Lo dice anche l’Istat: sì ai pacs

L’Istat ci dice in questi giorni che la famiglia, in Italia (ma non solo) – un po’ come le stagioni – non è più quella di una volta. L’Istituto di statistica fotografa una realtà che tutti noi conosciamo per esperienze di vita: le proprie, quelle degli amici, dei parenti, dei conoscenti, dei divi. Si allungano i tempi di fidanzamento e cambia il progetto di vita: più convivenze e meno matrimoni. Questa è la realtà. Comunque la si voglia guardare – con la lente cattolica o con quella piccolo boghese, con quella ultraconservatrice o con quella moderata – la scelta delle giovani coppie, appare in tutta la sua evidenza. Eppure in questi stessi giorni c’è chi, pervicacemente, ostinatamente, si oppone ai pacs. Possibile che sia così difficile rimodellare le proprie convinzioni sulla base della società che cambia? E’ possibile ancora opporsi con tanta devozione al tempo che passa, ai costumi che cambiano? Sì, è possibile. Binetti, senatrice della Margherita, si oppone. E sostiene che questo governo i pacs non li farà. Ha detto al Meeting di Cl: «L’uguaglianza dei diritti non crea il diritto all’uguaglianza. Perché non può essere uguale ciò che è diverso». Diversità. A noi sembra un valore. Almeno: confrontarsi con gli altri ci sembra un valore. Anzi, detta così, sembra quasi un valore follemente cattolico. Eppure spaventa. Ma Dio non ci ha forse creato tutti uguali? Perché allora non è possibile che siano uguali, sempre di fronte a Dio, tutti i tipi di unione che gli esseri umani decidano di darsi? E’ così severa, oscura, pesante questa idea di uguaglianza. E ancora: che cosa cambia alla famiglia tradizionale il fatto che altri esseri umani abbiano dei diritti? Diritti che non tolgono niente a nessuno? E’ vero, se ne è già discusso: nel programma dell’Unione non figura la parola pacs (che sono patti civili di solidarietà: altra parola che sorprendentemente sembra spaventare certi cattolici). Si parla esplicitamente di unioni di fatto; Bindi, nel suo Rapporto alla Commissione Affari Sociali parla di convivenze di fatto. Comunque le si voglia chiamare, stiamo parlando di “famiglie”, legami profondi che possono andare avanti per decenni o finire dopo due anni. Come i matrimoni, ed è piuttosto evidente che che non c’è religione che ce la faccia, con il suo vincolo “finché morte non ci separi”, a tenere in piedi quella piccola ipocrita vita di coppia cara all’italietta anni Sessanta. Che poi al carrozzone oscurantista di “Scienza e vita” si leghi la mesta compagnia di giro del centrodestra, non è un grande favore ai cattolici moderati, a quelli che credono al Concilio quando dice che «si deve resistere alla pretesa di far passare le proprie opinioni come le sole conformi alla verità cattolica». I pacs, le unioni di fatto, le convivenza di fatto, ci vogliono. Chiamiamoli Ugo, se questo tranquillizza, ma basta porre il problema in questi termini. Come vedete, è diventato oltre che antistorico, anche antistatistico.