L’industria dell’auto ad un crocevia

Con la lotta dei lavoratori dello stabilimento Opel di Bochum, i metalmeccanici sono al centro dei conflitti sociali in Europa. Dopo la vertenza di Melfi lo sciopero dei lavoratori tedeschi mostra come l’industria dell’auto sia un crocevia di scelte strategiche e di conflitti, un punto di passaggio decisivo per gli equilibri sociali ed economici di tutto il continente. Mentre in Italia la crisi della Fiat può portare ad una devastazione industriale e sociale, preannunciata dai licenziamenti di Arese, nel resto d’Europa le cose non vanno molto meglio. In questi mesi in Germania e in Francia si è sviluppata un’offensiva che coinvolge o i lavoratori dell’industria dell’auto, o quelli della componentistica ad essa collegata. Questa offensiva ha come obiettivo la totale flessibilità del lavoro, lo scardinamento dei contratti nazionali, la riduzione complessiva dei diritti per le lavoratrici e i lavoratori. Anche aziende tradizionalmente aperte verso il sindacato, come la Volskwagen, oggi assumono posizioni di chiusura e pretendono flessibilità, tagli dei salari e dei diritti, aumento dell’intensità della prestazione.
L’attacco ai diritti e all’occupazione nelle fabbriche dell’auto europee diventa così il punto attraverso il quale passano tre grandi questioni. La prima, sulla quale spesso ci si interroga, è se tutto questo non sia il frutto di una caduta di valore e significato del prodotto auto in sé. E’ lecito domandarselo, ma la nostra risposta è netta. L’industria dell’auto non è al capolinea, l’auto non è un prodotto maturo. L’industria dell’auto è alla vigilia di una profonda trasformazione. Si annunciano nuovi combustibili, a partire dall’idrogeno. Si prepara un nuovo rapporto tra la mobilità individuale e quella collettiva. Si definiscono nuove tecnologie e nuovi materiali. Diventa centrale l’impatto dell’informatica sia sul prodotto auto sia sulla produzione dell’auto. I cambiamenti sono profondissimi, ma nulla fa pensare che nei prossimi decenni l’auto debba scomparire dal panorama industriale dell’Europa. E’ vero, al contrario, che questa riqualificazione del prodotto apre una fase di selezione brutale tra le imprese e nelle imprese e, per questa ragione scatena drammatici attacchi all’occupazione e ai diritti dei lavoratori.

La seconda questione è allora quella di come il potere politico, quello degli Stati nazionali così come quello comunitario, interviene in questo processo. E qui siamo di fronte a un dato complessivamente negativo. I governi europei possono essere divisi sull’adesione alla guerra americana in Iraq, ma paiono uniti nell’accettare l’importazione del modello di capitalismo e ristrutturazione selvaggia che vige negli Usa. La comunità europea sta promuovendo una campagna per la privatizzazione della Volkswagen, ogni intervento a sostegno dei sistemi industriali corre il rischio di essere sottoposto all’attacco delle varie commissioni che disciplinano il mercato. Complessivamente la cultura e le scelte liberiste in Europa fanno sì che multinazionali come la Opel, possano scatenare impunemente un attacco drammatico all’occupazione non trovando seri ostacoli da parte del governo socialdemocratico tedesco. Insomma la questione dell’attacco ai diritti dei lavoratori non trova una politica capace di affrontarla con programmi, progetti di politica industriale, con adeguati strumenti di programmazione economica.

Infine la lotta dei lavoratori dell’Opel parla ancora una volta a tutto il sindacato in Europa e lo pone di fronte alla necessità di costruire una dimensione continentale della propria iniziativa.

Qui occorre davvero un salto nella cultura e nella qualità dell’iniziativa sindacale. La lotta di Melfi così come quella della Opel reclamano la costruzione di una solidarietà che superi i confini di stato e di impresa e, soprattutto, la disponibilità dell’organizzazione sindacale a rinnovarsi profondamente. La crisi dell’auto in Europa ci rinvia per diverse strade alla stessa questione. Si tratta di individuare un modello di sviluppo, una politica, dei comportamenti concreti delle organizzazioni che rappresentino una alternativa al liberismo che governa il continente, così come i processi di ristrutturazione delle imprese. La lotta di Bochum chiede a tutti la costruzione di un’alternativa alle politiche economiche e sociali che hanno governato il continente negli ultimi venti anni.