Lo strappo di Castelli contro il pm Spataro

C´è una minacciosa coerenza in Roberto Castelli, il tragicomico ministro di Giustizia. E´ un errore liquidare le sue iniziative come se fosse un somaro. Non lo è. E´ un briccone che, con i suoi inganni e trasgressioni e strappi, modifica l´esistente; muta il segno di una cultura giuridica; prepara il terreno di una grave involuzione dei diritti e delle libertà. E´ lo stolto che viola il senso comune e, candidamente, “onestamente”, dice quel che altri nel governo e nella maggioranza pensano debba essere il ruolo della magistratura e la “missione” del magistrato. Come si sa, l´ultima polemica che il ministro ha sollevato riguarda la richiesta di estradizione dei ventidue agenti della Cia che, il 17 febbraio del 2003, sequestrarono a Milano l´imam radicale Abu Omar. Con molte probabilità, Castelli non presenterà la richiesta alle autorità americane. Perché, dice, quel pubblico ministero di Milano, Armando Spataro, è un «magistrato militante» (ha votato alle primarie dell´Ulivo) e dunque le sue carte vanno esaminate con cura (possono nascondere «un teorema antiamericano»).
Naturalmente sono irritanti sciocchezze. Nessuno può impedire a un magistrato di partecipare alla vita pubblica – è un suo diritto costituzionale – senza per questo dover essere considerato meno imparziale. Come non è né un dovere né un diritto del ministro valutare la fondatezza delle fonti di prova, già vagliate da un giudice e da un tribunale. La legge chiede al ministro soltanto di verificare se quella richiesta compromette interessi essenziali dello Stato. Se non li compromette, Castelli ha l´obbligo di domandare agli Stati Uniti l´estradizione dei ventidue agenti segreti. Ora è, però, evidente che l´accusa di antiamericanismo e di politicizzazione del pubblico ministero, come la presunta funzione attiva del ministro nelle pratiche di estradizione, è soltanto l´escamotage per giustificare la decisione di non presentare la domanda a Washington. E questo appare il nocciolo più preoccupante dell´affare e non l´insulto, soltanto l´ennesimo, a un magistrato rispettato e di eccellente reputazione e ai suoi diritti di cittadino. Ancora più allarmante è il perché Castelli non muoverà un dito per sollecitare l´estradizione degli agenti della Cia. Il ministro pensa che abbiano fatto il loro lavoro. Legittimo, addirittura meritorio. Anzi i ventidue, pur violando la nostra sovranità nazionale, hanno fatto una cortesia al Paese togliendoci dai piedi un pericoloso fanatico islamista. Impegno che avrebbe dovuto essere della magistratura italiana, ma che i giudici di casa nostra, ideologicamente prigionieri di un insensato garantismo, non riescono ad affrontare.
Degradandolo a somaro, trascuriamo colpevolmente le infauste convinzioni del ministro (e del governo che non lo contraddice). Castelli ha più volte ripetuto che la Costituzione regola i diritti dei cittadini italiani, non dei “non-italiani”. Ai quali, a suo avviso, andrebbe applicato in nome del «comune sentire», una dottrina pre-giuridica di autodifesa preventiva; un “diritto d´eccezione” che sappia guardare alla probabile pericolosità dell´indagato e non alla possibile responsabilità; all´identità del nemico più che alla prova dei suoi atti di inimicizia; al reo e non al reato. I giudici, secondo Castelli, dovrebbero decidere anche contra legem in nome del “vero e reale diritto del popolo” perché le toghe, a suo avviso, devono soltanto preoccuparsi di essere in sintonia “con le leggi dell´anima popolare, con le leggi di vita della propria comunità”. E´ un disegno che il “somaro” persegue con coerenza da quando è ministro. Cancella nei tribunali la scritta «La legge è uguale per tutti» sostituendola con «La giustizia è amministrata in nome del popolo». Polemizza con magistrati meridionali che al Nord non saprebbero interpretare il «comune sentire» del «popolo padano». Minaccia interventi disciplinari contro i magistrati che si rifiutano di applicare una giustizia sostanziale contro i migranti, islamici o no.
Questa riedizione – inconsapevole, grossolana e non per questo meno pericolosa – della dottrina nazionalsocialista della Volksgemeinschaft (comunità di popolo) può mutare radicalmente l´ottica della giurisdizione. Di certo, si è già insinuata malignamente nelle idee correnti di una parte dell´opinione pubblica: il lavoro del giudice non è la protezione dell´individuo o della legge. Egli deve essere al servizio della comunità e quindi ha il compito fondamentale di assicurare il rispetto non della legalità, ma dell´ordinamento vitale del popolo. E´ un monstrum giuridico che il centro-sinistra e la magistratura dovrebbero affrontare con maggiore determinazione. Dopo il discredito che il governo è riuscito a gettare sui magistrati, ci manca soltanto che l´opinione pubblica sia conquistata dall´idea che il mestiere del giudice debba essere difendere, salvaguardare e custodire il «diritto popolare», il «sano sentimento del popolo». La forcible abduction (il prelevamento forzato) di Abu Omar da parte degli agenti della Cia può essere un buon terreno di battaglia politica e civile, ammesso che ci sia in giro qualcuno che abbia la voglia di affrontarla. Sono in gioco diritto internazionale e sovranità nazionale (per la prima volta, nella nostra storia, un indagato è stato sottratto all´autorità giudiziaria e condotto con la forza in uno Stato terzo); il diritto fondamentale dell´individuo (Abu Omar è stato imprigionato, torturato, incarcerato senza alcun processo); lo Stato di diritto e quindi la qualità della nostra democrazia; una nera concezione della giurisdizione. Non paiono questioni che si possono licenziare con un sorrisetto burbanzoso dedicato al somaro e con un atto di solidarietà per il malcapitato pubblico ministero. O no?