L’ingerenza della Chiesa si è fatta legge

Laicità, uguaglianza, pluralismo. I principi della Carta che la legge 40 ignora

Nella nostra Costituzione non c’è un richiamo formale al principio di laicità dello Stato, come in Francia. In Italia esso è dedotto essenzialmente dagli articoli 7 (rapporti tra Stato e chiesa cattolica) e 8 (rapporti tra Stato e altre confessioni religiose). L’assenza di un’espressa indicazione di laicità non ha però indebolito il principio, lo ha invece rafforzato, diventando un principio «fondamentale» dell’intero ordinamento democratico, non circoscrivibile ai rapporti tra Stato e Chiese. Basta scorrere la giurisprudenza costituzionale per convincersi del ruolo centrale che la laicità esercita nel nostro sistema. La Corte costituzionale ha utilizzato in molte sue decisioni questo principio per risolvere questioni legate al fenomeno religioso, ma anche per individuare aspetti e regole fondamentali della nostra convivenza civile. Sono note le vicende collegate al finanziamento pubblico delle scuole, ovvero all’insegnamento della religione, ma non meno significative appaiono anche le meno conosciute questioni che hanno portato la Corte a riscrivere la formula del giuramento per garantire il rispetto del principio di laicità, nonché il carattere pluralistico della nostra democrazia; le altrettanto importanti decisioni che hanno portato a modificare la disciplina riguardante i reati di vilipendio della religione cattolica, per assicurare, oltre alla laicità, anche l’eguaglianza tra i cittadini.

E’ proprio questa necessaria relazione della laicità con altri principi fondamentali del nostro ordinamento (della portata di quelli indicati: pluralismo ed eguaglianza) che ha anche permesso di estendere e rafforzare l’originaria concezione che al principio di laicità veniva assegnato. Se difatti devono ormai ritenersi superate (grazie al collegamento tra laicità e principio d’eguaglianza) le originarie posizioni che giustificavano una maggiore tutela e il perdurare di privilegi del culto cattolico in Italia in ragione della sua maggiore diffusione, si deve anche ritenere ormai (grazie al collegamento tra laicità e principio pluralistico) non più sufficiente la tradizionale visione della laicità intesa come necessaria separazione tra le sfere dello Stato (laico) e della/e Chiesa/e. La laicità coinvolge non più solo il campo religioso, ma contribuisce a dare sostanza al carattere pluralistico dello Stato costituzionale, principi che entrambi impongono di assicurare e favorire l’espressione di tutte le istanze ideologiche, politiche, culturali, religiose. Il fine che deve essere perseguito da uno Stato laico e pluralistico è quello di impedire l’affermarsi di un atteggiamento integralista o prevaricatore, tendente a emarginare illecitamente una parte nel «gioco» democratico.

Legge sotto dettatura

La legge sulla procreazione medicalmente assistita rispetta i principi espressi nella Carta? Rispetta il carattere laico del nostro ordinamento costituzionale?

Una prima obbiezione viene usualmente avanzata: questa legge è stata scritta «sotto dettatura» delle autorità ecclesiastiche, violando quella necessaria separatezza che, secondo tradizione, deve contrassegnare i rapporti tra Stato e Chiesa. E basta pensare alle visibili «pressioni» o agli espliciti atteggiamenti dei soggetti politici manifestati nel corso del dibattito parlamentare, per comprendere le ragioni di questa denuncia. Una diversa obbiezione riguarda il contenuto delle sue disposizioni. Questa legge esprime un’unica visione del mondo, assolutizzando i valori di una parte e sacrificando in modo assoluto e irragionevole ogni altra istanza. Difficile dunque ritenerla ammissibile in uno Stato non solo laico, ma anche fondato sui principi di eguaglianza delle persone e rispettoso del pluralismo.

Questa legge assolutizza una visione del mondo e della vita, che si pone in esplicito contrasto con quello specifico bilanciamento che il nostro sistema costituzionale con fatica, ma anche con chiarezza, ha ormai definito. Può essere utile richiamare la giurisprudenza della Corte costituzionale e la ben nota sentenza n. 27 del 1975, che ha tracciato i confini per la legislazione in materia di procreazione e interruzione della gravidanza. In quella storica decisione la Corte ha definito un equilibrio tra «diritti» diversi. Ha riconosciuto il «diritto alla vita» del concepito, ma ha anche affermato che «non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita, ma anche alla salute, di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare». La legge 40 palesemente non rispetta questo bilanciamento diseguale tra chi non è ancora nato e la persona vivente. Stravolge quest’equilibrio e assolutizza il diritto alla vita del solo embrione, sovraesponendo la sua tutela e sacrificando quella di ogni altro soggetto implicato nella complessa vicenda della procreazione assistita. Una tutela così estrema da sacrificare non solo i diritti della madre, ma anche quelli del nascituro: non protetto in nessun modo nell’ambito della normativa posta in essere dalla legge 40 dalle malattie geneticamente trasmissibili. Per non parlare della irrilevanza dei diritti della coppia sterile, ovvero alla compressione dei diritti dei malati alla messa a punto di terapie efficaci (in base al divieto di ricerche sulle cellule soprannumerarie). Soggetti deboli lasciati privi di ogni tutela o considerazione. Per questi la legge 40 appare irragionevolmente punitiva. Una sola giustificazione è possibile, da un solo punto di vista, quello espresso dal credo della Chiesa Apostolica romana, nella versione ufficiale della Cei.

