L’Italia tra Zapatero e il «modello tedesco»

Mancano dodici giorni alla decisione attesa dagli stati dell’Ue. O meglio, dai paesi che per primi formarono la comunità europea. Entro il 30 aprile, i Quindici dell’Unione (tra cui l’Italia) dovranno decidere se concedere la libera circolazione ai lavoratori dei paesi della nuova Europa, quella dell’est: entrati nella comunità solo dopo l’allargamento del 1° maggio 2004 a venticinque stati.
Le ipotesi, per i «vecchi» stati che ancora devono esprimersi, sono due: il mantenimento di un regime di restrizione alla libera circolazione dei lavoratori, come hanno già annunciato di volere fare Austria, Germania, Belgio e Olanda, procedendo dall’1 maggio soltanto a una graduale apertura delle frontiere. Oppure, come deciso da Spagna, Portogallo e Finlandia, l’apertura totale delle frontiere ai paesi dell’est. L’Italia, tra queste due posizioni, sembra intenzionata a conservare il sistema delle quote, come Austria e Germania, che limita l’accesso ai lavoratori dell’est. Ma un vertice di governo a palazzo Chigi è atteso nei prossimi giorni.
La commissione europea ha lasciato libertà di scelta agli stati, specificando però che il temuto effetto-esodo fino a oggi non c’è stato. Anzi. Nei tre paesi dell’Unione europea in cui la libera circolazione dei lavoratori è stata concessa già dal primo giorno dell’allargamento, «i lavoratori dell’est hanno rappresentato una risorsa per le economie nazionali». I paesi dove è stato già abolito il regime transitorio delle quote sono Gran Bretagna, Irlanda e Svezia, «e i nuovi immigrati, provenienti dagli otto stati dell’est – scrive la Commissione in una relazione – sono stati un fattore importante per la crescita economica e l’aumento dell’occupazione».
Di più. In base a questo studio, l’apertura delle frontiere con l’est non ha portato a un aumento significativo degli immigrati. «Paradossalmente – osserva la Commissione – la percentuale di immigrazione proveniente dai nuovi paesi membri dell’Ue non è cambiata di molto dopo l’allargamento». Insomma, aprire le frontiere conviene e non comporta le temute «invasioni», è questo il messaggio che arriva da Bruxelles. Sebbene la legge europea conceda una proroga fino al 2009 (e un’altra fino al 2011) al regime transitorio che limita la mobilità dei lavoratori, l’apertura dei confini non ha sostanzialmente modificato i flussi. In Inghilterra, dove il sistema restrittivo delle quote non è mai stato attivato, l’immigrazione dai nuovi stati membri è arrivata allo 0,1% in più dei lavoratori rispetto ai due anni prima dell’allargamento. In Austria, al contrario, dove il regime transitorio che limita gli ingressi proseguirà anche dopo il 30 aprile, la quota di immigrati provenienti dai paesi dell’est è invece raddoppiata.
«Gli effetti positivi ci sono per chi dà spazio alla libera circolazione dei lavoratori – conclude la Ue – mentre gli effettivi collaterali indesiderabili sono concentrati nei paesi dove c’è il blocco delle frontiere: lavoro nero e attività fittizie in aumento sono stati registrati soprattutto in questi paesi».