L’Iraq di Blair, diserzioni e morti misteriose

«Finalmente possiamo voltare pagina» aveva detto il premier britannico Tony Blair il 30 gennaio scorso quando gli iracheni erano andati a votare. Ma l’Iraq continua ad essere al centro della vita politica e del dibattito inglese. C’è una Iraq connection nelle bombe del 7 luglio (perché gli attentatori rivendicano il diritto a combattere «chi porta morte e distruzione in Iraq e in medioriente»), c’è l’Iraq nella legge antiterrorismo al vaglio del parlamento in questi giorni. E c’è l’Iraq nelle due notizie che provengono una dall’Inghilterra e una da Bassora. Il primo soldato britannico che si è rifiutato di andare a combattere in Iraq dovrà essere processato da un tribunale militare. Dovrà rispondere di aver disobbedito agli ordini. Il luogotenente della Raf Malcolm Kendall-Smith ha ieri ribadito, attraverso i suoi legali, di essersi rifiutato di combattere in Iraq perchè riteneva l’invasione illegale. Smith, di stanza alla base Raf scozzese, è il primo soldato ad affrontare un processo per non essere andato in Iraq. Rischia il carcere anche se in ambienti militari si mormora che forse sarebbe meglio evitare sentenze dure, visto che l’effetto che queste potrebbero avere sul morale (già molto basso tra i soldati e di forte risentimento tra i familiari) dei militari ancora nel Golfo. I difensori del luogotenente Smith, che era già stato decorato per il suo servizio in Afghanistan, hanno sostenuto che il loro assistito, ritenendo illegale l’invasione, ha usufruito della legge militare che consente ad un ufficiale di rifiutare di obbedire ad un ordine se lo ritiene illegale. Ma la commissione militare che ha deciso di rinviare a processo l’ufficiale ha fatto sapere che «gli ufficiali sono tenuti ad agire in accordo con le regole e la disciplina di guerra». I difensori di Smith però hanno sostenuto che il loro assistito si è proclamato obiettore di coscienza.

La seconda notizia destinata a turbare se non i sonni di Tony Blair almeno quelli del ministro della difesa, giunge da Bassora. Il ministero ha confermato di aver avviato un’inchiesta sulla morte di un investigatore militare. L’uomo si trovava in Iraq, nella base britannica di Bassora, quando è stato trovato morto, sabato scorso. Il Capitano Ken Masters, quarant’anni, era nel Golfo per occuparsi delle ormai numerosissime denunce di maltrattamenti o uccisioni di civili da parte di militari britannici. Un portavoce del ministero della difesa ieri si è limitato a commentare che le circostanze della morte di Masters «non sono al momento da considerarsi sospette». Si è però rifiutato di escludere il suicidio. E non ha voluto fornire altri dettagli.

Certo è che negli ultimi mesi le pressioni sulla polizia militare di stanza in Iraq è notevolmente aumentata. Solo la settimana scorsa, l’attorney general, il procuratore generale, aveva criticato la qualità delle indagini condotte dai militari. Sono ormai decine le denunce di cittadini iracheni che accusano i militari britannici di maltrattamenti, torture e in molti casi omicidio. Ci sono almeno un centinaio di casi che hanno trovato l’appoggio di legali inglesi. In un caso, tre militari britannici sono accusati di crimini di guerra. La tensione a Bassora è aumentata quando, il mese scorso, la polizia irachena ha arrestato due soldati britannici undercover. Gli inglesi hanno risposto letteralmente occupando e mettendo a ferro e fuoco una stazione di polizia per liberare i due agenti segreti. Ci sono stati diversi morti tra gli iracheni.

Ma le tensioni sono aumentate anche all’interno delle gerarchie militari. La settimana scorsa il procuratore generale ha dichiarato che alcuni militari di alto rango stavano cercando di bloccare le indagini sull’omicidio del sergente Steven Roberts, ucciso nel marzo del 2003 mentre era di pattuglia. Il capitano Masters non è il primo membro della sezione investigativa della Royal Military Police ad essere trovato morto nella base di Basra. Un anno fa infatti anche il sergente Denise Rose fu trovato morto in una base militare britannica.