Lo sguardo che convince le donne

Ahmadinejad ha un voto in più e non lo sa. Forse non lo saprà mai. E’ il voto di Farah, trentottenne di Teheran, una storia da attivista politica, femminista diremmo dal­le nostre parti. Ha l’aria accaldata, le gote lievemente ar­rossate. Gli occhi bruni profondi cer­cano conferme che nessuno di noi è in grado di darle. Sussurra quasi, saltando dal fran­cese all’inglese, poi ancora all’in­glese. Cerca una lingua comoda nella quale raccontare un pensie­ro scomodo. E lo sa. ,

«Non ho votato. No, non ho votato per non far vincere il sistema, per far capire che con loro non ho niente a che fare. Ma se l’avessi fatto avrei votato per lui, per Ahmadi». Ci guardiamo in faccia senza capire.

Nessuno di quelli che con lei stanno sorseggiando l’ennesimo tè della giornata l’avrebbe mai detto, l’avrebbe nemmeno osato immaginare.

«Sei impazzita?».

«Una come te che ha sofferto per la mancanza di diritti delle donne in questo paese? Una come te che sa cosa vuol dire non essere libere di girare vestite come si vuole, di guidare una moto, di dare un bacio al proprio fidanzato?».

Gli occhi ci fissano corrono da uno all’altro intorno al tavolo basso, ma non cambiano espressio­ne. E Farah comincia a racconta­re, a spiegare con la sua voce quasi interrotta perché, in fondo, Ahma­dinèjad non è così male.
«Lui almeno dice delle cose credibili, non si nasconde dietro il suono delle parole. Dice quello che farà e poi la gente verificherà se le sue promesse sono vere o false. Lo avete visto in faccia? Ha lo sguardo diritto, non cerca il consenso a tutti i costi. E’ quello che è, e la gente lo abbraccia, lo cerca, lo riconosce come un pro­prio simile».

Parla e ci scorrono davanti le immagini di questa campagna elet­torale degli estremi. Le sequenze in cui il vecchio Hashemi Rafsanja­ni tenta il tutto per tutto per conquistare i giovani, si trasforma nell’improbabile protagonista di una soap americana, nel poco cre­dibile mullah che in una trasmis­sione di prima serata si toglie il turbante e si mostra a capo scoper­to sperando con quel gesto di riuscire a far capire a tutti che lui è il futuro, è la modernità. Capisco in questo pomeriggio d’afa che donne come Farah non sono cadu­te nella sua rete, anzi lo hanno detestato ancora di più per quel suo goffo tentativo di raccattare consensi tra giovani e progressisti. In fondo la forza di Ahmadinejad, se si decidesse di ignorare che dietro di lui ci sono i pasdaran, i picchiatori basij e le parti più reazionarie del clero, è stata pro­prio questa. Con la sua assoluta schiettezza, con la sua semplicità naif e violenta ha trasformato il

politico di professione Rafsanjani in una maschera grottesca. Al turbante bianco, alle risposte di maniera, ai sorrisi sul nulla ha contrapposto la giacca grigia trop­po larga, la camicia con il colletto islamico e un sorriso aperto dietro uno sguardo deciso.

«Il vero rivoluzionario in fondo è lui – Farah prova a continuare ma si guarda intorno temendo la nostra reazione sdegnata. Ormai la ascoltiamo tentando faticosa­mente di capire.

«Ahmadinejad dice delle cose semplici alla gente, usa un lin­guaggio che purtroppo in questo paese non si sentiva più. E’ un vero duro. Spiega che i politici non si devono arricchire, parla alle donne che devono mandare avanti la casa, promette cose concrete, verificabili».

E la politica estera, e le frasi antidemocratiche e gli ascensori separati per uomini e donne? Lei scuote i lunghi capelli castani, sorride racconta che il sistema è abbastanza maturo per non farsi travolgere. «E poi raccontami un po’ che democrazia c’è nel capitali­smo di Rafsanjani che è concentra­to solo sui suoi beni di famiglia e sul suo potere. In questi anni lui è stato uno dei grandi burattinai del sistema. Proprio quello che io com­batto, quello che rifiuto. Quello che fa credere alle donne di essere ormai libere perché si possono dipingere il volto fino a diventare delle maschere».

Non è facile guardare le proprie certezze ridotte a un cumulo di pregiudizi.

Per giorni è parso normale raccontare degli appelli delle associazioni di donne di Teheran nord che temono il ritorno al passato, che vedono in Ahmadi­nejad il demone che le costringerà a coprire di nuovo con un lungo chador tacchi a spillo e unghie dipinte. Ma il presidente spuntato dal nulla si è ribellato, ha afferma­to che il ruolo delle donne in politica non verrà certo messo in discussione, e in un sonnolento pomeriggio di chiacchiere con la voce morbida, insistente, implaca­bile di Farah l’universo ordinato è andato in frantumi.

I suoi pezzi sparsi li abbiamo ritrovati viaggiando in auto nell’ aria soffocante e inquinata del sud della città, tra le vie polverose dei chador mai ripudiati che conducono fino alla porta di ferro sconnessa della casa di Meriam. Un viso da ragazza spunta appena dall’immenso velo nero ma gli occhi le si illuminano quando parla di lui, del prescelto.

«E’ uno di noi, veste come noi. Rispetta le donne, la famiglia e ci parla guardandoci negli occhi. Quando è venuto a piazza Khorde­stan a parlare l’ho guardato da lontano. Si muove come uno che non ha niente da nascondere, sen­to che ci aiuterà. Ahxnadi è diventa­to sindaco di Teheran ma torna ogni giorno a mangiare da sua madre. Noi donne iraniane dobbia­mo riuscire a mandare avanti la famiglia con pochi soldi. Ma siamo orgogliose. Hai sentito come ha risposto agli americani, non come Hashemi che voleva fare affari. L’Iran non ha bisogno di consigli da nessuno deve trovare la sua strada da solo».

Meriam non sa nemmeno che Farah esiste. Meriam non ha mai nemmeno immaginato che il tè possa essere bevuto in tazze di fine porcellana inglese, lei cono­sce solo i bicchierini in vetro incrostati di calcare. Ma in qual­che modo lui ha convinto entrambe. Almeno perora.