Lo squalo e le sardine. Il summit delle Americhe

Le cifre fanno paura. 800 milioni di persone – il 15% della popolazione mondiale -, un prodotto lordo totale di 11 mila miliardi e 400 milioni di dollari – il 40% del Pil mondiale -, 2 mila miliardi e 700 milioni di dollari di commerci reciproci. Il tutto in un grande, unico e libero mercato “dall’Alaska alla Terra del Fuoco”, o addirittura, in proiezione, “dall’Artico all’Antartide”.
E il Ftaa, in inglese Free trade area of the Americas, ovvero l’Alca, in spagnolo Area de libre comercio de las Américas, che dovrebbe vedere la luce a partire dal primo gennaio 2005. A meno che le pressioni di Washington non convincano i partner dell’America latina (alcuni dei quali sono già convinti, come il Cile e l’Argentina) ad anticipare i tempi al 2003 e bruciare così, definitivamente, la concorrenza dell’Unione europea.
Di questo si parlerà da oggi a domenica nel terzo vertice delle Americhe in programma a Quebec City, a cui saranno presenti i 34 paesi del continente americano. L’unico a non essere invitato – come sempre – è Cuba (“sarebbe buono che fosse qui, ma non è ancora pronta”, ha detto il ministro degli esteri di Ottawa, John Manley).
Il vero padrone di casa non sarà però il premier candese Jean Chretien ma il presidente degli Stati uniti, George W. Bush, alla sua seconda uscita di casa (dopo la fuggevole visita, in febbraio, all’altro cow-boy eletto in Messico, Vicente Fox). Quella di Bush jr. è una vocazione di famiglia. Fu papà Bush, nel 1990, a lanciare l’idea di unificare il continente americano in un unico grande mercato sotto la guida e il consenso di Washington. Bush sr. propose allora l’Iniziativa per le Americhe poi ripresa dal suo successore democratico Bill Clinton che la formalizzò, con il nuovo nome di Ftaa-Alca, in un primo summit nel ’94, a Miami.
Le ambizioni di Clinton rispetto alla totalità del continente si spensero di fronte alla diffidenza di alcuni partner latino-americani – a cominciare dal Brasile, “il gigante dell’America latina” poco propenso a farsi ingoiare senza batter ciglio -, alle ripetute e devastanti crisi finanziarie dei principali paesi a sud del Rio Grande – quella del peso messicano nel ’94-’95, quella del real brasiliano del ’98-’99 -, alle difficoltà interne agli Usa – sindacati, ambientalisti, organismi dei consumatori e dei diritti umani – che portarono nel ’94 alla fine della fast track authority, i poteri speciali al presidente in materia di trattati commerciali, senza che il Congresso glieli abbia mai più rinnovati, finora.
Il fast track fu concesso dai deputati e senatori Usa a Bush padre e Clinton li usò per arrivare alla firma – per nulla facile – del Nafta, l’Accordo di libero commercio fra Stati uniti, Canada e Messico, entrato in vigore il primo gennaio del ’94. Non a caso lo stesso giorno in cui nel profondo sud messicano, nel Chiapas, fecero la loro irruzione gli indios zapatisti del subcomandante insurgente Marcos.
Bush figlio ha fatto del vecchio sogno di papà uno dei suoi punti prioritari. Ma, come fu per Clinton dopo il ’94, il fatto di non potersi presentare ai suoi interlocutori latino-americani con il potere – che adesso ha cambiato nome e si chiama New trade promotion authority – per negoziare trattati commerciali senza che il Congresso li possa emendare (ma solo approvare o respingere in blocco), indebolisce la presa di Bush a Quebec City.
Lui giura che appena tornato a casa convincerà il Congresso a darglieli. Ma non è affatto scontato che sia così e anche i latino-americani lo sanno.
Bush arriva in Canada sbandierando sulla faccia dell’America latina i numeri del Nafta: in 7 anni triplicato l’interscambio fra Usa e Messico, partito da 80 miliardi e arrivato oggi a 280 miliardi di dollari, e, soprattutto, capovolto il senso di marcia, ora nettamente favorevole al Messico.
Ma i numeri non sono tutto. Il discorso, e i problemi, sono ben più ampi e complessi.
La storica diffidenza dell’America latina, che un ventennio di democrazia formale e un decennio di neo-liberalismo selvaggio dei suoi leader non hanno cancellato; la crisi economica ma soprattutto sociale del Centroamerica e del Cono sud (come pure del Messico naftizzato), dove su 500 milioni circa di abitanti, almeno 220 milioni sopravvivono in condizioni di povertà relativa o critica; la concorrenza dell’Unione europea che nel vertice di Rio del giugno ’99 ha lanciato la sua sfida per un’area di libero commercio con l’America latina a partire dal 2003, sostanziandola con un impressionante incremento degli investimenti (soprattutto dei re-conquistadores spagnoli che l’anno scorso, per la prima volta, hanno superato quelli statunitensi); i risultati tutt’altro che brillanti della dollarizzazione galoppante (oltre al Panamà, l’Ecuador, il Salvador e, prossimamente, il Guatemala); la tremenda crisi in cui è precipitata l’Argentina, di fatto dollarizzata dal ’91 da quello stesso guru del neo-liberalismo Domingo Cavallo che, richiamato adesso per salvarla dalla bancarotta, ha pensato bene di agganciare il peso non più solo al dollaro Usa ma anche all’euro; la resistenza attiva opposta dal Brasile, che preferisce consolidare il Mercosud per trattare con la grande potenza del nord come blocco anziché buttarsi, paese per paese, nelle sue fauci.
A rendere ancor più complicate le cose, il Mercato economico del sud, nato nel ’91 fra Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, con Cile e Bolivia associati, è a sua volta in crisi.
Per cui il terzo vertice delle Americhe non scioglierà i nodi. E si chiuderà prevedibilmente con un rinvio mascherato dietro le 200-300 pagine del suo documento conclusivo e le 40-50 pagine dei suoi “impegni” (committments). Fra cui Bush e Chretien volevano mettere anche una “clausola democratica” ma che in molti latino-americani rifiutano (fra loro lo stesso Messico troppo vicino al grande fratello e il Venezuela del cavallo pazzo Hugo Chavez) come una inammissibile interferenza.
Sullo sfondo, lontano ma incombente, il grande escluso Fidel Castro che dall’Avana ammoniva qualche giorno fa i paesi latino-americani sul pericolo di “essere divorati dagli Stati uniti”: “Nel Quebec – diceva – la superpotenza egemonica cercherà di dettare le condizioni di resa ai governi dell’America latina. Lo squalo vuole mangiarsi le sardine”.