Lo stato sociale grava sulle donne, lo dice l’Istat

Lo stato sociale grava sulle donne, lo dice l’Istat: disoccupate, sottoccupate, sfruttate, precarie, meno pagate degli uomini, ostacolate e tagliate fuori dai posti di potere da sempre.

Questo governo, con il bene placet di un’opposizione compiacente, per reperire fondi da utilizzare per cercare di tamponare il debito pubblico, fra tante altre “mascalzonate”, innalza l’età pensionabile delle donne lavoratrici del privato a 65 anni, esattamente come aveva fatto in precedenza nel pubblico impiego.
Anche questa volta, non sembra che ci siano particolari rimostranze, né da parte delle Signore Parlamentari (che però si suppone abbiano soldi a sufficienza per ingaggiare babysitter, collaboratrici domestiche e badanti), né da parte del resto delle Sorelle d’Italia, anche di quelle impegnate nel sociale, nel sindacato, nella politica locale, che dovrebbero conoscere “di pancia”, le problematiche della vita reale e l’impatto che cinque anni in più di lavoro fuori casa, possono avere sulla vita femminile in generale.
A 65 anni una donna, in linea di massima, può essere nonna (non contando che essendosi innalzata anche l’età biologica e di scelta in cui si può diventare madri, si possono avere ancora perfino figli piccoli proprii), può avere genitori anziani in casa, magari non autosufficienti, ha sicuramente una casa e un marito, un compagno o anche solo un animale da compagnia cui badare e, non ultimo, può avere un figlio quarantenne precario e mal retribuito, o peggio, disoccupato.
In una qualunque di queste situazioni drammatiche, la donna lavora (quando va bene) 8 ore al giorno in ufficio, in fabbrica,in ospedale, in cooperativa, nel campo dei servizi, dell’artigianato, in agricoltura et cetera e poi, secondo i dati divulgati dall’ISTAT, si dedica ai compiti domestici per ben 3 ore e 36 minuti al giorno in più del suo partner che invece, all’arrivo a casa, trova finalmente il tempo per dedicarsi a se stesso e ai propri svaghi.
A 65 anni, una donna al lavoro, sottrae anche il posto a un’altra donna che invece di anni ne ha la metà, che magari è madre, che magari è laureata e che per avere “la grazia” di un sottopagato posto di lavoro qualsiasi, spesso deve firmare le dimissioni in bianco al momento dell’assunzione.
Le donne si devono accontentare, il più delle volte, di essere sotto-inquadrate, di guadagnare meno dei colleghi uomini, a parità di mansioni e livelli, di accettare il part-time, perché è l’unico modo per essere coinvolte nel mondo del lavoro.
Il Rapporto annuale dell’Istat, presentato nel 2011 a Montecitorio dal Presidente Enrico Giovannini, parla chiaro: l’Italia è il Paese con il minor numero di donne occupate, dopo Malta e l’Ungheria.
Giovannini presenta anche uno scenario, in cui risulta essere inconfutabile che l’Italia è anche il III Paese in Europa, in cui le donne vengono maggiormente sfruttate e sottovalutate.
Sulle loro spalle pesano le mancanze di supporti sociali, che si sono accumulate nel tempo, di governo in governo, nel dopoguerra: carenza di asili nido, insufficienza di luoghi e personale destinati all’assistenza agli anziani.
Le donne supportano tutto il peso della casa, dei bambini e degli anziani e, quando escono dalle mura domestiche, si vedono assegnare come se fosse per benevolenza di chissà quale entità superna, posti di lavoro sempre più umili e prosciuganti: “La catena di solidarietà femminile tra madri e figlie, su cui si è fondata la rete di aiuto informale rischia di spezzarsi”, avvisa l’Istat, ribadendo una situazione al limite della rivolta e, Giovannini, ripete il monito: “I giovani e le donne hanno pagato in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità.
Le donne vivono un’inaccettabile esclusione dal mercato del lavoro.
Per di più, il carico di lavoro familiare e di cura gravante su di loro rende più vulnerabile un sistema di ‘welfare familiare’ già debole, nel quale esse hanno cercato di supplire alle carenze del sistema pubblico”.
Le donne italiane rappresentano l’unico caso europeo di lavoratori, sfruttati in due ambiti diversi: nella sottoccupazione esterna e nella cerchia famigliare.
Il mercato del lavoro le svaluta continuamente, le sfrutta e se ne libera il prima possibile.
D’altro canto, mandandole in pensione in età così avanzata e non provvedendole di servizi sociali d’appoggio, il Governo di fatto le costringe a questo “status unicum”, di persone obbligate a un doppio lavoro legalizzato: per una parte, quella fuori casa, sottopagato e per l’altra, quella casalinga, non pagato affatto; entrambi in alcuni frangenti privi di contribuzione pensionistica.
L’Istat afferma che, nel 2010, si è esasperata la qualità del lavoro femminile: l’occupazione qualificata è scesa a 170.000 unità, mentre è aumentata di 108.000 unità, quella non qualificata.
