Lo «stress» di Aldro

Federico Aldrovandi non è morto per le droghe, e neanche perché l’ossigeno non ha ventilato a dovere i suoi polmoni. Il decesso del ragazzo ferrarese è «un evento concausato», dovuto cioè a fattori tutti necessari ma da soli non sufficienti: se Federico non avesse ingaggiato una colluttazione con la polizia se ne sarebbe tornato a casa. Se le droghe non ci fossero state, probabilmente avrebbe resistito alla mezzora di «stress psico-fisico» che ha fatto correre all’impazzata il cuore del diciottenne scatenando una richiesta di ossigeno superiore al normale fino a determinare quella «insufficienza miocardica acuta» già riscontrata dalla perizia dei consulenti scelti dal pm. Se, infine, gli agenti per ammanettarlo non avessero compresso il ragazzo a terra per diversi minuti, Federico sarebbe ancora vivo. Questi i contenuti della perizia disposta dalla famiglia e depositata ieri. Ne parliamo con Antonio Zanzi, uno degli estensori.

Quali sono le principali divergenze tra le vostre conclusioni e quelle dei periti della procura?

Essenzialmente la causa della morte. Noi la attribuiamo a una asfissia posizionale dovuta alla postura che è stato costretto ad assumere, successivamente alla colluttazione con la polizia e nel momento dell’ammanettamento. A nostro avviso si tratta di una delle tre componenti che hanno causato il decesso. Siamo d’accordo con i consulenti del pm, ad esempio, sullo stato di agitazione psicomotoria del ragazzo, anche se per noi essa è dovuta principalmente allo scontro con gli agenti. Per loro, invece, sembra di capire che l’agitazione del giovane sia stata determinata sia dalla colluttazione che dalle droghe.

Che per i consulenti del pm hanno avuto un ruolo determinante nella morte di Federico.

Anche noi riconosciamo ipoteticamente un ruolo alle sostanze assunte dell’Aldrovandi. Ma va detto con chiarezza che l’assunzione di ketamina, in dosi minime, può fare aumentare di pochi battiti la frequenza cardiaca e di qualche millimetro di mercurio la pressione sanguigna. L’alcol etilico era in una concentrazione assolutamente risibile. E la morfina ritrovata è in concentrazioni tali da non provocare uno stato di overdose. Ovvio che l’overdose è sempre un dato soggettivo, ma se si presume che l’Aldrovandi avesse assunto eroina, essa rende i centri respiratori meno sensibili alla concentrazione di anidride carbonica. Concordiamo, quindi, sull’effetto di inibizione dei centri respiratori, ma solo in misura lieve. A nostro avviso tutto questo ha portato a un’esagerata richiesta di ossigeno da parte del fisico e del cuore, che è venuto a mancare quando il soggetto è stato sbattuto per terra e ammanettato a faccia in giù, con il viso premuto contro l’asfalto. In questa condizione è venuta a mancare la piena capacità del mantice respiratorio, cioè le costole non avevano la possibilità di allargarsi e il diaframma di contrarsi. Difatti, Aldrovandi muore quando è a terra, quando finalmente riescono a mettere la seconda manetta.

A vostro avviso nella perizia dei pm ci sono anche errori tecnici?

Non è una morte di così facile comprensione. Va considerato che anche i consulenti del pm hanno, seppur frettolosamente, preso in considerazione il blocco del mantice respiratorio. Ma si sono riferiti alla cosiddetta asfissia traumatica, sostenendo che siccome mancano i segni di una compressione violenta vuol dire che non c’è stata asfissia. Ma noi diciamo che si tratta di un’asfissia posizionale. Quindi è colpa della polizia? Questa è una domanda che non deve rivolgere a me. Noi non accusiamo nessuno, il nostro compito era solo individuare la causa della morte.