LO STATO DI BUSH

“Gaza 19 gennaio 2008, ore 20.00: purtroppo vedo che ancora una volta i siti dei maggiori giornali italiani, a partire da “Repubblica”, e le televisioni, non danno nessuno spazio alle notizie sulla popolazione civile di Gaza, se non per dire che i Qassam arrivano su Sderot. La politica italiana ed europea appare totalmente assente su questo argomento. Negli ultimi giorni decine di palestinesi sono stati ammazzati con missili sparati dall’aria, molti sono civili, bambini e donne. Nulla a vedere con la resistenza armata.
Ieri l’esercito israeliano ha bombardato il ministero dell’Interno palestinese e il quartier generale della polizia della marina. Una donna è morta e altri 30 sono stati feriti mentre festeggiavano un matrimonio nel palazzo a fianco – quindi civili ancora, non militanti. B’tselem riporta che, nel 2007, 290 palestinesi sono stati uccisi a Gaza e di questi 101 erano civili tra cui circa 40 bambini, evidentemente non resistenti armati.
Ieri il ministero della Difesa israeliano ha totalmente chiuso i due valichi per Gaza ancora aperti (Erez per le persone e Karni per le merci). Erez sarà’ sicuramente chiuso fino a martedì 22. Sui passaggi di merci non si
conoscono i tempi. Già l’Onu ha segnalato che le misure colpiscono l’intera popolazione. La situazione si aggrava giorno per giorno. Le ultime notizie sono che da oggi non si vende più benzina nelle stazioni di servizio. Il gas in bombole per il riscaldamento e per cucinare sta finendo. La compagnia elettrica ha già comunicato che da domani mattina non potrà più fornire energia. La popolazione di Gaza sarà completamente al buio e al freddo e anche senza acqua tutto il giorno tutti i giorni. I pochi più fortunati che hanno generatori elettrici e scorte potranno resistere pochi giorni. Le pompe dell’acqua non potranno funzionare ma la gente dovrà bere e berrà quello che troverà a portata di mano con enormi rischi per la salute. La mobilitazione va avviata immediatamente, occorre dar forza alle denunce delle agenzie dell’Onu che parlano di crimini verso civili, Israele mette in atto misure indiscriminate contro la popolazione”.
Così ci scrive Lino Zambrano, cooperante dei Cric in quei giorni in continuo movimento tra Gerusalemme e Gaza (quando le autorità israeliane gli permettono di entrare]: cronache quotidiane della vita dei palestinesi sotto assedio nella Striscia di Gaza. Notizie interessanti per i nostri media, che si limitano a segnalare i morti palestinesi solamente quando superano un certo numero nello stesso giorno.

CONFERENZA UNILATERALE
La Palestina dimenticata, rimossa, cancellata, è rispuntata nelle cronache della politica internazionale negli ultimi mesi per due avvenimenti strettamente collegati tra loro: la “conferenza internazionale” di Annapolis e la visita del presidente statunitense George W. Bush in Israele, Arabia saudita, Emirati arabi, Kuwait, Bahrein ed Egitto.
La conferenza di Annapolis dello scorso dicembre è stata impropriamente definita “conferenza internazionale”. In realtà si è trattato di un incontro convocato unilateralmente dall’amministrazione statunitense – sotto la regia di Condoleeza Rice – e alla quale sono stati invitati paesi non solo del Medio Oriente sulla base della sola volontà statunitense.
Questo non ha evitato che molti si siano sbracciati per far notare il loro peso in quella decisione: è il caso del ministro degli Esteri italiano D’Alema, che in un’intervista rilasciata ad “Affari Internazionali” sottolineava quanto l’Italia abbia “svolto un ruolo importante… in particolare per la partecipazione dei paesi arabi” e dichiarava che “se il processo di pace dopo sette anni di stasi è tornato al centro dell’agenda internazionale è anche merito dell’Italia e dell’Europa”.
Le cose non stanno proprio come dichiara il solerte ministro italiano. L’incontro di Annapolis, che formalmente aveva al centro il processo negoziale tra israeliani e palestinesi, aveva in realtà ben altri obiettivi. Come ha scritto Phillys Bennis, “la cornice di questa conferenza – modellata dall’unilateralismo e dalla potenza globale statunitense, dall’espansionismo israeliano e dalle sue politiche militariste e di apartheid, dal militarismo e dalla repressione dei paesi arabi e dalle divisioni e debolezza palestinesi -non lascia molte speranze per una pace giusta, complessiva o duratura”.
Gli obiettivi politici di Annapolis avevano a che fare molto più con l’insieme del Medio Oriente e con la guerra che gli Stati Uniti stanno portando avanti nella regione e con i propositi di un suo allargamento.

