Lo sguardo ostile sul mondo

L’Afganistan e l’Iraq hanno mobilitato molte armi, soldati e ingenti risorse (per la guerra) tra una parte dei paesi dell’Unione europea. Mai così tanto (ad eccezione, forse, della ex Jugoslavia), mai in un modo tanto sbagliato. I paesi europei hanno sin dall’inizio del secondo dopoguerra partecipato o promosso missioni militari fuori dai loro confini: durante la guerra fredda dentro la cornice neocoloniale o geopolitica dello scontro tra i blocchi, poi – dopo il 1989 – alternandosi tra adesione ai principi di un multilateralismo sotto il cappello delle Nazioni unite e un adeguamento subalterno all’unipolarismo di potenza degli Stati uniti o del suo prolungamento della Nato. Oggi l’Unione europea dirige direttamente 14 missioni internazionali (di cui 4 in via di chiusura) e i suoi principali paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) partecipano mediamente a una trentina di missioni ciascuno, schierando complessivamente circa 100 mila soldati nelle aree di conflitto (vedi: «Economia a mano armata» su www.sbilanciamoci.org).
Le nuove guerre post’89
Gli anni ’90 hanno visto l’esplodere di pesantissime e prolungate crisi militar-umanitarie: dalla ex Jugoslavia alla Somalia, dal Ruanda al Kosovo. E poi, scavalcando il decennio: l’Afghanistan e l’Iraq. Di fronte a quelle che la politologa inglese Mary Kaldor ha definito le «nuove guerre» – e alle sfide aperte dallo scenario post’89 – l’Unione europea ha cercato di darsi una organica politica di sicurezza e di difesa comune (rispettivamente denominate Pesc e Pesd), provando a unificare sforzi, risorse e strumenti (militari) e arrivando a ufficializzare nel 2000 una «Forza di reazione rapida» di 60 mila militari (schierabili in 60 giorni per almeno un anno) pronti all’uso in caso di crisi e conflitti internazionali in base ai cosiddetti «compiti di Petesberg» – cioè all’impegno preso nel 1992 dalla Comunità europea di agire unitamente per le missioni «di pace e umanitarie». Rimasta sulla carta la Forza di reazione rapida, (anche per l’ostilità degli Stati uniti, e della Gran Bretagna, contrari a una autonoma politica militare europea), l’Unione e i suoi paesi sono stati coinvolti in singole operazioni, sulle quali si sono registrate profonde divisioni interne.
11 settembre, guai agli imbelli
Il caso più eclatante è quello della guerra in Iraq che ha visto inizialmente l’adesione di Gran Bretagna, Polonia, Spagna e Italia e il rifiuto di Germania e Francia. Sui Balcani è andata meglio, come testimonia il recente varo dell’Eufor – poco meno di 7 mila soldati di ben 22 paesi della Ue – la prima (ad eccezione di un piccolo intervento in Macedonia denominato Concordia) vera grande missione solo europea che ha sostituito la Sfor (Stabilisation Force, a guida Nato) nel mantenimento della pace e della sicurezza in Bosnia Erzegovina. Questo processo di costruzione di un comune impegno europeo dentro un quadro di legalità internazionale è stato definitivamente stritolato – ricordiamolo ancora – dal dopo 11 settembre e dalla linea americana della «guerra preventiva» e della guerra «permanente» che ha trovato in Afghanistan e in Iraq i suoi banchi di prova e che domani potrebbe dirigersi verso altri paesi (Siria, Iran, chissà).
Ma già le bombe umanitarie…
Per la verità ll’inquinamento militar-umanitario era iniziato a propagarsi a dosi omeopatiche già da qualche anno. Un momento di svolta per l’Europa – prima dell’11 settembre – è rappresentato soprattutto dalla vicenda jugoslava, prima con la guerra etnica in Bosnia (1992-5) e poi con l’intervento in Kosovo (1999). Nel primo caso i paesi europei danno il maggiore contributo di uomini al contingente di caschi blu (oltre 100mila) inquadrato in varie missioni, tra cui l’Unprofor (United Nation Protection Force) in Bosnia Erzegovina. Queste missioni, rispettando la filosofia delle Nazioni unite, pur segnalando l’incapacità di intervenire sulla crisi in corso, avevano una caratteristica di terzietà rispetto a un conflitto etnico-nazionale di difficile soluzione.
Nel secondo caso (Kosovo 1999) – ed è qui la svolta – l’Europa abdica a un coinvolgimento di parte (a fianco degli Stati uniti) che la porta prima a offrire basi e soldati per una guerra («umanitaria») mai autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e poi a partecipare a missioni sul campo (come la Kfor, Kosovo Force) a protezione degli obiettivi di quella guerra. Delle contraddizioni e delle ipocrisie della guerra del 1999 e della missione della Nato che ne è seguita, ha tra l’altro testimoniato uno dei comandanti italiani di Kfor, il generale Fabio Mini. «La guerra dopo la guerra» è il titolo del suo libro: sintesi perfetta anche per l’Iraq e l’Afghanistan. Da allora, la deriva per le «missioni di pace» è continua. A fianco di missioni che hanno finalità e modalità di mantenimento della pace (Timor Est) o di interposizione (come nella Repubblica democratica del Congo)- una parte degli europei si presta alla strumentalizzazione bellica di missioni che continuano a essere ipocritamente definite di pace o «umanitarie».
