Lo smantellamento delle tutele fondamentali dei lavoratori

Approvato il “Collegato Lavoro”; l’arbitrato e’ solo la punta dell’iceberg; si smantellano tutele fondamentali dei lavoratori
Il decreto legge 1167 “Collegato Lavoro”, approvato ieri in via definitiva al Senato, garantisce nuove tutele per le aziende ai danni dei lavoratori: più difficile vincere cause di lavoro, impugnare licenziamenti ingiusti, ottenere giusti risarcimenti.
Particolarmente garantite le aziende che fanno ricorso massiccio allo sfruttamento del lavoro precario.
Diventa legge la possibilità di derogare dai contratti nazionali di lavoro, “certificando”, tramite commissioni, i contratti individuali contenenti clausole peggiorative: viene limitata la giurisdizione del giudice e si incentiva il ricorso all’arbitrato.

Certificazione dei contratti e arbitrato: vi è la possibilità di assumere lavoratori con il ricatto di sottoscrivere un contratto individuale “certificato”, dove si certifica la “libera volontà” del lavoratore di accettare deroghe peggiorative a norme di legge e di contratto collettivo, e dove il lavoratore rinuncia preventivamente, in caso di controversia o licenziamento, ad andare davanti al magistrato (rinunciando alla piena tutela delle leggi): in questo caso, il giudice viene sostituito da un collegio arbitrale che può decidere a prescindere dalle leggi e dai contratti collettivi; massima discrezionalità, da parte del collegio arbitrale, nei casi di vertenza per i lavoratori assunti con contratti precari e atipici (determinati, co.co.pro ecc.).

Processo del lavoro: il giudice non può entrare nel merito delle scelte organizzative e produttive poste dal datore di lavoro, non può più contestare la sostanza, le ragioni più o meno giuste delle
scelte dell’azienda, ma deve limitarsi alla verifica dei requisiti formali delle azioni aziendali;

questo limite si rafforza soprattutto nei casi di contratti di lavoro “certificati”, dove il giudice non può contestare le deroghe peggiorative contenute negli accordi individuali; abolito l’obbligo del tentativo di conciliazione prima del ricorso al giudice.

Licenziamenti: il giudice, nelle cause di licenziamento, deve “tener conto” di quanto stabilito nei contratti individuali e collettivi come motivi di licenziamento per “giusta causa” o “giustificato motivo”, ma deve considerare, più che il diritto, la situazione dell’azienda, la situazione del mercato del lavoro, il comportamento del lavoratore negli anni, ecc; tramite i contratti “certificati” si possono certificare e rendere legali motivi aggiuntivi (non previsti dalla legge e dai contratti collettivi) per licenziare liberamente il lavoratore.

Impugnazione dei licenziamenti: per i licenziamenti invalidi o inefficaci, per i contratti a tempo determinato, contratti co.co.co e a progetto, per i lavoratori coinvolti nei trasferimenti di ramo d’azienda, per i lavoratori che contestano forme di intermediazione del rapporto di lavoro (appalti e somministrazione), a tutti questi è introdotta, per i tempi dell’impugnazione, la prescrizione di 60 giorni a cui deve seguire, pena nullità dell’impugnazione, il ricorso o la richiesta di conciliazione entro i successivi 180 giorni. La nuova procedura ha effetto retroattivo.

Risarcimento per lavoratori a termine irregolari: nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il risarcimento onnicomprensivo è limitato tra 2,5 e 12 mensilità, il risarcimento può essere ridotto alla metà se nel CCNL di riferimento è prevista una qualsivoglia procedura o graduatoria di stabilizzazione. La norma ha effetto retroattivo.

Risarcimento per i contratti di collaborazione irregolari: il datore di lavoro che, entro il 30.09.2008, abbia fatto una qualsiasi offerta di assunzione al lavoratore in collaborazione, è tenuto
unicamente a un indennizzo limitato tra 2,5 e 6 mensilità.

Attività usuranti: per salvaguardare i “conti pubblici” si introduce tra gli aventi diritto una ulteriore selezione per l’accesso alla pensione dei lavoratori esposti ad attività usuranti (graduatoria in base ai contributi versati).