Può una legge fondamentalista (in senso etimologicamente proprio) avere diritto di cittadinanza nell’ordinamento costituzionale italiano? Questo stesso ordine di considerazioni può essere utile per valutare l’atteggiamento assunto dopo l’approvazione della legge, in piena campagna referendaria, dagli organi ecclesiali.

In realtà non stupisce (e, comunque, non si possono avanzare obiezioni d’ordine costituzionale) il punto di vista professato dalla Chiesa nella sua componente ortodossa: l’estremismo nella difesa della vita del non nato è antica, così come l’ostilità nei confronti delle pratiche ritenute «non naturali» di procreazione (la condanna della Chiesa risale almeno all’enciclica Mater et magistra del 1961). Non può neppure sorprendere la difesa di una legge che può essere ritenuta da altri punti di vista «disumana», oltre che incostituzionale: le professioni di fede non guardano ai profili di costituzionalità, ma riguardano solo le coscienze. Men che mai ci si potrebbe attendere il silenzio della Chiesa in casi delicati e attinenti a questioni morali ed etiche di tale rilievo: la Chiesa, a differenza di altri, non rinuncia facilmente al proprio magistero.

Quel che lascia perplessi e sconcerta è il modo prescelto per intervenire, con l’esplicita indicazione del comportamento elettorale da tenere: astenersi dal voto. Non più dunque la legittima contrarietà all’abrogazione di un atto legislativo dello Stato laico, ma l’indicazione del mezzo (ovvero del «trucco») politico per far fallire una competizione referendaria. La propaganda per l’astensionismo attivo, ai miei occhi, appare una tragica discesa agli inferi della politica, poco consona alla dignità e al ruolo sacrale delle chiese.

Tattica episcopale

Ma vediamo perché in uno Stato laico (a Cesare ciò che è di Cesare) il comportamento scelto dalla Chiesa romana rappresenta una «ingerenza» di qualità diversa rispetto al passato, in conflitto con i principi propri di uno Stato costituzionale qual è il nostro. L’indicazione «politica» del non voto in materia referendaria incide inevitabilmente sui meccanismi e sul ruolo concretamente esercitato da un istituto fondamentale e delicatissimo del nostro sistema costituzionale. E’ infatti evidente che – al di là di ogni altra considerazione sul non voto – l’affermarsi di una prassi (da tempo sollecitata, ma ora con la decisiva collaborazione della Cei) che induce chi vuole conservare l’atto sottoposto al giudizio popolare, anziché a partecipare esprimendo la propria contraria volontà, a non recarsi alle urne, trasforma in via di fatto e radicalmente l’essenza dell’istituto del referendum. Trasfigurando un istituto pensato in Costituzione come un modo per verificare se la volontà espressa in parlamento (o anche dal governo nel caso dei decreti legislativi) rispecchi la volontà degli elettori, in una contesa tra favorevoli e contrari alla legge (o all’atto con forza di legge o sue parti), con un quorum di partecipazione finalizzato a garantire «serietà» e «importanza» del quesito. La «logica astensionista» impone, invece, ai promotori del referendum di farsi carico di tutti gli oneri: la raccolta delle firme, la legittimità e ammissibilità del quesito proposto, essere maggioranza nel voto e garantire essi soli la maggioranza dei partecipanti al voto.

La domanda allora è se può la Chiesa in uno Stato laico operare attivamente per conseguire il risultato di cambiare il ruolo esercitato da un istituto fondamentale e caratterizzante la nostra forma di Stato. Non pongo la questione nei termini di divieto o illegittimità costituzionale, ma ancor prima di «ingerenza» ed equilibrio necessario nei rapporti tra Stato e Chiese. Una Chiesa che sembra piegare la propria attività ecumenica e di proselitismo, riducendola allo studio «tattico» della politica, inducendola a intervenire direttamente sul piano delle scelte degli specifici mezzi (non dei fini) politici mi sembra incrini l’equilibrio necessario nei rapporti con lo Stato, tanto più se così si viene a incidere su istituti costituzionali posti a garanzia dello Stato democratico e di diritto.

* Ordinario Diritto costituzionale,Università «La Sapienza» di Roma