L’Italia s’è fermata

Crescita zero; occupazione in diminuzione; deficit pubblico in aumento. Con questi dati del 2005, Berlusconi chiude il fallimentare quinquennio del suo governo. Il peggior lustro del dopoguerra: in 5 anni il prodotto lordo è cresciuto di poco più del 3%. I «conti economici nazionali 2001-2005» presentati ieri dall’Istat si commentano da soli. Ma vediamoli più da vicino, partendo dall’anno appena terminato. Il prodotto interno lordo (1.417 miliardi a prezzi correnti) è rimasto fermo agli stessi livelli del 2004. Sono invece cresciute dell’1,4% le importazioni, mentre le esportazioni sono aumentate appena dello 0,3%. Il prezzo del petrolio non c’entra: i dati forniti dall’Istat sono, infatti, a prezzi costanti. Questo significa che l’Italia ha fatto un nuovo balzo indietro in competitività e le produzioni estere stanno soppiantando sempre di più il made in Italy. Un po’ sopra lo zero (+0,3%) sono cresciuti i consumi (di chi, però, l’Istat questa volta non lo specifica), mentre sono diminuiti dello 0,6% gli investimenti fissi lordi, anche se le costruzioni (+0,5%) hanno dato un contributo positivo, al contrario della spesa per macchinari che segna un -0,8%. In forte discesa anche gli investimenti in mezzi di trasporto (-4,6%) e quelli in beni immateriali (-2,5%). Poi l’Istat ci spiega che dal punto di vista della formazione del prodotto, «i comparti più dinamici in termini reali sono stati il settore delle costruzioni (+0,6%) e quello dei servizi (+0,7%)». Il valore aggiunto dell’agricoltura, invece, è sceso del 2,2% e per l’industria in senso stretto la caduta è stata del 2%.

Una sorpresa negati (soprattutto per il governo che ne aveva fatto un cavallo di battaglia per vantare successi) arriva dall’occupazione: nel 2005, espressa in termini di unità di lavoro e al netto di chi è in cassa integrazione, è diminuita dello 0,4%. Finora l’Istat aveva fornito i dati sulle forze di lavoro che fornivano, sugli occupati, indicazioni di senso opposto, anche grazie alla regolarizzazione degli occupati (oltre 600 mila negli ultimi anni. Il dato sulle forze di lavoro, però, è taroccato (ma l’Istat non ne ha colpa: si tratta di convenzioni internazionali) perché considera occupati anche le persone che lavorano una sola ora a settimana. Se si trasforma il dato di questi occupati in unità di lavoro totali a tempo pieno (Ula) risulta invece una caduta di 102 mila unità. A conferma di una precarizzazione estrema del lavoro e soprattutto di lavoro a tempo estremamente parziale visto che quasi il 10% degli occupati lavora (e non per libera scelta) meno di 16 ore a settimana.

Se l’economia reale va male, ancora peggio vanno i conti pubblici. In attesa di sapere a quale livello è arrivato il debito accumulato rispetto al pil (sicuramente oltre il 108%) l’Istat ci dice che l’indebitamentonetto (quello che comunemente viene definito deficit) rispetto al pil è salito al 4,3%; il saldo primari (l’indebitamento al netto della spesa per interessi che per il quinto anno consecutivo è diminuita grazie ai bassi tassi di interesse) è ancora positivo, ma solo per lo 0,5%, contro il 3,2% del 2001 e percentuali prossime al 6% con il governo Prodi. Di più: sempre ieri sono stati diffusi dal ministero dell’economia i dati sul fabbisogno di cassa nel primo bimestre del 2006. La situazione ovviamente peggiora: quasi 10 miliardi contro i 4,5 miliardi del 2005. Con queste cifre non si vede come il deficit in rapporto al pil potrà scendere nel 2006 attorno al 3%. E’ leggermente scesa (dello 0,1%) la pressione fiscale che si è attestata al 40,6%: chiaramente l’ondata dei condoni non ha contribuito a sconfiggere l’evasione alla quale va addebitato il calo della pressione fiscale. Il tutto come risultato di una leggera discesa delle entrate (-0,2%) e di una forte crescita delle uscita (+0,5%) perché lo scorso anno il governo non ha badato a spese clientelari per conquistare voti.

L’Istat ha anche rivisto i dati degli ultimi 5 anni, quelli di Berlusconi. I risultati sono peggiori di quanto calcolato finora. La crescita cumulata del pil scende dal 3,7 al 3,2%, mentre sale il deficit: praticamente dal 2001 l’Italia è sopra la soglia del 3%. Le revisioni maggiori per il 2003 e il 2004: da 3,2% al 3,4%. Un disastro del quale la Ue ci chiederà sicuramente conto.