Riforma degli ammortizzatori sociali: già “pagata” con l’ultima contro-riforma previdenziale, il tempo concesso al Governo, per attuare la riforma, slitta di 24 mesi.

Riordino enti previdenziali: delega al Governo per semplificare, snellire gli enti previdenziali, con un rafforzamento delle competenze dei Ministeri del Lavoro e della Sanità sugli stessi enti.

Riordino della normativa sui congedi e permessi di lavoro: a costo zero si prevede una stretta sulle attuali norme che regolano la materia, compresi i premessi per handicap già in parte resi operativi.

Mobilità ed esuberi dei dipendenti pubblici: le procedure di messa in mobilità e di esubero dei dipendenti pubblici si estendono anche nei casi di trasferimento delle competenze dallo Stato agli enti locali o in caso di esternalizzazione dei servizi.

Part time per i dipendenti pubblici: le amministrazioni possono revocare la concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati.

Apprendistato: l’obbligo scolastico può essere assolto lavorando, già dall’età di 15 anni, con contratti di apprendistato.

Assenze per malattia: obbligo di trasmissione telematica e di rilascio del certificato di malattia esclusivamente dal medico convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale (è esplicitamente previsto il licenziamento se la mancanza è reiterata).

Lavoro interinale: estensione dei soggetti autorizzati all’attività di intermediazione di mano d’opera: associazioni, enti bilaterali, e anche gestori di siti internet.

Contratti di prestazione occasionale: estensione dei mini co.co.co per i servizi di “badantato” per 240 ore all’anno solare.

Sanzioni: modifica delle sanzioni previste per il lavoro in nero, sulle infrazioni sull’orario di lavoro, previste deroghe contrattuali a livello territoriale e aziendale.

Insieme alla norme già approvate in Finanziaria (Legge 191/2009) che hanno reintrodotto il lavoro in affitto a tempo indeterminato (staff leasing) ed esteso l’utilizzo dei “buoni lavoro”, siamo di fronte al peggior attacco di diritti dei lavoratori sulla scia del “Pacchetto Treu” e della Legge 30: è necessario rilanciare ogni iniziativa di lotta ed anche giuridica contro lo smantellamento dei diritti e l’aumento esponenziale della precarietà.

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Un lungo piano inclinato verso la ricattabilità totale
di Francesco Piccioni
da “il Manifesto” del 5 marzo 2010

DIRITTI: Lo sfascio del mercato del lavoro, una storia

I lavoratori hanno perso reddito, diritti e potere contrattuale lungo un arco di tempo che misura ormai 30 anni. Il punto di svolta politico-sindacale fu indubbiamente la sconfitta dei 35 giorni di occupazione della Fiat, nel 1980.

E la conferma venne dalla sconfitta nel referendum indetto, nel 1985, per chiedere la restituzione dei tre punti di «scala mobile» (un meccanismo che determinava aumenti salariali automatici indicizzati al tasso d’inflazione, in quegli anni spesso a due cifre) cancellati da Bettino Craxi con il «decreto di S. Valentino». Sconfitte politiche pesanti, ma che non mettevano ancora in discussione le riforme strappate nel corso degli anni ’70.
I governi cominciarono a mettere mano sulla struttura dei diritti solo più tardi, all’inizio degli anni ’90. La demolizione attiva parte solo in piena Tangentopoli, nel ’92, con il governo di Giuliano Amato che vara la legge finanziaria più pesante della storia: 90.000 miliardi di lire. Lì viene fatta una riforma della sanità secondo il principio dell’aziendalizzazione, istituendo la figura del «manager» di nomina politica (non vincolato ad alcuna necessaria competenza sanitaria) che trasforma le Asl in un bottino politico ad ogni tornata elettorale; a venir tagliate non sono le spese, ma i servizi al cittadino.

Viene approvata anche la prima riforma delle pensioni: aumenta l’età pensionabile, si elimina «l’aggancio» dell’assegno alla dinamica salariale, aumentato il periodo lavorativo finale su cui calcolare l’assegno mensile.