In sintesi sono state espulse dal mercato del lavoro le donne istruite e si sono moltiplicate o riciclate, badanti e dipendenti nei servizi di pulizia, in agricoltura, straniere o italiane senza titoli di studio e il part-time forzato per le donne, è cresciuto di 104.000 unità.
L’ occupazione femminile nel 2010 è arrivata al 46,1%, cioè 12 punti percentuali in meno di quello europeo.
Il Sud conquista la maglia nera del diritto al lavoro negato alle donne: solo 3 donne su 10 sono occupate, contro le 6 su 10 del Nord e, maggiormente, in posti di bassa manovalanza rispetto agli uomini.
A proposito di tale argomento, di sproporzione salariale e sottoinquadramento, l’Italia si riunisce nella politica e nel mercato, perpetrando senza vergogna e sistematicamente, disparità fra i sessi
Il 23% delle lavoratrici “gode” di un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta, mentre gli uomini si trovano al 31%.
Sembra che invece di evolversi, la situazione torni continuamente indietro a un passato senza diritti dei lavoratori di tipo ottocentesco.
Le donne sono macinate in questo circolo vizioso: nel 2010 si è maggiormente acutizzata la “disparità salariale di genere” e la retribuzione netta mensile delle lavoratrici dipendenti è stata circa di 1077 euro, contro i 1377 dei colleghi uomini, il 20% in meno a parità di mansioni e di qualifiche.
Le donne vengono continuamente citate dalla politica dei centristi (compreso centro-destra e centro-sinistra) come fulcro della famiglia.
In sostanza, essendo procreatrici, come baricentro della “famiglia tradizionale” tanto evocata dai conformisti, fatto salvo che ad esse, proprio in quanto congetturabili madri, il posto di lavoro viene assegnato sempre più spesso dietro la preventiva firma di dimissioni in bianco, per un totale di 800.000 madri senza lavoro, dopo la nascita di un figlio.
Le donne che scelgono di avere bambini, in realtà sono un peso per il mondo del lavoro così come strutturato nel 2011: 800.000 donne licenziate o costrette a dimettersi, rappresentano l’8,7% di tutte quelle che lavorano o sono in pensionate.
I dati sono impressionanti, dacché si evince che, oltre a essere espulse dal posto di lavoro durante la gravidanza, unicamente 4 madri su10 riprende l’attività, ma, anche qui con gran disparità di numeri nel Paese-Italia: 1 su 2 al Nord e circa 1 su 5 al Sud.
Se la donna fuori casa lavora molto, ottenendo poco profitto, poca considerazione e poca realizzazione di sé, in casa lavora moltissimo e gratis.
Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie, è svolto dalla donna e quando si parla di “lavoro domestico”, si intende anche la parte sociale di cura dei bambini e degli anziani.
Le donne occupate tra i 45 e i 64 anni lavorano di 1 ora e 33 minuti in più rispetto al proprio partner.
Esse si fanno anche carico degli aiuti cosiddetti informali, quel tipo di assistenza gratuita e affettiva fra persone che non abitano insieme: parenti, amici conoscenti, persone sole sul pianerottolo accanto.
Per tutti questi motivi le donne diminuiscono continuamente il tempo dedicato a se stesse, alla propria persone, agli sport, agli hobbies: perché hanno sempre meno spazi di libertà a disposizione, a differenza degli uomini che, anche in questo frangente, fanno la parte del leone.
Se poi si parla di potere vero, allora si entra in un deserto senza fine, almeno secondo la classifica stilata alla fine del 2010, dal prestigioso giornale “Financial Times”.
L’esigua presenza femminile italiana, capeggiata da Emma Marcegaglia Presidente di Confindustria, erede dell’azienda di famiglia, che si è piazzata al ventinovesimo posto, è rimpolpata solo da 3 donne manager che, pur non ricoprendo incarichi di vertice assoluto, svolgono compiti strategici all’interno delle rispettive Aziende.
Daniela Riccardi, amministratore delegato della Firma di moda Diesel, Monica Mondardini, Ad del gruppo L’Espresso, e Patrizia Grieco, che ricopre il medesimo incarico in Olivetti, sono le uniche a spiccare sul vuoto cosmico del potere femminile italiano.
Fra le prime 50 donne di potere al mondo invece eccellono Manager di paesi emergenti quali Indra Nooyi, indiana della PepsiCola, Andrea Jung canadese della Avon Products, Güler Sabanci turca della Sabanci Group, Irene Rosenfeld americana della Kraft Foods, Dong Mingzhu cinese della Gree Electric Appliances Int. Development, Ursula Burns americana della Xerox, Yoshiko Shinohara giapponese della Temp Holdings, Ellen Kullman americana della DuPont, Cheung Yan cinese della Nine Dragons Paper Cinae, Patricia A. Woertz americana della ADM.
Un’evidente rivincita delle donne americane e di quelle provenienti dai paesi emergenti, che sfidano e vincono società maschiliste e che mi fanno chiedere: a quando da noi?