L’Occidente prepara ricatti e provocazioni contro Lukashenko

(…) Nella misura in cui si avvicina la data delle elezioni presidenziali in Bielorussia (19 marzo) si delineano con maggiore precisione i dettagli della strategia, che è stata elaborata dai leader occidentali allo scopo di determinare gli esiti della consultazione. E’ chiaro che, di fronte all’evidenza della debolezza e della marginalità dell’opposizione bielorussa che le impediscono di accedere al potere con strumenti legali, i politici dei paesi dell’UE e degli USA hanno deciso di allestire scenari in cui sia possibile estromettere con la forza il potere legittimo esercitato dall’attuale dirigenza della repubblica, nel caso in cui Aleksandr Lukashenko venga confermato nel nuovo mandato. Come ha dichiarato il presidente del paese, nel corso di una recente riunione dedicata ai problemi della sicurezza nazionale, nel periodo elettorale gli organi di difesa dell’ordine pubblico saranno chiamati ad operare in una situazione certo non semplice. “Sapete quali pressioni vengono esercitate sulla Belarus: dallo scoperto ricatto ai tentativi di interferenza negli affari interni da parte dell’Occidente”.

Le caratteristiche della pressione esterna allo scopo di influire sull’esito delle elezioni presidenziali nella Repubblica di Belarus vengono descritte in un’intervista esclusiva a KM.RU dell’incaricato alle questioni della Bielorussia dell’Istituto dei Paesi della CSI Aleksandr Fadeev.

D. A suo avviso, quanto sono fondate le preoccupazioni di Lukashenko?

A. Fadeev. Purtroppo, corrispondono in pieno alla realtà. E ciò è stato confermato anche dalla commissione degli osservatori dei paesi della CSI, che oggi, alla vigilia delle elezioni, lavora in Bielorussia. Nel suo rapporto sulla situazione della campagna elettorale nel paese, la commissione ha avuto modo di far notare come tale fattore, cioè il tentativo di esercitare pressione per condizionare le elezioni presidenziali, eserciti un ruolo rilevante. E ciò preoccupa gli osservatori dei paesi della Comunità. Le forze esterne interessate descrivono intenzionalmente la Bielorussia come un “paese canaglia” dominato da un regime dittatoriale, dove vengono violati i principi democratici. Ciò è necessario per esercitare una continua pressione sulla dirigenza del paese. In particolare, mediante l’utilizzo del diritto internazionale, che permette tali interferenze nel caso in cui alla guida dello stato si trovi un dittatore. Questo è il marchio d’infamia con cui ormai da molto tempo si cerca di bollare Lukashenko. Tale situazione non è certo solo di oggi. Già nel 1999 il potere statale bielorusso fu dichiarato illegittimo dall’Occidente. A quel tempo si dovevano svolgere le elezioni presidenziali sulla base della nuova Costituzione. Ma esse non si tennero, in quanto nel paese si svolse un referendum, in cui il popolo della Bielorussia assunse la decisione di calcolare il mandato presidenziale dal 1996. Così le elezioni vennero rimandate di due anni. Come si vede, i tentativi occidentali di delegittimare Lukashenko non sono recenti. Ma in questo momento l’alleanza occidentale, evidentemente, ha deciso di andare oltre. Già ora le elezioni presidenziali vengono considerate falsificate, sebbene nessuna scheda elettorale sia stata ancora depositata nell’urna. Dal mio punto di vista, la campagna elettorale procede invece in modo assolutamente democratico. I rappresentanti dell’opposizione hanno potuto raccogliere tranquillamente le firme per la presentazione delle candidature. Esponenti dell’opposizione sono oggi in corsa per la presidenza. E insieme a Lukashenko il 17 febbraio hanno partecipato alla cerimonia solenne, in cui sono state formalizzate le candidature. Ora ci troviamo nella fase culminante della campagna elettorale. A tutti i candidati è stato concesso uno spazio televisivo. Così che non è assolutamente possibile parlare di discriminazione alcuna. Ritengo che l’Occidente abbia tutte le intenzioni di allestire uno scenario di destabilizzazione della situazione politica interna in Bielorussia, per favorire la rimozione del capo dello stato legalmente eletto. Ciò non è consentito da alcuna norma democratica e di diritto internazionale. Si tratta di una sfacciata interferenza negli affari interni di un paese sovrano.

