L’indignazione pacifista di Alex Zanotelli

«Mi vergogno…». Padre Zanotelli sbotta così all’idea che una parte delle opposizioni possa non votare per il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq. Non si fa in tempo a chiedergli che cosa pensa che è un fiume in piena di indignazione pacifista. «Mi vergogno – spiega – perché nel momento stesso in cui anche gli Usa hanno capito che è meglio lasciare il paese, facendo parlare Rumsfeld in quel modo, c’è chi in Italia ancora tentenna e pensa di spostare in là il ritorno a casa delle truppe occupanti. I parlamentari che presentano e votano la mozione non sono soli, con loro ci sono i tre milioni di persone che sono scese in piazza per dire no alla guerra. Il 70% dei cittadini italiani è contrario a restare in Iraq. Mi meraviglio che ci siano divisioni tra le opposizioni. Spero che uniti votino la mozione per il ritiro immediato. Non significa che vogliamo lasciare soli gli iracheni. Ci sono paesi arabi, come la Giordania, che potrebbero dare un contributo importantissimo».
La spinta umana del padre comboniano parte da un’idea diversa della politica, dove non ci sono vertici che decidono per tutti. Soprattutto quando si tratta di una questione così delicata. «E’ ora di finirla – continua a proposito del voto sulla mozione del ritiro -. La società civile si deve organizzare: d’ora in poi i partiti dovranno venire a contrattare con noi le loro scelte». La sciarpa con i colori della pace attorcigliata con disinvoltura attorno al collo è apparentemente l’unico segno di distinzione di Zanotelli. Ma a ben guardarlo, alle prese prima con gli studenti del liceo scientifico romano Morgagni e subito dopo con le Reti di Pace, un’associazione di associazioni del quartiere Monteverde, il padre comboniano porta con sé molti segni di un discorso, politico e etico, diverso.

Il no alla guerra viene inserito dentro un discorso più ampio, di critica al sistema per una giustizia sociale che l’uomo e il credente Zanotelli non smette di cercare. Davanti a lui una platea attenta di uomini e donne impegnati nel commercio equo e solidale, nel consumo critico, in progetti di finanza etica. «La situazione mondiale – incalza – è di una estrema gravità. Non credo che sia finita, ma siamo veramente davanti ad una situazione difficilissima. Non era mai successo prima nella storia dell’umanità che l’uomo si sentisse minacciato in quanto tale». L’attenzione della platea è altissima. Zanotelli parla al cuore delle persone, ma senza risparmiare loro neanche una brutta notizia, un dato. Ricorda che il mondo è una polveriera che da un momento all’altro potrebbe saltare in aria. «Era quasi buffo vedere i soldati statunitensi che in Iraq cercavano l’uranio, quando loro per primi ne erano pieni». La parola d’ordine è allora disarmo. Davanti agli studenti che incontra nel pomeriggio accusa i potenti del mondo, il sistema economico-finanziario per come «ha reso miserabili» milioni e milioni di persone. «Tre miliardi vivono con meno di due euro al giorno, meno di una vacca europea, giapponese o statunitense».

Sotto accusa il capitalismo impazzito, che riserva – solo stando ai dati viziati e per difetto della Banca mondiale – l’83% delle risorse al 20% di privilegiati e solo ciò che resta alla maggior parte della popolazione mondiale. Zanotelli non si arrende. Chiede a chi lo ascolta di cambiare il sistema, di vedere che cosa si può fare insieme.

Il movimento va avanti. Anche in piccole esperienze territoriali come questa. Gli studenti del liceo Morgagni stanno lavorando per organizzare in diverse scuole di Roma il boicottaggio dei prodotti Nestlè. L’associazione Reti di pace nasce a Monteverde subito dopo la fiaccolata organizzata nel febbraio 2003, alla vigilia dell’occupazione dell’Iraq. «Il no alla guerra è diventato – spiega il portavoce Paolo Masini – la volontà di andare avanti anche nel quartiere con un impegno concreto che parta da noi, dal cambiamento delle nostre abitudini». Il padre comboniano rilancia proponendo la rete come un modello possibile per tutti i quartieri di Roma. Per lui è questa voce che il Parlamento deve ascoltare. A partire dalla richiesta del ritiro delle truppe. Subito, non tra tre mesi.