LINEA DI CONFINE

La morte di Giovanni Gentile seguita ad essere periodicamente rievocata dalla pubblicistica revisionistica nel quadro della campagna tendente a svilire i valori della Resistenza, sia ponendo sullo stesso piano chi si batteva per la libertà e chi militava a fianco delle SS naziste, sia assimilando le azioni patriottiche di quell´epoca all´odierno terrorismo. Se ne deduce un giudizio morale astratto dalla storia, come se i fatti analizzati non andassero ricondotti, anche a livello etico, alla terribile stagione aperta con l´armistizio e segnata, da un lato, dalla crescente resistenza agli invasori tedeschi e ai loro complici delle brigate nere e, dall´altro, dalle spietate rappresaglie tedesche – da Cefalonia alle Fosse Ardeatine, ai mille eccidi in tante parti d´Italia – dalle razzie degli ebrei che condussero ad Auschwitz ben 8000 uomini, donne e bambini, dai bandi sotto minaccia di morte per obbligare i giovani ad arruolarsi con Salò, dalle torture inflitte agli antifascisti. In questo contesto tragico si colloca l´adesione proclamata di Giovanni Gentile al regime di Salò di cui assunse la più alta carica culturale, avallandone i misfatti. In questo contesto si colloca la decisione che maturò nelle fila dei comunisti di Firenze di giustiziare il filosofo, pagando peraltro con la vita – a cominciare dall´esecutore, Bruno Fanciullacci – il loro gesto.
Personalmente ricordo che ascoltai la notizia alla radio mentre ero rifugiato con i miei famigliari in un casolare abruzzese per sfuggire alla cattura e alle camere a gas. Mi dispiacque per il filosofo cui si doveva l´ordinamento scolastico dove mi ero formato. Nel contempo mi sembrò dolorosamente giustificato che un così cattivo maestro rispondesse dell´ultimo tradimento. Detto questo mi appaiono pretestuose le interpretazioni su presunti retroscena dell´evento. La versione più verosimile è quella fornita da una protagonista di assoluta attendibilità, Teresa Mattei, che fu la più giovane parlamentare della Costituente, il cui fratello Gianfranco si era suicidato a via Tasso per non cedere alle torture. Ella ha raccontato recentemente come l´esecuzione venne decisa a Firenze da un piccolo gruppo clandestino cui partecipava il suo futuro marito, Bruno Sanguinetti, ed altri, (Ranuccio Bianchi Bandinelli, Giuseppe Rossi, ecc.). «La decisione di eliminare Gentile presa da noi – narra la Mattei, che lo aveva pedinato nei giorni precedenti l´attentato – non è stata dettata da ansia di vendetta, ben al contrario è stata un atto guidato dalla consapevolezza che con la sua esecuzione si chiudevano definitivamente i conti con il maggior responsabile della cultura fascista. Sicuramente le torture efferate e la morte di mio fratello Gianfranco, dei suoi compagni e di tanti altri, assieme ai proclami contro i renitenti alla leva della Repubblica di Salò di cui Gentile era il celebratore, così come la conseguente fucilazione sotto i nostri occhi di tanti giovani a Campo di Marte a Firenze, come in tante altre piazze d´Italia, ci hanno determinato ad agire esattamente in quel momento». Queste ammissioni lasciano, però, «perplesso» lo storico Francesco Perfetti che in un libro appena uscito, («Assassinio di un filosofo» ed.

Le Lettere), vorrebbe dimostrare che il mandante morale fu personalmente Palmiro Togliatti, desideroso di debellare fisicamente l´attualismo gentiliano per cui l´uccisione del suo vate apparirebbe «funzionale al disegno rivoluzionario ed egemonico del Pci». Gli stravolgimenti del revisionismo toccano i vertici dell´assurdo, anche perché la contesa culturale si giocava allora tra marxismo e idealismo crociano. Ci aveva già pensato, infatti, don Benedetto a liquidare l´attualismo, non solo sul piano filosofico. Scriveva infatti Croce («Taccuini di guerra» ed. Adelphi), proprio dopo la morte dell´ex allievo, ricordando antichi colloqui con lui: «Ciò che allora il mio affetto pel Gentile non mi lasciava vedere era il diretto rapporto che quel filosofare aveva con l´abbassamento della vita morale, con una sorta di ottusità morale… ma mi divenne chiarissimo… nei suoi detti e nei suoi fatti, quando prese a partecipare alla vita politica dell´Italia… per incapacità o pigrizia mentale che lo faceva correre al comodo riposo… scendendo dal quale era lecito e gradevole adeguarsi… alla più disonesta vita politica e morale che abbia bruttato l´Italia e il mondo… Certo, io avrei desiderato che gli fosse risparmiato il triste castigo che gli è stato inflitto… con la morte miseranda di un uomo non si sradicano gli errori filosofici». Un giudizio ben diverso dalla «pagina più nera della resistenza» di cui discetta Perfetti.