L’indulto è tornato giustizia non è solo galera

Con 245 voti a favore (più dei necessari) e 56 contrari, anche il Senato approva. L’indulto è fatto, dopo 16 anni, salutato da un temporale estivo. Sarà la benedizione dal cielo di Papa Giovanni Paolo II che quattro anni fa chiese al Parlamento clemenza per i carcerati o l’acqua del “colpo di spugna” denunciato da giorni da Di Pietro e i suoi. Ieri sera fuori da Palazzo Madama gridavano in una ventina: «Speravamo in un’Italia diversa, ma è sempre lo stesso paese». In carcere ovviamente non l’hanno pensata così e alla notizia in diversi istituti vi è stato un vero e proprio boato. Il pezzo di società civile che si batte per i diritti dei detenuti «ringrazia per il coraggio chi non si e’ fatto condizionare da demagoghi o cattivi profeti», con Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone: «Ora finalmente le carceri possono tornare ai confini della legalità e della normalità». Sapendo che ci vorranno interventi straordinari per il reinserimento sociale e una veloci riforme sulla giustizia per non «vanificare gli effetti positivi dell’indulto», come spiega Giovanni Russo Spena, capogruppo al Senato del Prc: «Una riforma del codice penale con il rafforzamento delle misure alternative per i reati minori, l’abrogazione della ex-Cirielli sulla recidiva, della Bossi-Fini sull’immigrazione e della Fini-Giovanardi sulle droghe».
Al Senato è andata con minor travaglio rispetto alla Camera – per una volta – e si può tornare a discutere di principi e valori, di quell’equilibrio tra clemenza e certezza della pena che è il confine dell’indulto e un domani dell’amnistia. Può piacere o meno che escano di prigione persone condannate per reati spesso odiosi anche se hanno scontato gran parte della pena (ad esempio, più di 300 rapinatori a mano armata, secondo i conti dell’ex giudice Gerardo D’Ambrosio), ma dovrebbe essere accolta con soddisfazione la liberazione delle migliaia che sono dentro per pene minori, per cui il carcere è oltremodo un’afflizione. Lo dice ancora una volta Il Vaticano che accoglie con «oltremodo piacere» il provvedimento auspicato da papa Wojtyla e annuncia un documento di Benedetto XVI sui carcerati. Ma fuori dal palazzo il presidio contro la “prima legge vergogna del governo Prodi” continua e fa sponda con i senatori leghisti usciti dal palazzo per mostrare le magliette con scritto “per Abele”. E’ come tornare nel pieno di “mani pulite” dei primi anni ’90, anche se gli applausi dei dipietristi all’ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli, fanno un certo effetto.

Due volti del paese emersi con forza nel dibattito sull’indulto, due concezioni della giustizia che si confrontano anche nell’aula in cui Mario Gozzini per vent’anni ha condotto la sua battaglia perché Minerva non fosse confusa con la galera. A Palazzo Madama, Alleanza Nazionale, Lega e Italia dei Valori mantengono l’opposizione, ma gli interventi sono meno ostruzionistici, meno appassionati i toni. Il passaggio alla Camera ha depotenziato il tutto. Le geometrie comunque rimangono variabili. Il senatore De Gregorio dell’Idv (quello della presidenza della commissione difesa scippata a Menapace) annuncia la propria astensione “per un personale atto di codardia”. Alleanza Nazionale registra almeno quattro voti a favore. Ma anche nel fronte del Si ci sono ribaltoni. Nell’Ulivo l’ex Procuratore capo di Milano D’Ambrosio vota no come Domenico Fisichella e Valerio Zanone (l’ex-segretario del Pli della prima Repubblica). Sono gli unici a venire allo scoperto tra la quindicina di senatori che avevano manifestato nella riunione di gruppo dubbi e paura di tradire le aspettative degli elettori sulla cancellazione prima di tutto delle leggi vergogna ed evitare qualsiasi inciucio “col nemico”. I Comunisti italiani ripetono l’astensione (come Anna Donati dei Verdi) ma Armando Cossutta vota Sì.

Sugli ordini del giorno in mattinata c’era stato un po’ di scontro attorno a diversi “impegni” per il governo, alla fine approvati, come la creazione di un Autorithy per i diritti dei detenuti e l’emanazione di provvedimenti per accelerare l’iter dei risarcimenti del danno per cause di infortuni sul lavoro. Sono richieste anche di Rifondazione (intervenuta con Giuseppe di Lello, Maria Luisa Boccia, Olimpia Vano). Poi sugli emendamenti – qualche centinaio dei 1576 inizialmente presentati dall’Idv – si corre talmente veloci che Roberto Calderoli, Presidente della sessione, ci mette poco più di due ore a esaurire il tutto: «Emendamento n°… commissione contraria, governo contrario, la Camera respinge». Il senatore leghista è bravissimo nello scioglilingua. Con la partita persa, meglio chiudere in tempo per gli ultimi voli verso il Nord.

In aula il ministro Clemente Mastella interviene togliendosi alcuni sassolini dalle scarpe: «E’ insopportabile l’ostentata superiorità morale di chi vota contro, se quest’aula avesse ascoltato queste pulsioni in Italia avremmo la pena di morte». Con la stampa risponde anche a Beppe Grillo e ai girotondi: «Non sto qui per fottere Berlusconi, ma per governare». Di Pietro non s’è visto – era a Milano – e Mastella un po’ lo sfotte: «Dove? In Procura?». Avrà da rimboccarsi le maniche perché dopo il tempo della clemenza è arivato quello delle riforme.