L’Iraq nel sangue a due giorni dal voto

Mancano quattro giorni al referendum in Iraq sul progetto di nuova Costituzione e l’avvicinarsi della scadenza è marcato da un intensificarsi degli attacchi, da parte sia della resistenza “nazionale” sia dei gruppi legati ad Al Qaida e ad Al Zarqawi. Nel tentativo di disinnescare la mina rappresentata dalla recisa ostilità della comunità sunnita, ieri si è tenuto un incontro trilaterale, promosso dai dirigenti sciiti e curdi con esponenti sunniti e con la mediazione degli americani, per cercare di arrivare a un accordo, nella speranza (anche se non esplicitamente dichiarata) di neutralizzare almeno il fronte della resistenza sunnita, limitando la escalation degli attentati ai gruppi terroristici “esterni” (Zarqawi, come si sa, è giordano e i suoi uomini sono per lo più arabi non iracheni, in maggioranza sauditi); ma una intera giornata di discussioni non ha portato, a quel che si sa, ad alcun risultato concreto.
Gli attacchi più pesanti della giornata di ieri sono avvenuti a Baghdad e a Tal Afar, nel nord-ovest del Paese a ridosso del confine con la Siria, già teatro nelle ultime settimane di una offensiva delle forze americane. Quest’ultimo attentato è stato rivendicato da un gruppo legato ad Al Zarqawi. Nella capitale un attentatore suicida si è fatto esplodere in un quartiere sunnita provocando cinque morti secondo la polizia ma ben venticinque secondo altre fonti; il comando Usa non conferma la notizia che fra le vittime ci sia anche un soldato americano. A Tal Afar un’autobomba guidata (sembra) da un kamikaze è esplosa a ridosso di un mercato appena aperto affollato di gente; i morti sarebbero, secondo un medico del locale ospedale, almeno ventiquattro e i feriti trentasei, mentre altre fonti parlano di 30 morti e 45 feriti. Tutto lascia prevedere che nei prossimi tre giorni gli attacchi si facciano più intensi e micidiali, anche se l’intero apparato di sicurezza del governo provvisorio e della coalizione a guida Usa è mobilitato per farvi fronte. Ma al di là delle azioni della guerriglia e dei gruppi terroristici, sono le divisioni politiche e intercomunitarie che gettano una pesante ombra sulla giornata elettorale, per la quale il governo Jaafari prevede la chiusura delle frontiere e la chiusura delle frontiere e la imposizione del coprifuoco notturno; misure straordinarie che mal si conciliano con la libera circolazione degli elettori e con la democraticità del voto. D’altra parte le elezioni del 30 gennaio scorso costituiscono un precedente significativo. Allora erano iscritti nelle liste 14,3 milioni di iracheni su un totale di 27 milioni, e andò alle urne – secondo i dati ufficiali, certamente gonfiati – il 60 per cento, pari a 8,5 milioni; ma in realtà ancora oggi non si sa quanti iracheni abbiano davvero votato. Ora gli iscritti alle liste per il referendum sono un poco di più, cioè 15,5 milioni, ma nessuno è in grado di prevedere quanti andranno alle urne, soprattutto nelle provincie centrali del “triangolo sunnita”.

Gli esponenti della comunità sunnita sono infatti, in realtà, divisi sul da farsi: una parte fa appello al boicottaggio del referendum, come fece appello al boicottaggio delle elezioni di gennaio, ritenendo che in tal caso la Costituzione sarebbe palesemente delegittimata, anche se approvata da una maggioranza di sciiti e curdi; un’altra parte invece punta a un afflusso massiccio alle urne per votare “no”, in quanto se si arrivasse in tre province ai due terzi di “no” l’intero processo costituzionale decadrebbe e si dovrebbe tornare, a dicembre, a nuove elezioni parlamentari. I tentativi, portati avanti ancora ieri, di introdurre modifiche al testo costituzionale per superare l’ostilità dei sunniti non hanno dato esito; ma del resto sarebbe a dir poco singolare modificare il testo ad appena tre o quattro giorni dalle elezioni, anche se l’ambasciatore americano Zalmay Khalilzad, che ha già manipolato il testo costituzionale e le elezioni in Afghanistan, sta ancora cercando di portare avanti i colloqui. In questo quadro, acquista tutto il suo significato la sconsolata dichiarazione del segretario generale dell’Onu, i cui funzionari sono direttamente coinvolti nella preparazione e nel monitoraggio del voto: «Se la Costituzione non sarà universalmente accettata – ha detto Kofi Annan – è prevedibile che la violenza continuerà. Ritengo – ha aggiunto – che ci sarebbe voluto un tentativo unitario, ma attualmente non siamo in questa fase». Un modo diplomatico per dire che cose non potrebbero andare peggio.