«L’Italia faccia pressione sull’Ue Aprire subito la prigione Gaza»

John Dugrad è l’Incaricato speciale delle Nazioni unite per i diritti umani nei Territori occupati. Nel suo ultimo rapporto sulla situazione umanitaria in Cisgiordania e Gaza ha parlato della Striscia come di «una prigione di cui Israele ha gettato via le chiavi». L’accademico sudafricano ha risposto alle nostre domande al telefono, dal dipartimento di diritto internazionale dell’Università di Leiden (Olanda) da lui diretto.

Professor Dugard, lei ha definito Gaza «una prigione di cui Israele ha gettato via le chiavi». Cosa intende dire?
Gaza è completamente soggetta al controllo militare israeliano. Ci sono tre valichi principali: Rafah, Karni e Sufa, tutti e tre sono tenuti chiusi, sia per la popolazione, sia per le merci palestinesi. Con un blocco navale la marina israeliana ha chiuso lo spazio marino, impedendo ai pescatori di lavorare. Sotto controllo anche lo spazio aereo: l’aviazione bombarda regolarmente la Striscia e terrorizza la popolazione civile con voli a bassa quota. In altre parole i confini esterni sono sigillati, mentre il mare e il cielo sono controllati dalle forze militari israeliane. Quindi Gaza è di fatto una prigione.

Poco più di un anno fa se ne sono andate le truppe israeliane e i coloni. Cosa è cambiato da allora?
Il governo israeliano sostiene di aver liberato Gaza e che i palestinesi hanno risposto lanciando i razzi Qassam e catturando il caporale Gilad Shalit. Per questo motivo sarebbero scattate le ultime operazioni militari. Per me le cose stanno diversamente: il governo Olmert avrebbe attaccato Gaza anche se Shalit non fosse stato catturato, perché ciò a cui mirano gli israeliani è un cambiamento di regime, il rovesciamento del governo di Hamas. Ci stanno provando in diversi modi: non versando le tasse dovute all’Autorità nazionale palestinese e con le continue incursioni militari.

Dopo il ritiro cosa dovrebbe fare Israele per Gaza, secondo il diritto internazionale?
Anzitutto il governo israeliano continua a violare una gran quantità di norme del diritto internazionale umanitario. Per quanto riguarda il ritiro, quest’ultimo avrebbe dovuto rappresentare il primo di una serie di passi nella direzione della fine dell’occupazione, ma è evidente che le cose stanno andando diversamente.

Pensa che gli osservatori italiani a Rafah possano essere d’aiuto ai palestinesi?
La risposta israeliana all’invio degli osservatori europei è stata la chiusura del valico – riaperto finora solo per brevissimi periodi -. Gli osservatori dell’Ue incaricati di gestire il valico di Rafah, tra cui gli italiani, sono soggetti agli ordini militari israeliani e questo è un peccato.

Dunque sono inutili?
Non direi inutili, dico solo che è un errore che le forze dell’Ue debbano obbedire agli ordini israeliani.

Qual è l’importanza di Rafah per i palestinesi?
Si tratta dell’unico confine attraverso il quale possono comunicare con il mondo esterno. Gli altri valichi sono riservati a personale diplomatico o alle merci. I palestinesi che vogliono raggiungere qualsiasi destinazione nel mondo devono passare per Rafah e andare in Egitto. Ecco perché parlo di prigione di cui Israele ha gettato via le chiavi, perché con la chiusura di questo valico si impedisce agli ammalati di ricevere cure mediche specialistiche in Egitto o in qualsiasi altra parte del mondo, agli studenti di frequentare università di altre nazioni, ai lavoratori di cercare un impiego all’estero.

Ma per Israele il valico va chiuso per «motivi di sicurezza».
Gli israeliani dicono che i palestinesi scavano dei tunnel attraverso i quali introducono a Gaza armi e merci di contrabbando. Si tratta di un’argomentazione facilmente confutabile: anzitutto c’è la polizia di frontiera egiziana che è in grado di prevenire queste infiltrazioni e poi ci sono mezzi elettronici per scoprire i tunnel, utilizzati, ad esempio, ampiamente negli Stati uniti. Mezzi che però Israele preferisce non usare, per avere la scusa per chiudere il valico di Rafah. Si tratta di punizioni collettive.

Il ministro degli esteri italiano D’Alema ha recentemente parlato del possibile dispiegamento di una forza internazionale di osservazione e di sostegno nella Striscia di Gaza. Pensa che funzionerebbe?
Potrebbe essere utile ma è impossibile. È un’idea meravigliosa: potrebbe evitare che gli israeliani attacchino i palestinesi e che questi ultimi sparino i razzi Qassam verso lo Stato ebraico. Ma Israele non permetterebbe mai a una forza internazionale di prendere posizione nella Striscia di Gaza. Israele non ha potuto opporsi a una forza internazionale in Libano, perché in quel caso le truppe opereranno in uno stato sovrano indipendente. Gaza e la Cisgiordania al contrario sono territori occupati da Israele.

Cosa si aspetta dalla comunità internazionale per Gaza?
Penso che una parte della Comunità internazionale non abbia intenzione di fare alcuna seria azione per porre fine alle incursioni contro Gaza. Siamo in un momento molto difficile. Il mondo dovrebbe porre rimedio alla posizione d’isolamento in cui si trovano attualmente i palestinesi. Infatti non soltanto Israele non parla con il governo eletto democraticamente dai palestinesi, ma anche il Quartetto, e l’Unione europea non parlano con l’Anp. Nessuno parla con il governo eletto dai palestinesi e in questa situazione è impossibile fare passi in avanti.

E il governo italiano?
Spero che il governo italiano spinga l’Unione europea, che attualmente è molto debole all’interno del Quartetto (Usa, Ue, Onu, Russia) ad essere più attiva all’interno di quel gruppo di mediatori.