Umani, umanissimi
Missioni di guerra vengono spacciate come missioni umanitarie (è questa la definizione che il nostro ex ministro degli esteri e attuale commissario europeo Frattini diede nel 2003 all’invio delle truppe in Iraq). E, autorevoli esponenti del laburismo inglese, hanno usato – a partire dal Kosovo e passando per l’Iraq- agghiaccianti espressioni come «imperialismo umanitario» o “democratico”, fino a coniare per analogia con il New Labour, la definizione di «New Humanitarism», dove – ovviamente guerra e azione umanitaria vanno a braccetto. «In realtà -ricorda Gianni Rufini, docente di aiuto umanitario all’Università di York- l’origine di un umanitarismo che sfocia nell’intervento militare va ricercato in Francia alla fine degli anni ’60, quando in occasione e successivamente alla crisi del Biafra (1967) Bernard Kouchner, fondatore di Medecins Sans Frontrières, invocò l’ingerenza umanitaria, che ovviamente non poteva non includere anche l’intervento militare. Non a caso Kouchner si è dichiarato a favore della guerra in Iraq».
Il civil bellico
A partire dagli anni ’90 quasi tutti i paesi europei hanno cercato di praticare – teorizzandola – l’integrazione tra componente militare e umanitaria nelle missioni «di pace» (cioè «di guerra»). Si è cominciato con il Kosovo (o forse anche prima) e si è proseguito con l’Afghanistan e l’Iraq. In un primo tempo molte Organizzazioni non governative – affamate di soldi e di progetti – hanno accettato questa logica (si veda in Italia lla missione Arcobaleno del 1999) e le agenzie di cooperazione, governative e non, di diversi paesi (dalla Dfid in Gran Bretagna agli Stati uniti con Usaid) si sono in parte integrate, mettendosi al seguito delle guerre. E’ il caso dell’Afganistan e dell’Iraq.
Ong in business
Il modello individuato da americani, inglesi, olandesi e altri è denominato Cimic (Civil-Military Co-operation) e ha trovato in Afghanistan con i Prt (Provincial Reconstruction Team) la sua concreta realizzazione. I Prt mescolano al loro interno militari, operatori umanitari, imprese di polizia locale facendo della collaborazione tra Forze armate e Ong l’asse strategico. «Molte Ong – ricorda ancora Rufini – si sono rifiutate ma le cosiddette Briefcase ONG si sono invece prestate attivamente. Fanno parte di quella schiera di organizzazioni opportuniste che fanno dell’umanitario solo un business».
Nei Prt sono coinvolti diversi paesi europei come Gran Bretagna, Olanda, Lituania, Spagna, Svezia, e Italia (che però recentemente ha annunciato di uscirne). Oggi una parte delle Ong si è tirata fuori da questa logica come testimoniano le posizioni della coalizione delle Ong internazionali (Ncci) presenti a Baghdad, lla sezione inglese di Save the Children che ha dichiarato i Prt «una minaccia per l’azione umanitaria» (come già sostenuto da Emergency), e Medecins Sans Frontières che ha ritirato da tempo la sua missione dall’Afghanistan.
Ripensamenti
L’«umanitarismo militare» ha avuto anche conseguenze sui governi: la ministra inglese per la cooperazione internazionale Clare Short si è dimessa nel maggio 2003 per l’incompatibilità tra la guerra in Iraq e i principi delle Nazioni Unite e della solidarietà internazionale, di cui con il suo ministero rivendicava di essere portatrice.
Ovviamente – per completare il quadro – «Unione europea» (e singoli paesi che ne fanno parte) non significa solo implicazioni o commistioni con l’Afghanistan e l’Iraq o con la politica imperiale degli Stati uniti. Sono decine le missioni preziose – in crisi difficili, spesso aree di conflitti complicati, non riconducibili a una matrice geopolitica o imperiale – in cui soldati europei (si pensi alle missioni a direzione Ue e Osce) sono impegnati rispettando il diritto e la legalità internazionale: dalla missione Minurso in Sahara occidentale per cercare di far svolgere il referendum per l’autodeterminazione, alla missione Monuc nella Repubblica democratica del Congo che ha permesso lo scorso 31 luglio lo svolgimento di elezioni democratiche. Va anche ricordato che la struttura umanitaria della Commissione europea, Echo (European Commission Humanitarian Office) è riuscita a intervenire in centinaia di emergenze umanitarie, senza sostanzialmente farsi condizionare dalle scelte politiche della Commissione e dei suoi paesi, e comunque senza mescolarsi con i militari. E non va dimenticato che la stessa Ue in diversi documenti ufficiali- ha fatto propria l’idea (di Alex Langer e di tanti pacifisti europei), anche se ancora sulla carta, di costituire dei «corpi civili di pace» (i cosiddetti «caschi bianchi») per promuovere una presenza nonviolenta nei conflitti del nostro tempo.
Si vedranno caschi bianchi?
Inoltre da alcuni anni è attivo il programma comunitario del «servizio volontario europeo» che prevede la partecipazione di volontari anche in programmi in aree di crisi e di post conflitto. Come per altri campi, anche in questo caso l’Europa è un «terreno di scontro» tra opzioni diverse: tra chi la vorrebbe insieme ai «berretti verdi» e chi invece con i «caschi bianchi» (e, perché no, con quelli blu, quando difendono sul serio la pace), tra chi la vorrebbe come una nuova «super potenza militare» e chi un nuovo soggetto di pace e solidarietà internazionale. E’ una sfida complessa e incerta, ma inevitabilmente da percorrere fino in fondo.

* Campagna Sbilanciamoci!