Lo sciopero, la finanziaria, le primarie. Intervista a Claudio Grassi

Giovedì scorso i metalmeccanici hanno scioperato per chiedere il rinnovo del contratto, ormai scaduto da nove mesi. Quanto pesa quello sciopero nella politica italiana?

Dovrebbe pesare tanto, tantissimo, ma evidentemente siamo in pochi a pensarlo. Il giorno successivo allo sciopero il quotidiano la Repubblica, che più di ogni altro giornale può essere considerato la voce dell’Unione, dedica la miseria di venti righe allo sciopero dei meccanici, confinando la notizia a pagina 45!
Questo fatto, più di mille discorsi, dimostra come la questione sociale e cioè la condizione reale del lavoro e dei lavoratori, il vero problema del nostro Paese, non sia per nulla “nelle corde” dell’Unione.
Si preannunciano le barricate contro la proposta di modifica della legge elettorale da parte del centrodestra e non si dice nulla di impegnativo rispetto alle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Manca, in larga parte del centrosinistra, la volontà politica di schierarsi al fianco di coloro i quali lottano per il rinnovo del contratto e che oggi vivono con un reddito mensile che spesso non arriva ai mille euro.

A proposito di condizione materiale del Paese: è in discussione in questi giorni il testo della manovra finanziaria 2006. Come valuti le proposte di Tremonti?

Dò un giudizio estremamente negativo sulla legge finanziaria. La parte di tagli più sostanziosa, ancora una volta, colpisce le amministrazioni locali, le quali, per fare quadrare i conti, saranno costrette a ridurre i servizi e ad aumentare le tassazioni. Non era difficile prevedere una finanziaria di questo tipo ed è grave che, per l’ennesima volta, l’opposizione non si sia mobilitata e non sia riuscita a produrre una proposta in materia di politica economica realmente alternativa alle scelte della destra.
L’Unione commetterebbe un grave errore, inoltre, se lasciasse alla destra l’esclusiva della critica degli scandalosi privilegi, economici ma non solo, della classe politica del paese. Non sottovaluterei il fatto che la proposta, contenuta nella finanziaria, di tagliare del 10% gli stipendi dei politici potrebbe avere un impatto importante sull’elettorato.

E quali potrebbero essere, invece, le linee guida di una politica economica d’alternativa?

L’obiettivo è evitare che anche nei prossimi cinque anni siano i lavoratori e le lavoratrici a pagare il tragico dissesto economico in cui ci troviamo. Con dei salari che a fatica arrivano a mille euro, con milioni di pensionati al minimo che vivono con cinquecento euro e con una precarietà diffusa non è pensabile riproporre la litania di Ciampi e di Prodi del rispetto rigoroso dei parametri di Maastricht. Occorre aumentare significativamente le retribuzioni, recuperando le risorse dalla riduzione delle spese militari e da una tassazione progressiva dei profitti e delle rendite, escludendo il piccolo risparmio. Inoltre dopo anni in cui si è privatizzato tutto (non dimentichiamo che il precedente governo Prodi è stato il primo in Europa a sostenere questa politica) è necessario, al contrario, predisporre un forte intervento pubblico nell’economia a partire dalla disastrosa situazione del Mezzogiorno.

Qual è il tuo parere in merito alle ipotesi di riforma della legge elettorale. Quale dovrebbe essere l’atteggiamento dell’Unione, anche di fronte al dato di fatto che gli ultimi dieci anni hanno dimostrato l’assoluta anti-democraticità del sistema maggioritario?

