L’infinita catena globale dei minorenni che lavorano

A distanza di quattro anni, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo, nell’acronimo inglese), ha presentato ieri a Roma il rapporto sullo sfruttamento del lavoro minorile nel mondo. Dal 2000 al 2004 il numero dei lavoratori minorenni – nella fascia di età dai 5 ai 17 anni – è sceso dell’11%, passando da 246 a 218 milioni di piccole braccia forzate. Due milioni e mezzo vivono però in paesi industrializzati, ad indicare che il fenomeno non riguarda solo i paesi ritenuti «in via di sviluppo».
Un messaggio di speranza, comunque, per Claudio Lenoci, direttore dell’Ilo in Italia, «uno stimolo a continuare in questa battaglia che pure resta dura e difficile». Alla presentazione sono intervenuti anche Frank Hagemann, coordinatore del Programma internazionale per l’eliminazione de lavoro minorile (Ipec), Cecilia Brighi, responsabile Cisl dei rapporti con le istituzioni internazionali e con i Paesi asiatici, Furio Rosati (che ha presentato una ricerca sulle prospettive per adolescenti e giovani africani, firmato Ilo-Unicef-Banca mondiale), Giovanni Tria del Cies di Tor Vergata e Antonio Bernardini per la cooperazione italiana del Ministero degli affari esteri.
Nel mondo, un minore su sette è costretto a lavorare: 7 su 10 nel settore agricolo, il 22% nel settore dei servizi e il 9% in industrie, miniere e edilizia. Sembra fin troppo ottimista il titolo del rapporto «Porre fine al lavoro minorile oggi è possibile» perché l’Ilo, attraverso il suo Programma internazionale, si pone l’obiettivo ambizioso di eliminare il fenomeno entro dieci anni, almeno per quanto riguarda le sue forme peggiori.
Dall’America latina, Brasile e Messico in pole position, i dati statistici che dovrebbero ritenersi più incoraggianti: in quattro anni il numero dei piccoli lavoratori è sceso di 2/3, ma resta pur sempre un 5% di bambini e adolescenti con un età compresa tra i 5 e i 14 anni ancora sfruttati. Anche l’area Asia-Pacifico registra una riduzione del numero di minori economicamente attivi, sono circa 122 milioni, 5 in meno di quattro anni fa; ma dal momento che è diminuita la popolazione infantile, è una percentuale meno significativa. Il vero buco nero resta l’Africa, la regione del mondo con la più alta incidenza di lavoratori minorenni, oltre 50 milioni, il 26,4%.
C’è poco da essere ottimisti, e a riportarci alla realtà arriva Cecilia Brighi. La sindacalista non mette in discussione i dati del rapporto, ma precisa che una parte della riduzione del lavoro minorile non è attribuibile tanto alla mobilitazione politica o all’impegno dei governi che hanno sottoscritto la convenzione dell’Ilo numero 182 (relativa alla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile), o la numero 138 (sull’età minima di assunzione all’impiego, tra l’altro mai ratificata da ben 36 paesi membri tra cui Stati uniti, Cina e India). Per la Brighi, la diminuzione del numero di lavoratori minorenni va di pari passo con l’aumento della disoccupazione degli adulti a livello mondiale. Né considera automatico che alla crescita economica di un paese corrisponda una diminuzione della disoccupazione.
Brighi prende la Cina come esempio ricordando che, nonostante sia sotto gli occhi di tutti lo sviluppo economico di quel paese, a livello occupazionale la percentuale di occupati è salita solo dell’1% a causa dell’utilizzo di lavoro nero. Sempre in Cina, poi, ci sono circa 200 milioni di bambine e bambini anagraficamente non registrati e di cui non sappiamo nulla, i più esposti allo sfruttamento. Ma sono dei fantasmi che non possono rientrare nei dati statistici.