L’Iraq è solo l’antipasto.

Gli Usa non riescono a uscire dalla crisi che li attanaglia, uno squilibrio di sistema che risale agli anni 80.
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Le armi dell’economia hanno fallito, a Washington non restano che le armi vere.
L’economia americana ristagna da circa tre anni. Ogni mese la ripresa viene spostata in avanti di qualche tempo. Ma a prescindere dall’andamento immediato dell’economia, gli Stati Uniti si trovano alle prese con una serie di squilibri sistemici risalenti agli anni ‘80. La presidenza Reagan si caratterizzò per alcuni aspetti di fondo: distruzione dei diritti sindacali e sociali, apertura commerciale come strumento politico, enorme incremento delle spese militari, soprattutto in nuove tecnologie. L’insieme di queste politiche fece sì che gli Stati Uniti, tradizionalmente creditori del resto del mondo (si pensi al piano Marshall), ne divenissero i più grandi debitori. Anno dopo anno, l’economia americana cominciò a importare più di quanto esportava. Il deficit commerciale non dava problemi, tuttavia, perché la politica del dollaro forte spingeva i creditori americani a lasciare i propri soldi a Wall Street. I bassi salari, e più in generale il crollo delle condizioni di vita dei lavoratori americani, aiutavano la crescita dei profitti. Poiché la famiglia americana media godeva di una ridotta se non nulla crescita del reddito, per evitare un calo dei consumi si sviluppò una politica senza precedenti di credito al consumo. Il sistema del credito come volano dell’economia capitalistica era già usato due secoli fa, ma il credito era fatto alle aziende per investire. Non si era mai vista una simile esplosione del credito alle famiglie. Ad ogni modo, per gran parte degli anni ’80 e ’90 il boom della borsa e la vittoria nella guerra fredda contribuirono a rinviare di molto l’insorgere della crisi. Ma come sempre accade, ritardare i problemi significa aggravarli.

Da creditori a debitori
Dopo venti anni di crescita quasi ininterrotta, curiosamente, anziché un’economia florida abbiamo una situazione senza uscita. Il settore privato americano ha un debito pari al 140% del Pil. All’apice della crisi degli anni ’70 non aveva mai superato il 100%. Per la prima volta dal dopoguerra il debito della famiglia media supera il suo reddito annuale. Nel suo complesso il debito americano raggiunge il 300% del Pil. Non solo, ma gli Stati Uniti sono debitori netti sull’estero per il 20% del Pil, una cifra colossale, soprattutto da quando azioni e obbligazioni americane sono così poco attraenti. Solo il deficit commerciale supera ormai il 5% del Pil, e nessun economista ritiene questa cifra sostenibile nel medio e lungo termine. Non stupisce dunque che il dollaro abbia perso un quarto del suo valore dal 2000 pur in vista di una guerra, quando una volta i conflitti spingevano la moneta americana verso l’alto. Ma ancora non basta, perché la recessione e la guerra hanno fatto ripartire il debito pubblico, una volta sotto controllo. Il piano di rilancio economico di Bush prevede mille miliardi di dollari di tagli in dieci anni. A ciò si unisce un fortissimo aumento delle spese militari. In appena tre anni, il più grande avanzo pubblico della storia si è trasformato in un buco senza fondo.

Dal canto suo l’industria americana è gravata da un fardello di sovracapacità colossale. In nessun momento degli anni ’90, il più lungo boom registrato dalle statistiche, l’uso di capacità produttiva ha superato l’80%. Oggi si aggira al 75%. Naturalmente, è difficile fare profitti quando un quarto della dotazione di capitale fisso è inutilizzata. Non può dunque stupire se i fallimenti in America battono un record dopo l’altro. Nel 2002 si sono registrati oltre un milione e mezzo di fallimenti (individuali o di imprese), il 6% in più dell’anno prima. Nella recessione del ’91 il massimo era stato di 900mila, in quella dell’80 di 300mila. Tra i primi venti fallimenti aziendali della storia americana 7 sono avvenuti nel 2002 e 5 nel 2001.

