L’Inter, i migranti e la via petrolifera al socialismo.

Prima il calcio d’inizio a San Siro con la squadra di Moratti, poi l’incontro con Silvio Berlusconi e il comizio dal palco
del palazzo della Cgil per un appello all’Europa: mollate l’America della guerra permanente

Un calcio d’inizio a San Siro, incontri di popolo, governo e petrolio, un comizio fiume d’altri tempi (per noi): sabato scorso un alieno è arrivato a Milano dalla via democratica al socialismo venezuelano: «La transizione è partita, il momento storico dell’unificazione bolivariana è iniziato per l’America Latina, coma ha fatto l’Europa» ma l’Unione a cui aspira Hugo Chavez è «soprattutto antimperialista» e chiede all’Europa di mollare l’America di Bush e della guerra permanente.
Il primo passo della visita meneghina del presidente Chavez è stata a San Siro ospite dell’Inter per lanciare progetti sportivi per i giovani sfavoriti nel suo paese: «Non c’entra la politica, ma l’amicizia con una grande squadra con una grande tradizione sociale» spiega Chavez. I saluti ai calciatori, il calcio d’inizio e la vittoria della nazionale venezuelana nell’amichevole con i nerazzurri sono il contorno all’abbraccio con i pochi venezuelani riusciti a partecipare all’incontro a porte chiuse: giovani studenti, tecnici agronomi, allenatori di baseball, lo sport più amato e praticato della madrepatria (per la vittoria al referendum confermativo della Costituzione del 2004, Chavez iniziò l’oceanico comizio a reti unificate così: «Fidel abbassa la testa che abbiamo sparato un fuori campo dritto sullo Casa Bianca»). I problemi di questi latinos di casa nostra sono la parificazione dei titoli di studi e una migliore idea dell’accoglienza: «Un migrante è una persona uguale e cosciente, qui crescere è difficile». Alcuni giovani italo-venezuelani di Torino, sono invece più scettici sul loro presidente: «Prima era uno schifo, adesso è uno schifo populista». Comunque sia sono tutti lì a tifare Venezuela, con la bandiera in mano e la fotocamera digitale. A questi «muchachos e muchachas» si rivolge il presidente chiedendo passione e lotta e offrendosi: ciascuno racconta la sua storia, da dove viene, dove lavorare, cosa chiede al suo Paese. Chavez non se ne perde uno, confronti faccia a faccia, battute e foto. Sta bene in mezzo alla gente e sembra convincerli quando dice: «Non facciamo abbastanza per voi, ma state in contatto con l’ambasciata vogliamo sapere come vivete se avete problemi, come aiutarvi, l’Italia è un paese che sarà sempre più nostro amico».

Dall’Inter del petroliere Moratti, al presidente del Consiglio e quello dell’Eni, c’è un corteo di undici auto. Berlusconi riceve privatamente il leader politicamente più lontano da lui – pochi giorni prima a Madrid Chavez l’aveva definito «uno di quegli straricchi che con le televisioni pensano di comandare il mondo» – giocando l’eterno ruolo del piazzista: pacca sulla spalla e «siamo della stessa pasta, io e lei, gente coraggiosa che decide, non politicanti; diffidi della sinistra italiana parolaia e traditrice» (così ci ha riferito un membro della delegazione venezuelana). Per risultare simpatico gli passa al telefono la fotomodella venezuelana Aida Yespica, starlette televisiva e fidanzata di qualcuno, Chavez sta al gioco, ma non gradisce il siparietto. Per uno che dice «io non sono il presidente della Repubblica, svolgo solo una funzione affidatami dal popolo sovrano, spero di tornare un uomo qualunque» l’etichetta è tutt’altro. Si sa la repubblica delle banane non sta più oltreoceano.

Sulla piazza sopraelevata della Camera del Lavoro, una giornalista venezuelana che qua trova solo contratti a progetto in supermercati e uffici, ci dice: «Quello che mi dispiace è che sapete così poco della nostra storia, anche sui giornali della sinistra c’è sempre una visione eurocentrica come se la nostra storia iniziasse ora, ma se non capite Bolivar, non capite Chavez». Bolivar, il libertador, il riunificatore, citato ogni trenta parole da Chavez, che non smette di ringraziare Roma per la commemorazione del bicentenario del giuramento di Montesacro – «non darò tregua al mio braccio, né pace alla mia anima fino a quando non avrò spezzato le catene che ci opprimono» – ponte ideale tra il libertador e l’attuale progetto chavista. Ne racconta la vita, gli amori, l’incontro con Garibaldi, gli errori e l’eredità: una lezione di storia popolare per capire che «la libertà senza uguaglianza serve solo ai forti per dominare i deboli». Quando saluta e invita l’applauso per l’eroe italiano dei due mondi forse rimane sorpreso della tiepida risposta della piazza, non sa che la storia da noi non è patrimonio, ma rimozione.

Dal palco del palazzo della Cgil da cui per ultimo parlò un partigiano della Garibaldi attorno al 25 aprile di sessanta anni fa, Chavez viene accolto da un “Bella ciao”, bandiere e grida. Lui regala un discorso di quasi due ore a braccio, con decine di citazioni (da Mao alla nonna Inés), battute, invocazioni continue («que viva Italia … Venezuela … Cuba … i luchadores …») senza mai perdere il filo. Un fiume di parole contro il «capitalismo distruttivo» e per «la rivoluzione che non finisce mai», con l’attualità della analisi gramsciana della crisi e la necessità di «seppellire quello che muore e far nascere ciò che fa fatica a nascere». «I popoli lottano, chiedono il cambiamento, perché non c’è nulla di più poderoso della voglia di liberazione» (riferimento ai Miserabili di Victor Hugo, il suo testo preferito). Legge Noam Chomsky per dire che il mondo ha una nuova potenza per sfidare l’impero americano («peggiore di quello romano»): l’opinione pubblica mondiale. A questa vuole rivolgersi il presidente del Venezuela con centinaia di milioni di barili di greggio e gas da mettere a servizio della causa. La via petrolifera al socialismo democratico di un paese del Sud, dall’enorme disparità sociale e ricchissimo.

Da Madrid a Berlino, Chavez chiede una svolta antistatunitense, antimperialista, socialista. Non parla ai partiti o alla sinistra, parla al popolo passando dalla fede («sono cattolico e cristiano, più cristiano, e se il primo capitalista è stato giuda iscariota, il primo socialista è stato Gesù di Nazareth»), «all’amore che si ripaga con amore». Definisce la sua una «rivoluzione sui generis» e chiedi a tutti di porsi il problema della propria liberazione. Soprattutto ai più giovani: «A quindici anni sognavo il futuro, lottiamo perché non rubino il futuro ai nostri giovani come hanno fatto con noi». Applausi, foto, il presidente saluta e lascia Milano, per tornare con la sua astronave al pianeta Venezuela.