L’indulto non è depenalizzazione

Sul provvedimento di indulto emanato dal Parlamento in questi giorni si è aperta – anche a sinistra – un’accesa discussione nella quale alcuni sono intervenuti con superficialità. Come prima cosa diciamo che si tratta di una scelta di civiltà: una misura che interviene sull’inaccettabile situazione carceraria del paese e apre una riflessione sulla natura di classe della giustizia applicata.
Nel merito: l’indulto condona, in tutto o in parte, la pena principale inflitta senza estinguere le pene accessorie (ad esempio, l’interdizione dai pubblici uffici, l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche o delle imprese, l’impossibilità di contrattare con la pubblica amministrazione, eccetera) che costituiscono la sanzione concretamente più afflittiva nel caso di reati commessi dai cosiddetti «colletti bianchi» e non interviene sul diritto al risarcimento nel caso di incidenti o danni «da lavoro». Si tratta di un provvedimento che si limita ad estinguere (in tutto o in parte) l’esecuzione della pena principale e presuppone comunque l’emanazione di una sentenza penale di condanna. In altre parole, l’indulto incide esclusivamente sulla punibilità concreta, senza far venire meno l’accertamento del reato, il processo e la responsabilità penale.
Alla luce di queste considerazioni, e dal momento che «indulto» non si può tradurre in «depenalizzazione» – lo Stato continua a ritenere meritevoli della sanzione penale i reati oggetto del provvedimento di indulto – sono infondate le critiche che partono da questo falso presupposto. Parlare di «depenalizzazione» nel caso di indulto impedisce di affrontare l’esigenza di una seria depenalizzazione. E’ necessario adeguare la parte speciale del codice penale ad una realtà costituzionale, politica e sociale assai diversa da quella del regime fascista: molti reati potrebbero essere ricondotti ad ipotesi di illecito amministrativo o civile. Soltanto attraverso questa via si potrebbero liberare risorse per un più efficace funzionamento della giustizia, condizione imprescindibile per assicurare l’effettiva tutela dei diritti delle parti danneggiate.
In realtà con questo provvedimento si è intervenuti sulla popolazione carceraria (sulla cui composizione di classe non vi sono dubbi), senza che vi sia alcuna effettiva conseguenza per i danneggiati. Come sostengono i legali che seguono la vicenda, «nel caso dell’amianto le accuse di disastro doloso e altri reati più gravi ci mettono al riparo». Per quanto riguarda le vittime di infortuni sul lavoro e i loro familiari o i lavoratori che hanno contratto malattie professionali dolose, l’indulto non incide sulle concrete possibilità di risarcimento in sede penale o civile: in questo caso le difficoltà risiedono nei tempi e nei costi della giustizia.
Le critiche avanzate su questo punto sono fondate, ma il problema era presente ben prima dell’indulto. E’ questo, allora, il nodo centrale da affrontare sul piano legislativo. Va in questo senso la mozione sostenuta dal Prc-Se (e approvata) che impegna il governo a sveltire le procedure per risarcire i lavoratori che hanno subito infortuni o danni sul luogo di lavoro.
In sintesi: l’indulto rappresenta un atto di rottura rispetto all’idea del carcere come soluzione ai problemi sociali, di una giustizia «di classe», che punisce implacabilmente gli emarginati e assolve i privilegiati; non depenalizza (come qualcuno ha sostenuto) imprenditori e manager che hanno causato danni ai lavoratori. Imprenditori e manager d’azienda che non ci risulta siano stati scarcerati, per il semplice motivo che non sono mai stati reclusi: è questo il problema.
Ora è necessaria in tempi rapidi una riforma del codice penale e civile che introduca misure alternative al carcere per i reati minori e garantisca una reale parità dei soggetti di fronte alla legge, così come, in tempi rapidi, è indispensabile abrogare leggi come la Bossi-Fini.
La discussione di questi giorni ha il merito di aprire «a sinistra» una riflessione seria sui temi della giustizia e, soprattutto, su come assicurare un’effettiva tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

* giuslavorista in Milano
** segretario nazionale Prc-Se, economia e lavoro