L’ipocrisia della fretta

L’ennesima giornata di stragi, ma la sinistra moderata è nervosa perché l’aggressione all’Iraq non si è conclusa in 72 ore con fiori e festeggiamenti delle popolazioni. Siamo al tredicesimo giorno: né Baghdad né Bassora né Nassiriya sono state prese dagli angloamericani e una guerriglia insidia le loro truppe che le circondano dal sud e dal centro. Non c’è previsione di Washington che si sia realizzata, notizia da Londra che regga 24 ore: Bush dice «siamo nei tempi» ma per il generale Franks si potrebbe andare all’estate, Blair ha annunciato una rivolta a Bassora che non c’è stata, una bomba chimica è vissuta il tempo di un tg, le armi di sterminio non si sono viste, per Myers occorrono 100 mila soldati in più, Rumsfeld nega, Wallace parla di una tregua fino al 10 aprile Franks lo smentisce, i militari litigano pare con la difesa e questa con Colin Powell. Noi non sappiamo molto dell’Iraq, ma certo più di Donald Rumsfeld e Condoleeza Rice e dei loro servizi di intelligence, convinti che le truppe americane sarebbero state benvenute per gli sciiti al sud, per i kurdi al nord, e per chiunque non fosse la guardia nazionale al centro. Si sbagliavano, perché se è certo che Saddam Hussein ha represso crudelmente gli sciiti e kurdi, è anche certo che queste popolazioni odiano gli americani più che non odino lui. Qualcosa li unisce, e non è la religione, è l’identità araba umiliata, l’essere una nazione secolarmente oggetto dei disegni altrui, essere stati dall’Occidente usati, armati e traditi, da dieci anni privati di cibo e medicinali, con la più alta mortalità infantile nel Continente, e infine ora aggrediti. Preferiscono battersi che essere liberati dal generale Franks, diventando un protettorato americano. Che cosa si aspetta per capire che l’operazione, oltre che illegale, è stato un colossale errore e chiedere che l’Onu gli metta subito un alt?

Invece il nostro governo e parte dell’opposizione vorrebbero che Bush facesse più in fretta, magari sganciando più bombe invece che affrontare la guerriglia per le strade in città, e si pensi al dopo, come rimodellare l’Iraq e dividersi gli appalti della ricostruzione. Poche volte c’è stato un tale sbandieramento di ipocrisia, accompagnato dalla campagna contro i pacifisti: allora volete una guerra più lunga, più sangue più macerie? Siete amici di Saddam Hussein e nemici dell’America e della libertà.

Sarebbe da ridere se non fossimo in una tragedia. Questa guerra non ci doveva essere, non ha uno straccio di legittimità politica né morale. Si poteva fermare. E’ bastato che Francia Cina e Russia, ma anche Germania, dicessero di no perché Colin Powell non riuscisse a comprare i paesi minori del Consiglio di sicurezza, pur tutti in difficoltà e ricattati dal fondo monetario. E non per amore per l’Iraq, ma perché la new strategy americana si è data il diritto di far guerra preventiva dovunque veda lesi gli interessi degli States mandando a spasso Onu e diritto internazionale. Bush ha già indicato i prossimi obiettivi: Siria, Iran, forse Corea del nord.

Quella che doveva essere una operazione di polizia contro al Qaeda, è diventata licenza di aggressione a un pacchetto di stati. Prodi, che ha detto parole giuste sul modo di trattare i popoli, si duole che l’Europa non abbia avuto una voce sola. Appunto, che dirà l’Europa, se «liquidato l’Iraq» Bush e Blair procederanno contro l’asse del male? Assisterà per dovere transatlantico e poi distribuirà ai sopravvissuti scatole di latte e biscotti?

Bush e il suo staff dell’American Enterprise Institute sono il pericolo maggiore per il mondo. E a nostra vergogna oggi soltanto i corpi degli irakeni, dei quali vediamo alcune costernanti immagini, lo tengono in scacco. Non riusciranno a metterlo in fuga come dal Vietnam, l’Iraq non ha alle spalle la Cina e l’Unione sovietica, Saddam non è Ho-Chi-Min, e gli Usa non hanno ancora sganciato tutto il loro potenziale di bombe.

Politicamente Bush ha già perduto, ma ancora detiene la più possente macchina militare e finanziaria del pianeta. Deve essere isolato da ogni democrazia che si rispetti prima che lo caccino i tre quarti degli americani che non lo hanno votato. Egli sta all’America come Berlusconi sta all’Italia, frutto della nostra parte peggiore. Noi siamo con l’altra America e questa è con noi.