Lo sciopero che sognavamo da anni

Uno sciopero generale così è il sogno profondo di ogni sindacalista che si rispetti. Tutti i posti di lavoro vuoti. Tutto fermo. Tutto chiuso. La Valle Susa è un’antica sede di insediamenti industriali e produttivi. Su centomila abitanti almeno diecimila sono operai di industrie metalmeccaniche e chimiche. Ed è proprio da questi lavoratori che è partito lo sciopero generale. Le Rsu di tutte le fabbriche della zona hanno lanciato una raccolta di firme, che in breve tempo ha superato le quattromila, per chiedere a Cgil Cisl e Uil di organizzare lo sciopero generale. Poi, avendo ricevuto una risposta negativa, le Rsu hanno deciso che lo sciopero si faceva comunque. La Fiom, i sindacati di base, le sinistre della Cgil hanno promosso e appoggiato l’iniziativa. Ma resta il fatto che quello della Valle Susa è il primo sciopero di un territorio a grande sviluppo industriale che avviene al di fuori delle decisioni di Cgil Cisl e Uil.
La fermata è stata totale, dalla più piccola bottega artigiana, al grande magazzino, alla fabbrica, all’ufficio commerciale, ovunque serrande abbassate e il cartello di sciopero. I lavoratori pubblici e dei trasporti, a cui lo sciopero era stato puntualmente vietato dalla commissione nazionale di garanzia, erano comunque presenti in massa. Una fermata di queste dimensioni nella Valle Susa non si era vista dalla fine della guerra, quando i partigiani scesero a valle. E non a caso la parola resistenza tornava spesso nei cartelli come nei cori della gigantesca manifestazione. Qui si incontravano tutte le generazioni, dagli studenti ai pensionati, ai vecchi partigiani. Qui accanto ai lavoratori della valle, c’erano le rappresentanze dei lavoratori di tutto il Piemonte. Lo sciopero generale della Valle Susa ripropone così una questione centrale della nostra democrazia, di ogni democrazia: chi decide e come si decide?

Finora a un’intera popolazione che chiede di discutere il suo destino hanno risposto l’arroganza e gli insulti del governo, ma anche la chiusura dei governi di centrosinistra della regione e purtroppo anche quella delle organizzazioni sindacali confederali. Durante la manifestazione spesso i cronisti interpellavano i sindacalisti presenti sulla spaccatura del sindacato. Ma la vera divisione non è quella che c’è tra i gruppi dirigenti sindacali e tra le forze politiche. La vera, profonda divisione è quella che rischia di consolidarsi tra rappresentati e rappresentanti.

Come si può seriamente pensare di andare avanti per quindici anni con i lavori per la Tav, con tutte le popolazioni che protestano contro di essi? Qualcuno pensa forse di gestire in termini di polizia per quindici venti anni l’economia e la società di una intera valle? E’ assurdo. Eppure le istituzioni della regione e le confederazioni sindacali, non paiono essere in grado di uscire dalla torre d’avorio delle proprie certezze.

La democrazia è il più efficiente dei sistemi politici proprio perché è capace di cambiare le decisioni sulla base del consenso. Se centomila persone, e tante altre con loro, non sono d’accordo sulla Tav esse non possono essere ignorate. Altrimenti si precipita nell’autoritarismo.

Per la Fiom è stato naturale sostenere lo sciopero, perché da tempo questa organizzazione ha fatto della democrazia il cardine del proprio sistema di funzionamento. Per dirla con Giuseppe Di Vittorio, meglio avere torto assieme ai lavoratori che ragione contro di loro. I lavoratori e i cittadini della Valle Susa hanno completamente ragione, ma anche se alcune obiezioni alle loro posizioni fossero valide, perché tanta paura di misurarle in un confronto democratico? Perché le istituzioni non promuovono una consultazione dei cittadini proponendo ad essi le differenti alternative? Perché Cgil Cisl Uil non consultano a Torino e in Piemonte i lavoratori sulla Tav? Forse perché hanno paura di vedere smentite le proprie posizioni. Ma allora, a maggior ragione, dovrebbero essere disposte a cambiarle. La verità è che il fronte bipartisan del mercato, del “non ci sono alternative”, dello sviluppo fondato sul decisionimo e le grandi opere, si è cacciato in un vicolo cieco. A queste condizioni la linea della Tav è tecnicamente irrealizzabile. A meno che qualcuno non creda che le popolazioni e i lavoratori improvvisamente si rassegnino. Se è così la manifestazione di oggi ricorda le profonde tradizioni operaie della valle. Quelle tradizioni che hanno insegnato da tempo ai suoi abitanti che per vincere bisogna resistere un minuto di più di chi sta dall’altra parte. Non ci sono serie alternative alla pratica della democrazia e alla costruzione delle decisioni con il consenso. Durante la manifestazione i momenti di maggiore entusiasmo erano quando il lunghissimo corteo che risaliva la valle incrociava i treni che procedevano sulla ferrovia parallela. Allora tutti i macchinisti salutavano il corteo con il lungo e ripetuto fischio del treno. Speriamo che l’eco di quei fischi sia giunta fino ai gruppi dirigenti delle confederazioni sindacali e a quelli del centrosinistra.