Lo spauracchio di Maastricht

Il caso italiano oggi, nel conflitto dentro il governo di centro-sinistra per la stangata sociale prospettata nella legge finanziaria richiama – come già lo scontro sulla guerra in Afghanistan – questioni che attengono alla politica sia nazionale che europea.
Risulta perciò singolare che sul risanamento di «lacrime e sangue» – invocato per «tener fede» ai parametri di Maastricht di rientro dal deficit e dal debito pubblico – non si opponga al ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa un rifiuto netto, pretendendo di violare il supposto diktat «europeo» e di contrattare a Bruxelles un eventuale «rientro» in tempi lunghi e secondo una diversa strategia, in Italia e in Europa, su quali sono le ‘voci’ significative di un bilancio pubblico: le priorità sociali? o ad esempio le armi?
Le obiezioni che giungono anche dalle parti più critiche ai tagli sociali annunciati da Padoa Schioppa, paventano che «ricontrattare con l’Europa» significherebbe però accettare tout court di produrre in cambio quelle «riforme strutturali» talora richieste dai «commissari di Bruxelles» che equivalgono esattamente ai medesimi «tagli» sulla spesa sociale. Ma chi l’ha detto?
Appare infatti ingenuo pensare che ad esempio Germania e Francia, quando decisero di violare i vincoli di Maastricht, sottraendosi alle «sanzioni» previste per chi aveva sforato ripetutamente i parametri del Patto di stabilità su deficit e debito, lo abbiano fatto dovendo dare in cambio qualcosa in termini di risparmi sociali: ai rispettivi governi di quei paesi e alle loro scelte si deve esclusivamente la strada delle ‘restrizioni’ che hanno imboccato. In Italia c’è un qualche pudore a sinistra ad ammettere questo: perché la rottura tedesca e francese avvenne alla riunione di Ecofin, con un voto dei ministri economici dei diversi paesi, cui contribuì l’appoggio dell’ex ministro Tremonti, dell’Italia di Berlusconi. Questo fantasma impedisce perciò di vedere bene quel che allora è avvenuto: precisamente l’esonero della Commisione europea dal suo incarico di sanzione, e dunque di controllo sui vincoli diMaastricht.
Eppure questo è avvenuto, segnando il riconquistato ruolo di supremazia dei governi nazionali, ossia del Consiglio europeo, rispetto alla Commissione: quella complicata diarchia a capo della Ue, che doveva evolvere, nei progetti iniziali, garantendo il potere della Commissione e considerando il Consiglio quasi come un regime transitorio, si è ribaltata. E lo conferma anche il fatto che dopo lo «strappo» di Francia e Germania la Commissione avrebbe dovuto rielaborare le «norme» di Maastricht, ciò che non è avvenuto.
Non è un caso dunque che oggi il ministro italiano Padoa Schioppa contempli la possibilità di una trattativa con gli altri ministri nel Consiglio europeo, ma si aggrappi per giustificare la sua manovra finanziaria alla minaccia dei mercati contro l’Italia (strumentalmente, dall’esistenza dell’euro in poi, come analizzato da Graziani, e da Brancaccio sul manifesto). In realtà la scelta per l’Italia, e in Europa, è squisitamente politica.Non ci sono scuse.