SGUARDI VERSO L’IRAN
Obiettivo fondamentale, in questo quadro, il rafforzamento del sostegno dei governi arabi alle strategie statunitensi in Medio Oriente, incluse la guerra in Iraq e la possibile escalation delle pressioni contro l’Iran. I paesi arabi alleati degli Usa effettivamente temono il ruolo regionale dell’Iran: non tanto a causa della divi sione tra sunniti e sciiti – come insistono le banalizzanti analisi che sentiamo spesso a casa nostra, ma anche le strategie applicate dagli Usa in quella regione [vedi l’articolo di Ornella Sangiovanni sull’Iraq in questo numero] – quanto perché dopo la cancellazione, almeno temporanea, dello stato iracheno l’Iran rappresenta oggi l’unico paese della regione che possiede le tre risorse fondamentali per svolgere un ruolo da potenza regionale: la ricchezza delle materie prime petrolifere, risorse idriche sufficienti, una popolazione numerosa in un territorio vasto.
Gli Stati uniti hanno bisogno del sostegno dei governi dei paesi arabi – in particolare di quelli dove sono presenti loro basi militari – per portare avanti la loro strategia di guerra permanente in Medio Oriente. Una guerra che si combatte in diverse forme e con fasi differenti. Come scrive Michel Warshawski, “Ad Annapolis gli Usa e i loro alleati hanno messo a punto i piani per la prossima guerra, senza esitare a parlare anche di attacchi nucleari. È una guerra contro l’Iran, contro il Libano ed Hezbollah, contro Hamas e il popolo palestinese, parte della guerra globale pianificata dai neoconservatori di Washington e Tel Aviv”.

INTERESSI ISRAELIANI E INTERESSI ARABI
I governi arabi, dal canto loro, possono tornare e casa da Annapolis con i loro discorsi generici a favore della libertà dei palestinesi, che potranno provare a vendere alla loro opinione pubblica, ma nessun fatto concreto per i palestinesi, e potranno prepararsi ad appoggiare nuovamente Bush nella prossima guerra. Il che non esclude differenze e anche un conflitto sotterraneo con la stessa amministrazione statunitense, che si è visto in particolare in Arabia saudita, dove ad esempio il presidente Usa non è riuscito a ottenere l’aumento della produzione di petrolio sollecitata per abbassarne i prezzi.
È però, evidentemente, Israele a ottenere il migliore risultato dalla conferenza di Annapolis. Il primo ministro Olmert è convinto che questo sia un momento favorevole a Israele per provare a ottenere quello che in questi anni non è riuscito ai suoi predecessori: trasformare l’occupazione in un dato politico permanente, accettato dalla comunità internazionale, attraverso una soluzione che renda definitivo il controllo israeliano sulla politica e sulla vita dei palestinesi.
Nella leadership politica israeliana circolano due ipotesi: Olmert è probabilmente convinto della possibilità di sfruttare il sostegno di Bush e la debolezza palestinese per arrivare alla definizione di uno “stato provvisorio” palestinese che in realtà non andrebbe oltre quanto il Muro sta definendo sul campo; dall’altra parte, personaggi come Netanyahu ma anche come il ministro della Difesa Barak pensano che la strada del negoziato sia inutile e dannosa e che sia preferibile proseguire con la politica dell’imposizione dello status-quo in maniera indefinita.