Sono convinto che, sulla legge elettorale, l’Unione stia dando il peggio di sé. Tutta l’Unione, comprese, purtroppo, le componenti della sinistra di alternativa.
Come era facile prevedere, la Casa della Libertà ha eliminato, nel nuovo progetto, le parti più truffaldine della versione precedente; infatti è stata eliminata la proposta di sopprimere i voti dei partiti sotto il 4% ai fini dell’attribuzione dei seggi parlamentari. Ed oggi – questo è l’elemento paradossale – l’Unione si trova a contrastare un sistema elettorale di gran lunga meno truffaldino di quello che è attualmente in vigore!
Così emerge clamorosamente la verità e cioè che l’Unione non vuole il proporzionale perché ritiene di essere più sicura di vincere con un sistema elettorale anti-democratico come il maggioritario. Che i Ds e la Margherita, da sempre schierati in difesa del maggioritario, abbiano sostenuto questa posizione è comprensibile. Considero invece un grave errore politico il fatto che anche Rifondazione Comunista e le altre forze della sinistra d’alternativa non abbiano colto la possibilità di incidere per modificare, in meglio, il sistema elettorale.
Tra l’altro, se vogliamo guardare oltre questo passaggio elettorale, mi chiedo come si faccia a non vedere che una legge elettorale come quella che è in discussione, se passasse, consentirebbe al nostro partito una totale autonomia dal centrosinistra e quindi la possibilità di stringere alleanze solo in presenza di un programma condiviso, cioè di un programma realmente avanzato ed in sintonia con i bisogni che vogliamo rappresentare.
Non saremmo più sottoposti così al ricatto del voto utile che in questi anni ci ha così pesantemente condizionato!
Ma quello che è veramente insopportabile è la scelta di far diventare questo fatto della legge elettorale “la madre di tutte le battaglie” praticando l’ostruzionismo e programmando una grande manifestazione nazionale! E’ semplicemente penoso! Una Unione che in questi anni non ha saputo alzare la voce su nulla, che si è ben guardata dal fare ostruzionismo sulla controriforma delle pensioni, sulla legge 30 o sul rifinanziamento del contingente in Iraq, solo per fare alcuni esempi, oggi minaccia il massimo della contrapposizione con la destra contro una legge che, comunque la si guardi, è molto più democratica di quella in vigore.

Cambiamo argomento e passiamo alle questioni internazionali. Il governo Zapatero, coerentemente con quanto promesso in campagna elettorale, dopo aver ritirato le truppe dall’Iraq ora si appresta a ritirarle dall’Afghanistan. In Italia il centrosinistra sembra andare nella direzione opposta (basti leggere l’intervista di pochi giorni fa di Marco Minniti al Corriere della Sera). Quanto sono profonde le divergenze in tema di politica estera tra larga parte del centrosinistra e Rifondazione Comunista?

Al governo Zapatero vanno indubbiamente riconosciute scelte coraggiose in tema di politica estera e anche di diritti civili (il che non toglie che dissentiamo in modo netto dalla stretta repressiva che il governo spagnolo ha posto in essere per bloccare i flussi migratori in atto al confine con il Marocco, illudendosi di poter risolvere un drammatico problema sociale per mezzo di risposte militari). Ma c’è qualcuno oggi che ritiene che un futuro governo dell’Unione avrà lo stesso coraggio e la stessa determinazione? Penso che nessuno, in buona fede, possa scommettere un euro su questa ipotesi. Basti pensare al balbettio di larga parte del centrosinistra sui Pacs dopo l’intervento di Ruini e, rispetto all’ipotesi di ritiro dei militari italiani dall’Afghanistan, le ultime dichiarazioni di Marco Minniti. Il quale, categoricamente, esclude quest’idea, come ricordavi, dalle colonne del Corsera.
Il problema è che anche per quanto riguarda la posizione dell’Unione sul contingente italiano in Iraq, ormai da mesi non c’è più un documento, di Prodi come dell’Unione, che chieda il ritiro immediato dei militari.
Anzi: con il probabile ingresso nell’Unione dei Radicali e del Nuovo Psi di De Michelis, due forze orgogliosamente filo-atlantiche e schierate in questi anni a sostegno di tutti gli interventi militari, è evidente che l’asse della politica estera dell’Unione si sposta ancora più a destra. Così come in politica economica, visto il loro impianto liberista. Non capisco proprio perché il nostro segretario nazionale valuti positivamente questo loro eventuale ingresso nell’Unione. Ripeto: sono forze a noi radicalmente avverse e che spostano ancora più a destra l’asse politico dell’alleanza.

