L’Italia sulla scia del Pentagono

Il futuro presidente degli Stati uniti sarà democratico o repubblicano? Non è così rilevante per il Pentagono: l’importante è che prosegua la politica bipartisan di rafforzamento della macchina bellica. Intanto il dipartimento della difesa ha ottenuto un altro consistente aumento del suo bilancio base: nell’anno fiscale 2009 (che inizia il 1° ottobre 2008), salirà a 515,5 miliardi di dollari rispetto ai 479 del 2008. Dal 2001, annuncia un comunicato ufficiale, è cresciuto del 74%.
Le «sfide del 21° secolo»
Al bilancio base si aggiunge la spesa per la «guerra globale al terrore», che prevede uno stanziamento «di emergenza» di altri 70 miliardi per le guerre in Iraq e Afghanistan. Ma già si annuncia che l’amministrazione «chiederà fondi addizionali una volta che saranno meglio conosciute le specifiche esigenze delle nostre truppe». Gli stanziamenti «di emergenza», ammontanti dal 2001 a 680 miliardi di dollari, continueranno così a crescere. E non è tutta qui la spesa militare statunitense. Con altri stanziamenti, il bilancio del Pentagono sale nel 2009 a 651 miliardi di dollari. Vi sono poi altre voci di carattere militare, come i 44 miliardi per il dipartimento della sicurezza della patria e i 92 per quello degli affari dei veterani. La spesa militare statunitense sale così nel 2009 ad almeno 787 miliardi di dollari, un quarto dell’intero bilancio federale.
Ciò permette al Pentagono di «dispiegare rapidamente forze e assicurare una nuova presenza militare globale per affrontare le sfide del 21° secolo». A tale scopo è in atto il «riallineamento» delle oltre 800 basi e altri siti militari che gli Stati uniti hanno all’estero. Ciò permette loro di avere «maggiore flessibilità strategica». Rientra in tale quadro il riallineamento delle basi Usa in Europa verso sud e verso est. Esse costituiscono i Forward Operating Sites (siti operativi avanzati) che, «mantenuti in caldo con una limitata presenza militare statunitense a carattere rotatorio», sono rapidamente «espandibili» per operazioni militari su larga scala in una vasta area comprendente, oltre all’Europa orientale, il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa.
In Italia – documenta il Pentagono nel Base Structure Report – le forze armate statunitensi hanno importanti installazioni in 41 siti (cui se ne aggiungono 57 minori): qui posseggono 1593 edifici con una superficie totale di oltre 900mila m2, più altri 1348 in affitto o concessione. Il Pentagono è dunque uno dei maggiori proprietari immobiliari del nostro paese. Tutte queste basi, nel quadro del riallineamento strategico, stanno acquistando crescente importanza. Lo dimostra la decisione di raddoppiare la base di Vicenza, avallata dal governo Prodi e ora confermata dagli appalti alle «cooperative rosse»: da qui opera la Squadra di combattimento 173a brigata aviotrasportata, l’unica unità aviotrasportata e forza di risposta rapida del Comando europeo degli Stati uniti, la cui missione è «promuovere gli interessi statunitensi in Europa, Africa e Medio Oriente».
Con Vicenza, Sigonella
Altrettanto importante, anche se meno noto, è il potenziamento della base di Sigonella. Nel 2005 è stato qui stabilito il Fleet and Industrial Supply Center (Fisc), il centro logistico delle forze navali Usa in Europa, il cui comando è stato trasferito da Londra a Napoli. Nello stesso anno è entrato in funzione a Sigonella il Global Broadcast Service, che trasmette alle unità di combattimento le informazioni satellitari. Nel 2007, l’aeronautica Usa ha annunciato che intende dislocare a Sigonella almeno 5 Global Hawks, gli aerei senza pilota che, volando a 20mila metri di altezza, localizzano con i loro sensori gli obiettivi da colpire. Infine, sempre nel 2007, è stato annunciato che a Sigonella sarà installata una delle 4 stazioni terrestri (le altre saranno negli Usa e in Australia) di un nuovo sistema di comunicazioni della marina statunitense: il Muos (Mobile User Objective System), formato da una costellazione di satelliti geosincroni, collegherà con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza, le unità di superficie, i sottomarini, i cacciabombardieri, i missili, gli aerei senza pilota, i centri di intelligence, in qualsiasi parte del mondo si trovino. Con l’installazione del Muos, la base di Sigonella è destinata a svolgere ulteriori ruoli anche nel programma dello «scudo» antimissili che gli Usa vogliono estendere all’Europa: il governo italiano vi ha aderito firmando segretamente al Pentagono, nel febbraio 2007, un accordo-quadro per mano del ministro della difesa Arturo Parisi.
I micidiali sistemi d’arma
Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura del 41%) servono non solo alla «proiezione di potenza» Usa verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni globali nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington. Così, sulla scia del riorientamento strategico Usa, è cambiato, a partire dalla prima guerra del Golfo, il ruolo delle forze armate italiane. Come spiega il capo di stato maggiore della difesa, loro compito è oggi la «difesa degli interessi vitali del paese» nelle aree di «interesse strategico» che comprendono Balcani, Europa orientale, Caucaso, Africa settentrionale, Corno d’Africa e Golfo persico. A tal fine si sta realizzando uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». L’Italia, dunque, si attrezza per la sua «proiezione di potenza».
Tutto questo costa. La spesa militare italiana, già all’ottavo posto mondiale come ammontare e al sesto come spesa procapite, continua ad aumentare. Nelle ultime due finanziarie è cresciuta complessivamente del 23%, raggiungendo i 23,5 miliardi di euro. Anche in Italia, come negli Usa, tale continuo aumento è stato reso possibile da una politica bipartisan, portata avanti prima dal governo Berlusconi, quindi da quello Prodi. Emblematica la partecipazione italiana al costosissimo programma del caccia statunitense Joint Strike Fighter, ribattezzato F-35 Lightning: il primo memorandum d’intesa è stato firmato nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002 dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007 dal governo Prodi. Non ci interessa sapere quale governo firmerà il quarto, ma quale ritirerà l’Italia dalla realizzazione di uno dei più micidiali sistemi d’arma, che «come un fulmine colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» nel quadro della strategia Usa della «guerra preventiva», a cui l’Italia è agganciata.