L’India svolta a sinistra, primi problemi per Singh

Stella rossa sul Bengala. E anche sul Kerala. E poi stella rosa in Tamil Nadu. I nomi sono quelli degli stati della federazione indiana nei quali i comunisti hanno vinto le elezioni locali, da soli nei primi due casi, in coalizione con il partito del Congresso del premier Mamohan Singh, nel terzo. Si è votato in sei Stati su 35 – l’India è una federazione di 28 Stati e 7 Unità territoriali – per un totale di 130 milioni di aventi diritto, tanti quanti gli elettori registrati in Russia, ma pochi per la più grande democrazia del mondo che conta più di un miliardo di abitanti. Il test era comunque importante e il segnale è di quelli politicamente interessanti per i destini del Paese (e non solo), il cui asse si sposta a sinistra. I risultati non comportano clamorose novità, soprattutto per il Bengala occidentale che è rosso dal 1977, o per meglio dire è la zona del mondo dove un governo comunista eletto governa da più anni. Il successo è quello negli altri due Stati, in Kerala, dove la sinistra era stata battuta nella tornata elettorale del 2001 e in Tamil Nadu, dove la coalizione di centrosinistra è nuova al governo e sostituisce l’Aiadmk, partito guidato da Jayalalitha, una ex star di Bollywood diventata politica.
Negli stati dove hanno vinto, ma anche in quelli dove non è andata così bene, i comunisti sono scesi in strada a festeggiare. I risultati sono buoni ovunque e la cosa deve suonare come un campanello d’allarme per il Congresso (che ottiene un successo nel solo e piccolo Pondicherry). Nel Kerala il Pc ha scalzato il partito di maggioranza, e sebbene nel Parlamento centrale il premier Mamohan Singh possa contare sul sostegno delle sinistre, la sua leadership è di fatto un po’ appannata.

La doppia vittoria comunista viene in realtà da atteggiamenti e ruoli diversi. In Bengala l’economia sta conoscendo un clamoroso boom, non ci sono problemi di rivolte e gruppi armati come succede altrove dove la guerriglia indipendentista, naxalita e maoista crea tensioni e violenze (Kashmir, Orissa, Andra Pradesh, Bihar, Maharashtra e altrove) e il governo di Calcutta (la capitale) ha saputo guadagnarsi la stima della comunità degli affari senza perdere la sua base popolare. I giornali locali parlano inoltre di una clamorosa capacità di mobilitazione e presenza capillare nei villaggi e nelle remote località rurali per convincere la gente a votare comunista. Il tutto ha funzionato: la vittoria è più ampia che nelle scorse elezioni ma non inattesa. Come ha spiegato il gongolante leader del Pc del Bengala, Biman Bose, «Avevamo la fiducia del popolo e sapevamo che avremmo vinto con un ampio margine».

Diverso è il discorso del Kerala, dove stando all’opposizione (ma solo dal 2001), i comunisti hanno lavorato con i movimenti sociali locali (che animano molti degli stati indiani e hanno voce anche a Nuova Delhi), sapendo intercettare le domande poste da questi settori della società civile e facendo un’opposizione costruttiva al partito del premier che governava.

Ulteriore problema per Singh è il buon successo personale di Sonia Gandhi, che oltre a essere la figura politica più popolare dell’India rappresenta anche l’ala sociale e dialogante con la sinistra del partito del Congresso e dopo essersi dimessa da deputato per polemiche su un suo accumulo eccessivo di cariche, è tornata a furor di popolo in Parlamento nelle elezioni supplettive nel suo collegio. Nonostante la giornata elettorale fosse torrida e la partecipazione al voto bassa, la vedova di Rajiv Gandhi ha sopravanzato il suo rivale di 400mila voti (a conteggio non ancora finito). La trasparenza delle scelte, la non partecipazione al governo, le dimissioni non appena sono montate le polemiche sui diversi incarichi hanno pagato. E già ieri 24 deputati del suo partito hanno chiesto che la Gandhi prendesse la testa del governo.

La reazione degli osservatori internazionali è naturalmente preoccupata: sia i comunisti che la Gandhi non sono fautori della liberalizzazione dei mercati e dell’apertura indiscriminata agli investimenti stranieri. Il moderato Singh è più propenso a tenere una linea di quelle che piace agli investitori stranieri. Cosa succederà adesso? Il governo resta solido, ma è possibile che il potere di veto dei partiti comunisti sia più forte e che l’apertura ai mercati (che pure c’è ed è parte importante della crescita indiana) subisca una battuta d’arresto. E’ un pericolo per l’India questo? Non per la società indiana, ma nemmeno per la sua società politica, che poggia su una democrazia matura e su una crescita tale che nessuno può pensare di colpirla senza causare disastri economici su scala mondiale.