D. In base a quello che dice, ci si dovrebbe aspettare che, in caso di vittoria elettorale di Lukashenko, immediatamente dopo i rappresentanti delle potenze occidentali dichiarino illegittimi i risultati?

A. Fadeev. Non c’alcun dubbio. Tutto induce a pensarlo. Washington e Bruxelles sicuramente dichiareranno le elezioni illegittime. Essi affermeranno che i risultati sono sicuramente frutto di una falsificazione, ecc. Indipendentemente dal fatto che le elezioni si svolgano o meno in modo democratico.

D. Quali paesi si impegneranno maggiormente nel corso delle elezioni e quali strumenti verranno utilizzati?

A. Fadeev. In primo luogo gli USA e i paesi dell’UE. A tal fine verrà utilizzata la pressione diplomatica con l’aiuto di istituzioni internazionali quali il Consiglio d’Europa, l’APCE, l’OSCE (di cui fanno parte anche paesi non europei). Un ruolo attivo nell’esercizio delle pressioni viene svolto dagli organi statali delle “grandi potenze”, in particolare il Congresso USA (che ancora l’8 marzo scorso, con un solo voto contrario, si è pronunciato per il rovesciamento dell’ “ultima tirannia d’Europa”, nota del traduttore) e ogni tipo di comitato e commissione presso i parlamenti di questi paesi. Nell’immediato futuro l’UE creerà un fondo che, secondo l’attuale proposta, dovrebbe essere destinato alla “lotta contro i regimi dittatoriali”. E dal momento che si è dichiarato che in Europa esiste un solo regime dittatoriale (in Bielorussia), non è difficile immaginare dove verranno principalmente dirottati i mezzi. Oggi esiste il problema di come definire tale fondo, che potrebbe senza ombra di dubbio essere chiamato “AntiLukashenko”. I soldi, si capisce, verranno destinati alla destabilizzazione della situazione politica interna della repubblica. Questi fondi sono necessari, poiché l’opposizione in Bielorussia è praticamente tutta orientata su posizioni filo-occidentali. E senza la sponsorizzazione da parte delle strutture politiche dell’Occidente, queste forze marginali, che non godono di alcun significativo appoggio nella società bielorussa, non possono sopravvivere. Sono di dimensioni estremamente ridotte, e per condurre una campagna contro Lukashenko (strumenti elettronici, attività editoriale, ecc.) hanno bisogno di investire mezzi colossali. A tale scopo emittenti radiofoniche sono già in funzione direttamente dai territori della Lituania e della Polonia. Per questa ragione, l’opposizione bielorussa continua a far appello all’uso della forza da parte dell’Occidente ed è pronta a sostenerlo. Però, tale variante di sviluppo degli avvenimenti non corrisponde innanzitutto alle norme del diritto internazionale. E ciò che è essenziale, non verrà permessa dalla Russia. Il nostro Ministero degli esteri ha già messo in conto questa possibilità, lanciando un ammonimento a tutte le forze perché non interferiscano in qualunque forma nella vita politica della repubblica.

D. Quali sono i candidati maggiormente appoggiati dall’Occidente?

A. Fadeev. Naturalmente, Aleksandr Milinkevic. Egli è presentato da un’odiosa struttura nazionalista, nota come “Fronte popolare bielorusso”. E’appoggiato anche dal Partito dei verdi, un organismo francamente microscopico. Le due ali del “fronte” sono sempre state filo-occidentali e non lo hanno mai nascosto. Milinkevic è appoggiato dall’ala guidata da Valentin Vecerko, un personaggio che ha cambiato il suo cognome in uno più “nazionale” – Vinciuk Vjacerka. Non occorre farsi illusioni. Il fatto che Milinkevic frequenti tutte le capitali occidentali la dice lunga sui suoi orientamenti politici. Egli è stato anche a Mosca, ma qui nessuno dei politici più in vista ha voluto incontrarlo, a parte chi ha perso in modo clamoroso le elezioni parlamentari (Nemtzov, tra i leader dell’Unione delle forze di destra, la principale formazione ultraliberista e filo-occidentale, nota del traduttore). Per quanto concerne Aleksandr Kozulin, leader del partito social-democratico “Gramada” ed ex rettore dell’università statale bielorussa, egli rappresenta, come si dice in Bielorussia, un “politico dilettante”. Non ha neppure ancora formulato un proprio programma politico, in cui siano precisati valori di fondo e principi strategici. E’ un oppositore politico oltremodo oscillante.

Traduzione dal russo di Mauro Gemma