Queste le differenze in tema di politica estera. Ma il confronto sul programma, nel complesso, a che punto è?

Il confronto sul programma semplicemente non esiste, non solo in politica estera, ma su tutto. E le stesse primarie, nelle quali i candidati che concorrono alludono ad opzioni programmatiche diverse, non risolvono minimamente questo problema. Esse infatti servono, a detta dei partecipanti, a scegliere il candidato premier dell’Unione, rimandando al dopo un confronto stringente sui contenuti e sui programmi.
In questo contesto sono invece molto utili sia la campagna promossa dall’Arci e da altri movimenti di raccolta delle firme su alcuni punti programmatici, sia l’assise della Camera di consultazione indetta per il 12 novembre. Sono iniziative apprezzabili e che sosteniamo, così come reputiamo di grande utilità il confronto sui temi economici realizzato il 30 settembre da Rive Gauche e dal Manifesto.

Recentemente si è tenuto a Roma il Comitato Politico Nazionale del PRC. Quali sono stati i passaggi rilevanti su cui si è concentrata la discussione?

Mi è sembrato un Comitato politico nazionale non negativo. A parte le divergenze che ci sono e che restano, sia su scelte di politica contingente sia su questioni di più lungo periodo, siamo riusciti a discutere in modo pacato e anche costruttivo. Il dispositivo votato congiuntamente dal primo, secondo e quinto documento che impegna tutti, comunque la si pensi, rispetto alla campagna sulle primarie è un fatto importante. Dimostra, ancora una volta, il nostro forte senso di lealtà e di responsabilità.
Continuo a pensare che si potrebbero creare le condizioni per un miglioramento della nostra vita interna, per una riduzione delle tensioni determinatesi durante l’ultimo Congresso, al centro come in periferia.
Non è in discussione la chiarezza delle differenti posizioni. Si tratta di creare le condizioni per una convivenza che ci consenta, reciprocamente, di dedicare la maggior parte del nostro impegno alla battaglia politica esterna e non, come avviene adesso, alle schermaglie interne. Noi non solo siamo disponibili a intraprendere questo percorso, ma lo incoraggiamo. È chiaro però che, così come va rispettata la linea prevalente decretata dal congresso, altrettanto deve essere rispettata la presenza delle minoranze, che fanno parte a pieno titolo del partito e il cui consenso è stato appurato democraticamente proprio al congresso nazionale. La linea politica è quella decisa al congresso ma il partito è di tutti, non della maggioranza; è per questo che ritengo inaccettabile il fatto che in alcune federazioni ed in intere regioni le minoranze siano totalmente escluse dalla gestione del partito e delle istituzioni.

Come tu ricordavi, fino al 16 ottobre tutto il Partito è impegnato nella campagna per le primarie, con l’obiettivo di ottenere il massimo dei consensi per il segretario nazionale. Hai ripetuto più volte che, sebbene si mantengano intatte le critiche sullo strumento, la componente di “Essere Comunisti” darà il proprio contributo: con quali motivazioni e con quali contenuti?

Sì, siamo tutti impegnati a raccogliere consensi per il nostro segretario. Penso che, per ottenere un risultato positivo, sarà decisiva la mobilitazione e l’impegno organizzato del partito, a partire dai circoli. Bisogna dunque lavorare organizzando la partecipazione di iscritti ed elettori, garantire la presenza di un nostro compagno in tutti i seggi per controllare che non vi siano irregolarità. Non sottovalutiamo il fatto che non tutti sanno che si vota, quando si vota, dove si vota; occorre quindi curare bene la distribuzione del materiale informativo e di propaganda.
Politicamente, l’argomentazione che dobbiamo spendere è semplice: se riusciremo a far convergere un buon numero di voti sul nostro segretario sarà più facile, nella successiva discussione programmatica, mettere in un angolo le posizioni di Rutelli e Mastella. Viceversa saranno loro a mettere in un angolo noi.
Ciò, sia ben chiaro, non scalfisce di un millimetro la nostra contrarietà rispetto allo strumento delle primarie, che resta intatta per l’oggi e per il futuro.