisce i 30 paesi più industrializzati del mondo – ha parlato presentando il suo periodico rapporto di approfondimento sulle economie dell’eurozona e anche tramite il suo capo-economista, Jean-Philippe Cotis, con un’intervista al giornale di Confindustria, IlSole24ore. Per dire le solite cose («senza le riforme, a partire da quella delle pensioni e in generale del welfare, la spesa pubblica italiana è destinata a esplodere»), ma in un crescendo di allarmismo («nel 2050 le spese per pensioni, sanità e assistenza sociale porteranno il debito pubblico al 365%»).
Eppure, al limite della schizofrenia concettuale, lo stesso organismo riconosce che «la ripresa nell’area euro si conferma», lasciando prevedere «un carattere più durevole dell’espansione economica». Ma non vuol sentir parlare di «scorciatoie sul fronte fiscale» (leggi: riduzione della tasse, con buona pace della stessa Confindustria e della destra), «altrimenti si mette a rischio il rientro sotto il 3% del Pil a fine 2007». Lodi alla Banca centrale europea, che da tempo sta alzando i tassi di interesse (anche se la sua politica viene giudicata «ancora espansiva»; ma se la moneta unica dovesse continuare a rafforzarsi, al punto da mettere in pericolo la crescita, allora la Bce dovrebbe agire di conseguenza, «riducendo il tasso di crescita dei tassi». La tesi è semplice: la «ripresa» in atto dovrebbe essere utilizzata soltanto per «riequilibrare i conti pubblici», con politiche di riduzione della spesa (che bloccano la crescita!) e «riforme strutturali» (pensioni, sanità, ecc).
Più equilibrato, una volta tanto, il commissario della Ue, Joaquin Almunia, che ha apprezzato il calo record del fabbisogno statale con un «ora diventa più facile riportare il deficit sotto il 3%». Anzi, a marzo – quando si avranno dati certi sul deficit 2006 – si potrebbe scoprire che già ora siamo abbondantemente sotto la previsione del 5,7%, maturata però dopo la decisione di «assumere» il debito delle Ferrovie nel bilancio dello stato.
La forte pressione liberista degli organismi internazionali viene accolta con qualche sommesso fastidio dal governo. Il ministro Damiano ha accolto con un sospiro le domande sull’«allarme Ocse», e si è visto costretto a far notare che «ogni giorno vengono forniti dati: quello che so è che i conti migliorano». Anzi. «nel sistema pensionistico le tre riforme degli anni ’90 hanno consentito di avere un risparmio dal ’96 al 2000 di oltre 100 miliardi di euro». Soldi sottratti evidentemente ai consumi interni, che debbono aver pesato in misura notevole sulla domanda di beni e servizi.
Gli inviti a procedere speditamente sulla via dell’ennesima «riforma delle pensioni» vengono perciò retoricamente stemperati. «Il nostro obiettivo non è fare cassa con le pensioni, ma tenere il sistema in equilibrio». E al termine posto del «riforma» preferisce usare il più morbido «manutenzione». Anche la data del 31 marzo, fissata nel «memorandum di intesa» con le parti sociali, diventa solo «indicativa». E, addirittura, una parte delle maggiori entrate fiscali andrebbero usate «per rivedere lo scalone».