Ma questi vent’anni hanno anche e soprattutto rovinato la classe lavoratrice. Abbiamo assistito ad un collasso delle condizioni di vita dei lavoratori senza paragoni nel ventesimo secolo. Innanzitutto, l’80% dei salariati americani ha avuto un calo del salario reale ed ormai il salario medio è simile a quello europeo (19 dollari contro 20), solo che quello americano è lordo. Nello stesso periodo le ferie sono calate in media da 11 a 9 giorni, mentre l’orario di lavoro è cresciuto di 80 ore l’anno e in alcuni settori fino a 250. Appena il 50% della forza lavoro ha una pensione pagata dall’azienda (all’inizio della presidenza Reagan era l’84%). Un quarto dei dipendenti a tempo pieno delle grandi imprese (l’aristocrazia del lavoro negli Stati Uniti) non ha copertura sanitaria. Solo il 2% delle donne che lavorano ha diritto al congedo per maternità. E il crollo delle condizioni di vita si riflette ormai anche in un brusco peggioramento degli indicatori sociali: la mortalità infantile americana è del 30% superiore a quella europea, mentre le prigioni statunitensi ospitano ormai oltre 2 milioni di carcerati (erano 700mila nel ’90).

Fino a poco tempo fa, molti lavoratori americani avevano almeno la via di uscita della borsa, che prometteva ricchezza per tutti. Non a caso, per la prima volta nella storia, oltre la metà delle famiglie americane ha dei soldi in borsa (anche se l’1% più ricco detiene la metà del valore totale). La gran parte di queste famiglie possiede azioni tramite i fondi pensione, che dovevano essere la soluzione di ogni problema del sistema previdenziale (questo anche secondo buona parte del sindacato italiano). Purtroppo per questi neofiti della finanza, il crollo di borsa ha trascinato con sé i fondi pensione: ad esempio, le 200 più grandi aziende europee “devono” ai propri fondi pensione 275 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti, la cifra è ancora peggiore (300 miliardi). Non è difficile prevedere chi sarà chiamato a coprire questi buchi provocati da chi pontificava sulle gioie del libero mercato.

Soluzioni?

Negli ultimi anni hanno tentato ogni via di uscita. Hanno azzerato il costo del denaro dimenticando l’esempio del Giappone, hanno tagliato selvaggiamente le spese sociali, distruggendo le condizioni di vita di intere generazioni, hanno reso il mercato del lavoro più flessibile e antisindacale possibile, eppure non riescono a uscire da questa crisi. E la lista delle cose che potrebbero andare male non è finita. C’è la possibilità che la deflazione (il calo assoluto dei prezzi) intacchi ancor di più i profitti. Inoltre, un duraturo aumento del prezzo del petrolio potrebbe essere nefasto per aziende e famiglie indebitate fino al collo. C’è il rischio che tutto questo conduca ad una crisi di una o più banche, con effetti incalcolabili sul sistema creditizio mondiale. Non a caso il santone dei mercati, il presidente della Fed Greenspan, è il primo ad ammettere che ormai l’incertezza regna sovrana. Nell’ultimo biennio, i profitti e investimenti hanno avuto il più brusco crollo dagli anni ’30; difficilmente si risolleveranno ora. E questo rende la ripresa assai difficile.

Di fronte a questa situazione, in cui le tradizionali armi della politica economica hanno miseramente fallito, all’America non sono rimaste che le armi vere. In soldoni, gli Stati Uniti devono esportare di più (conquistando i mercati con le armi), importare di meno (o a meno, occupando militarmente intere aree del globo) e tenersi i soldi che tutto il mondo ha investito nel suo territorio (minacciando ritorsioni). L’Iraq è solo l’antipasto.