«L’insegnamento che viene da Parigi»

La campana francese suona per noi. Eppure, in Italia sono in pochi ad ascoltare quei rintocchi: «Le questioni del lavoro, più precisamente delle condizioni materiali dei lavoratori segnate dalla precarietà, non sono certo al centro della campagna elettorale». E’ un eufemismo, questa frase di Gianni Rinaldini, una persona che per carattere non ama alzare i toni del confronto e della voce in un momento in cui i toni sono troppo alti e «lo scenario politico è inquietante e inquinato». Del rapporto tra la rivolta francese e i silenzi italiani parliamo con il segretario generale della Fiom Cgil, un’organizzazione che da anni ha messo al centro della sua azione la lotta alla precarietà.
Cosa c’è di tipicamente francese e cosa invece riguarda l’intero Occidente, nella protesta di questi giorni?
La rivolta come dimensione di massa che coinvolge direttamente il governo è tipica della storia sociale e politica francese. In termini generali, però, quei ragazzi in strada che si battono contro il Cpe parlano a tutti noi, agitano una questione centrale nelle dinamiche aperte non solo su base europea: è una rivolta che rimette al centro la dimensione del lavoro. Cosa ne è delle condizioni materiali dei lavoratori, quando i lavoratori stessi vengono ridotti a merce usa e getta, puramente subordinate alle esigenze del potere economico? La condizione umana viene ridotta a variabile dipendente del mercato, considerato di per sé l’«interesse generale». E’ contro questa concezione del mondo e delle relazioni sociali che si manifesta in tutte le città francesi.
La lotta contro il Cpe in Francia richiama la mobilitazione in Italia in difesa dell’articolo 18 e contro il Patto per l’Italia. Eppure, anche sul versante della risposta sociale le differenze non mancano…
La ragione delle proteste è la stessa: la legge 30 ha ben poco da invidiare, dal punto di vista del liberismo, alla controriforma francese. Ma è interessante notare come a Parigi la rivolta sia partita dai giovani e dagli studenti che si organizzano e si autorappresentano con forme assolutamente democratiche, senza escludere l’ipotesi di esprimersi con un referendum sull’eventuale, auspicabile conclusione positiva della lotta in corso. Una prova di maturità e radicamento sociale di quel movimento.
Le tematiche del lavoro e, dunque, della precarietà più che non centrali sono cancellate nella nostra campagna elettorale.
E’ vero, i nodi che attraversano l’insieme del lavoro dipendente sono scomparsi, alla vigilia di elezioni estremamente importanti. Il clima politico è inquietante e mette a rischio la tenuta democratica del paese, il rapporto tra gli organismi costituzionali dello stato. Crescono reciproche minacce di togliere presunti scheletri dagli armadi. Le minacce di Berlusconi stanno tracimando, fanno passare in secondo piano persino le ingerenze degli Stati uniti nella nostra vita politica. Il conflitto di interessi ha inquinato profondamente cultura e società, travalicando il soggetto stesso detentore del conflitto d’interessi. La sconfitta di Berlusconi è la priorità assoluta.
E ciò giustifica il vero o presunto feeling tra forze sociale e organizzazioni portatrici di interessi opposti, come la Confindustria e i sindacati?
In questo contesto compromesso da Berlusconi, Confindustria tenta di condizionare pesantemente le scelte del futuro governo. Occultare, come fa una gran parte dell’Unione, le questioni sociali, rischia di favorire l’affondo padronale. Alla luce dell’esperienza francese e nella piena consapevolezza della crisi del paese, credo invece che le prime misure del futuro governo debbano segnalare una rottura esplicita. Penso a due misure immediate che non avrebbero costi: il ritiro delle truppe d’occupazione e l’abrogazione della legge 30. Sarebbe un modo serio per rapportarsi positivamente e non in modo propagandistico con i segnali che ci arrivano dalla Francia.
E la Cgil, che ruolo può giocare in questa direzione?
La Cgil deve praticare la sua autonomia e l’insieme del movimento sindacale ha bisogno di recuperare un rapporto pienamente democratico con i lavoratori. Sarebbe un grave errore, qualora il centrosinistra dovesse vincere le elezioni e formare un governo democratico, come speriamo, ripercorrere strade antiche e rispolverare improbabili patti sociali.