BUSH IN MEDIO ORIENTE
La visita di Bush nei paesi mediorientali, all’inizio di gennaio, ha rappresentato il proseguimento dell’incontro di Annapolis. Anche in questo caso al centro era più l’Iran che non la Palestina. Il quotidiano israeliano “Ha’aretz”, descrivendo l’incontro di Bush e Olmert, cominciava dicendo che “il programma nucleare iraniano era al centro dell’incontro a porte chiuse tra Bush e Olmert”. Bush ha voluto rassicurare pubblicamente il governo e i dirigenti israeliani che il rapporto dell”U.S. National Intelligente Estimate (Nie)”, secondo il quale l’Iran non avrebbe attualmente alcun progetto per armi atomiche e non è prevedibile che l’abbia nel prossimo futuro, non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla politica dell’amministrazione statunitense: 1i report del Nie potrebbe aver suggerito a qualcuno l’idea che gli Usa non pensino che l’Iran rappresenti una minaccia”, ha dichiarato Bush in Israele, aggiungendo che “l’Iran continua a essere una minaccia per la pace mondiale”.
Naturalmente Bush vola in Israele anche per ribadire la sua “proposta” per la soluzione del conflitto. In particolare nell’ultimo giorno della sua visita Bush ha parlato della necessità della nascita di uno stato palestinese “funzionale, indipendente e con contiguità territoriale” e che Israele avrebbe dovuto mettere fine con questo all’occupazione. A parte lo stupore nel sentir parlare Bush di occupazione – termine che molti giornalisti e politici italiani non riescono nemmeno a pronunciare – dobbiamo avere ben chiaro quali siano i termini di questa proposta: Israele si annetterebbe i grandi blocchi di insediamenti (mentre dovrebbe “rinunciare” agli “avamposti illegali” e ali—espansione degli insediamenti”); Gerusalemme non esiste nel discorso di Bush, il che significa che Israele manterrebbe e annetterebbe tutto il territorio della Grande Gerusalemme; i rifugiati dovrebbero dirigersi nel futuro stato palestinese, mentre non potrebbero tornare alle loro case e sarebbero risarciti da un fondo internazionale (al quale come il solito l’Europa sarebbe chiamata a fornire la maggior parte dei finanziamenti); i palestinesi dovrebbero riconoscere non solo l’esistenza dello stato di Israele ma anche la sua natura di “stato degli ebrei”, mettendo quindi a rischio la stessa cittadinanza dei palestinesi che oggi sono residenti in Israele (d’altra parte il ministro degli esteri Tzipi Livni in una recente conferenza stampa ha dichiarato che il futuro dei cittadini arabi di Israele dovrà essere nel futuro stato palestinese e non in Israele).

PALESTINESI DEBOLI E DIVISI
I palestinesi si trovano nella peggiore delle situazioni possibili. La leadership di Abu Mazen è quasi completamente delegittimata dalla mancanza di un dialogo vero tra le diverse forze politiche e dal comportamento che le forze di sicurezza dell’Arip stanno svolgendo in Cisgiordania, di repressione non solo dei gruppi legati ad Hamas, ma anche del dissenso nel suo insieme.
La debolezza negoziale dei palestinesi è resa ancora più pesante dalle pressioni internazionali dei diversi governi che vogliono la definitiva capitolazione e la fine della resistenza palestinese. Interessante e significativa al proposito l’esistenza di una “Unità di supporto ai negoziati” palestinese, fondata, finanziata e controllata dall Adam Smith Institute” britannico, che ne istruisce i membri imponendo loro di non aver contatti con palestinesi che rifiutano gli accordi di Oslo o siano affiliati a organizzazioni vicine ad Hamas, o che sostengano in maniera forte il diritto al ritorno. È solo un esempio, e forse nemmeno il più grave visto il ruolo dei servizi statunitensi nell’addestramento e nell’armamento dei servizi di sicurezza dell’Arip, che mostra come la cosiddetta “comunità internazionale” continui a sostenere concretamente le ragioni e la politica di Israele. D’altra parte il nostro ineffabile ministro degli Esteri, quando nell’intervista citata descrive quali siano i possibili “fattori frenanti” che potrebbero interferire con il processo che dovrebbe portare a un accordo di pace “entro il 2008”, cita espressamente “le divisioni irrisolte nel campo palestinese, l’atteggiamento della Siria (la cui partecipazione ad Annapolis è comunque un fatto positivo), la crisi istituzionale in Libano”: la costruzione del Muro dell’apartheid, l’assedio di Gaza, lo stillicidio di omicidi “poco mirati” da parte israeliana probabilmente non sono “fattori frenanti” e possono al massimo spingere a qualche dichiarazione su possibili rischi di “crisi umanitaria”.
La debolezza palestinese è dovuta però anche alla scarsa mobilitazione e alla difficoltà di costruzione di un movimento internazionale contro l’apartheid imposto dal governo israeliano. A questo siamo chiamati a rispondere, perché la nostra solidarietà politica ai palestinesi diventi davvero parte di una mobilitazione contro la guerra globale permanete che devia crescere e rafforzarsi.