Lo strano caso del dottor Benjamin Netanyahu

Nonostante i sondaggi in Israele diano il Likud tra i 17 e i 23 seggi (pubblicati di recente dal giornale Makor Rishon), la probabilità di vedere un ritorno in grande stile di Benjamin Netanyahu non è sottovalutata. Secondo l’opinionista di Haaretz e del Forward Bradley Burston, come già avvenne nel 1996 non è escluso che Hamas, dopo aver eletto il suo candidato elegga anche quello di Israele. Nel 1996 Netanyahu arrivò al potere sull’onda dell’insicurezza creata dalla miriade di attentati suicidi di Hamas nelle strade e negli autobus di Israele. Non a caso gli slogan elettorali del Likud puntano sulla rabbia e la paura nei confronti degli integralisti palestinesi ora al governo. Nello slogan televisivo del partito di Netanyahu «Forti contro Hamas» la parola Likud è più piccola della parola Hamas. Il consenso perso da Netanyahu tra i lavoratori con le sue politiche liberiste da ministro delle finanze potrebbe essere recuperato con l’insistenza sulle questioni della sicurezza. Netanyahu è un uomo che ha costruito la sua carriera e le sue preziose relazioni internazionali proprio come esperto di terrorismo. Dopo aver studiato Business Administration negli Stati uniti e aver servito l’esercito israeliano nelle unità di élite, venne nominato ambasciatore israeliano alle Nazioni unite (1984-1988). Negli Usa venne frequentemente invitato in trasmissioni televisive riguardanti le questioni legate al terrorismo esponendo la versione dei fatti del Likud. La famiglia Netanyahu costituì un Istituto dedicato alla memoria di Jonathan fratello di Benyamin, caduto nel 1976 durante l’operazione di recupero ostaggi a Entebbe. L’obiettivo dell’istituto era quello di mobilitare governi e opinione pubblica in occidente per muovere guerra al terrorismo e agli stati che lo appoggiavano. Un piccolo volumetto, curato da Netanyahu, intitolato «Terrorismo. Come l’occidente può sconfiggerlo», tradotto in Italia da Mondadori, impressionò fortemente il Presidente Reagan e pare ispirò l’attacco alla Libia del 1986. Netanyahu è anche autore del testo «Fighting terrorism», una sorta di manuale in cui dimostra una certa conoscenza di fatti e situazioni locali, al punto che in Italia si sofferma sulla figura di Pietro Secchia, sulla «Volante rossa» e su Giangiacomo Feltrinelli Il Jonathan Institute organizzò alcune conferenze internazionali sul terrorismo, la prima si tenne nel luglio del 1979 a Gerusalemme e vi parteciparono giornalisti, studiosi e governanti provenienti da una dozzina di nazioni, la seconda si tenne a Washington nel giugno del 1984 e, dalle sue conclusioni, Netanyahu trasse il materiale per il suo volume sul terrorismo. Se si guardano i nomi di coloro che intervennero alla conferenza si notano esponenti neoconservatori americani come Charles Krauthammer, Jeane Kirkpatrick, Michael Ledeen, Daniel Patrick Moynihan, Midge Decter, Walter Berns e altri. I neoconservatori già presenti nell’amministrazione Reagan e poi nella prima amministrazione di George W. Bush hanno sostenuto le politiche più intransigenti di Israele nei confronti del mondo arabo. I coniugi neoconservatori David e Meyrav Wurmser assieme a Richard Perle e Douglas Feith avevano preparato nel 1996 un dossier per il neo primo ministro Netanyahu, che auspicava la rottura del processo di pace e l’invasione dell’Iraq come primo passo verso la trasformazione del Medio Oriente. Anche in economia il report chiedeva un taglio con il passato laburista e statalista che indeboliva la nazione portandola alla paralisi strategica. Il famoso Pnac (Project for the New American Century) fondato da Robert Kagan eWilliam Kristol costituito nel 1997 preparò un piano per cambiare il Medioriente che prevedeva, l’invasione dell’Iraq, il sostegno a una repressione israeliana nei territori, il bombardamento delle basi Hezbollah nel sud del Libano e campagne militari contro Siria e Iran. Il Pnac fu il fattore chiave per l’alleanza tra neoconservatori, destra cristiana e destra repubblicana di Donald Rumsfeld e Dick Cheney che contribuì alla prima elezione di George Bush. Il sostegno di Rupert Murdoch si aggiungeva a quello di Conrad Black proprietario di National Interest e del quotidiano israeliano Jerusalem Post. Quando il 19 Gennaio del 1998 il primo ministro Netanyahu arrivò a Washington per un incontro con il presidente americano Clinton sulle difficoltà del processo di pace in Medio oriente simbolicamente incontrò prima 1000 esponenti della destra cristiana guidati da Jerry Falwell che lo salutò come «il Ronald Reagan di Israele». Netanyahu si poneva in continuità con la visione del Likud che oltre al governo degli Stati uniti riteneva importante coltivare buone relazioni con la Christian Right per la sua influenza politica e il suo sostegno finanziario. La galassia delle organizzazioni della Christian Right in maggioranza sostiene il Likud e le organizzazioni ad esso affiliate negli Stati uniti specie per quanto concerne alcune questioni come Gerusalemme unita sotto la sovranità israeliana, assistenza militare ed economica allo stato d’Israele e l’espansione delle infrastrutture e degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Netanyahu, come avvenuto in America con Bush, potrebbe mettere insieme degnamente le due destre israeliane: quella religiosa e fondamentalista e quella neoconservatrice, liberale in economia e «iperattivista » in politica estera. Il neoconservatorismo si è radicato anche in Israele grazie a uomini vicini a Netanyahu. La fondazione Shalem Center è il perno di questa operazione e ha curato la traduzione dei classici del conservatorismo e del liberismo come Friedrich Von Hayek e Milton Friedman oltre che gli articoli del famoso Irving Kristol. La rivista dello Shalem Center, che si può considerare l’organo dei neoconservatori israeliani, si chiama Azure ed è stata fondata nel 1996 l’anno della vittoria di Netanyahu alle elezioni.