Soprattutto fu siglato un accordo che metteva fine al meccanismo della «scala mobile», introducendo al suo posto il «tasso di inflazione programmata» per definire l’adeguamento dei salari al costo della vita. Bruno Trentin marcò il suo dissenso un attimo dopo la firma dell’accordo, dimettendosi da segretario della Cgil.
Nel ’93, il 23 luglio, venne altresì fissato il sistema della «concertazione», per cui tutte le grandi scelte di politica economica – specie su salari, contratti e welfare – dovevano venir discusse e condivise tra esecutivo, imprese e sindacati confederali. Da allora, in effetti, la quota di ricchezza nazionale che va ai redditi da lavoro dipendente è andata diminuendo a velocità crescente. Se negli anni ’80 una famiglia monoreddito poteva sopravvivere dignitosamente, oggi questo risulta difficile anche quando gli stipendi in famiglia sono due.
Nel ’95, mentre il primo governo Berlusconi è prematuramente crollato, il «rospo» Lamberto Dini – alla guida di un governo «tecnico» sostenuto da una maggioranza che comprende il futuro Partito democratico – vara una nuova riforma delle pensioni. Che introduce un diverso meccanismo di maturazione dei contributi (dal «retributivo» al «contributivo»), tale da decurtare drasticamente gli assegni pensionistici futuri.

Dal 1 gennaio di quell’anno è fra l’altro scattata la prima «rivalutazione dei coefficienti» che traduce in pratica – o «in soldoni» – questa sforbiciata ai redditi.
Il mercato del lavoro viene destrutturato pesantemente nel ’97, quando la maggioranza di centrosinistra approva il «pacchetto Treu», sotto il nome di «norme in materia di promozione dell’occupazione».

Viene legalizzato il lavoro interinale, prima vietato (intermediazione di manodopera); si ammettono contratti a tempo determinato, di collaborazione (co.co.co), stage e tirocinii «lunghi», e numerose altre forme «atipiche».

Ne viene stravolta anche la struttura salariale, perché per queste forme contrattuali non è previsto alcun «salario minimo»; le imprese smettono di assumere a tempo indeterminato e prendono in carico solo (o quasi) dipendenti usa-e-getta, pagati la metà o anche meno. L’occupazione in effetti aumenta: ma soprattutto nelle mansioni meno qualificate, mentre per le competenze di eccellenza si accentua la «fuga dei cervelli» all’estero.
Il lavoro di smantellamento viene completato con la «legge 30», nel 2003, protagonista stavolta il centrodestra e il pasdaran della precarietà assoluta, il ministro Maurizio Sacconi. Il principio guida di questa controriforma è la «flessibilità in ingresso», che genera i contratti di somministrazione, lavoro ripartito, intermittente, a progetto, a chiamata, ecc.

Non passa invece il primo serio attacco all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (in precedenza c’era stato solo un referendum fallito, proposto dal Partito radicale, per chiederne l’abrogazione).

Il 23 marzo di quello stesso anno tre milioni di persone vengono a Roma per la manifestazione convocata dalla Cgil. E il governo torna sui suoi passi.

Riesce comunque a far danni ulteriori, approvando l’ennesima «riforma delle pensioni» che alza ancora una volta – in modo brutale e senza nemmeno distinguere tra i «lavori usuranti» e gli altri, con uno «scalone» – l’età del ritiro.
Oggi, con il «collegato lavoro» l’obiettivo è stato raggiunto per altra via, imponendo l’arbitrato come via privilegiata di «risoluzione delle divergenze» tra lavoratori singolo e padrone. L’art. 18 rimane, ma non potrà essere invocato quasi da nessuno.
Fine della strada? No, naturalmente. Poche settimane fa, nel corso di un’assemblea con esponenti di Cisl e Uil, il vulcanico ministro contro il lavoro si è lasciato trascinare dal temperamento, affermando che «finora abbiamo realizzato soltanto il 10% del nostro programma di riforma del mercato del lavoro».

Guardando il deserto di diritti che ormai stato realizzato sembrava davvero difficile poter fare molto di più. Ma la realtà è sempre più ricca della più prevenuta fantasia.

«Il nostro obiettivo finale – avrebbe scandito Sacconi – è il contratto a tempo determinato per tutti».

Tra un paio d’anni, per favore, nessuno dica «non ce n’eravamo accorti».