L’incubo si chiama «terrorismo atomico»

Così potrebbe colpire Al Qaeda. Gli 007: «Non si esclude che l’ordigno sia già in Italia».

Non è più un tabù. La nostra intelligence, in un rapporto riservato sfornato nelle settimane scorse, frutto anche di collaborazione con 007 alleati, ha disegnato profili operativi in caso di attacco di Al Qaeda, o di organizzazioni terroriste jihadiste sul nostro territorio. E prende in considerazione anche lo scenario più terribile e catastrofico: l’attacco nucleare. «Si può ipotizzare – scrivono gli 007 – che l’ordigno nucleare sia già presente in Italia, non potendosi escludere che sia avvenuta la collocazione per esempio di bombe da 10 chilotoni – del tipo di quelle asportate dagli arsenali nucleari dell’Urss o di “valigette” – da parte di una rete coperta operante fino al 1990 in tutti i Paesi Nato».

I nostri 007, forti delle sottovalutazioni americane sulle informazioni raccolte alla vigilia dell’11 settembre, pongono l’accento sull’ipotesi operativa più catastrofica, che ipotesi rimane in assenza di informazioni operative concrete: ”Finora – spiega il rapporto – Al Qaeda non ha mai operato un attacco nucleare sul suolo “crociato” ma l’importanza politica dell’Italia nei rapporti bilaterali con gli Usa, il suo ruolo geopolitico di potenza mediterranea, la lunga tradizione di buoni rapporti economici e politici con molti Paesi arabi “moderati”, potrebbe far decidere il vertice della jihad globale per un’ azione terroristica nucleare sul nostro territorio, che marcherebbe una fase nuova della strategia globale del terrore come l’11 Settembre di New York e gli attentati di Madrid».

BOMBA ATOMICA

Un ordigno nucleare esplode “in un luogo fortemente popolato, sia di interesse economico che in una zona di grande traffico urbano”: «Il sistema d’arma portatile nucleare – viene ipotizzato nel rapporto – è attivato nelle vicinanze di una grande città italiana, portato in un luogo centrale, stazione di metropolitana o centro finanziario, borsistico o degli affari, e fatto detonare da una breve distanza. La maggior parte dei palazzi entro i 1000 metri dall’ordigno attivato sono severamente danneggiati. I danni derivanti dal materiale nucleare lanciato dall’esplosione sono rilevanti e spesso letali in un raggio di sei chilometri. I danni da impulso elettromagnetico collaterale colpiscono la rete e tutti gli apparati elettronici e telefonici entro cinque chilometri. Una nube a fungo si alza dal luogo dell’esplosione e inizia a viaggiare nella bassa atmosfera nella direzione prevista, per una grande città italiana, verso Est o Nord-Est».

Il rapporto non si sbilancia sul numero dei morti e dei feriti, «che può variare grandemente». Ipotizza «danni alle infrastrutture» nel raggio di due chilometri e mezzo dall’epicentro dell’esplosione, ed evacuazioni di massa, nell’ordine di mezzo milione circa di persone se la bomba è esplosa «in un centro urbano o degli affari». Il day after si presenta con un’area contaminata di «circa sette chilometri quadrati» e un impatto economico pari a «circa 250 milioni di euro». Il tempo di reintegro delle strutture e delle funzioni viene valutato nell’ordine di quattro anni.

«Se la detonazione avvenisse in una città come Milano o Trieste – ipotizzano gli 007 – vi sarebbe la chiusura dei confini e la necessaria collaborazione tra i governi italiano e svizzero o sloveno e probabilmente croato, per il fall out nella direzione del mare aperto. In una città marittima, comunque, parte del fall out nucleare cadrebbe in acqua, diminuendo quindi il numero delle persone morte per irraggiamento o gravemente contaminate. Ponti, tunnel, sottopassaggi, reti viarie antiche e ristrette (come è il caso del centro di Roma e di quello milanese) possono rallentare la velocità dell’evacuazione, aumentando la dose di irraggiamento delle vittime. Vittime della contaminazione potrebbero arrivare ad essere «varie decine di migliaia».

IL SARIN

Dovrebbe essere il Sarin, l’agente chimico nervino che potrebbero utilizzare le reti jihadiste: «E’ l’agente più tossico in percentuale, e quello che agisce più rapidamente. E’ privo di colore, odore e sapore, è reso disponibile quale liquido ma può essere facilmente vaporizzato. In questo scenario, il gruppo terrorista costruisce e mette in postazione sei spray e rilascia dei vapori di Sarin in due-tre grandi centri burocratici o comunque in un’area metropolitana densamente abitata. Il gas uccide il 95% delle persone presenti nelle costruzioni o nei centri di aggregazione urbana, e uccide o mette seriamente in crisi la salute di molti dei primi soccorritori. In aggiunta a ciò, una parte del Sarin viene diffuso nell’atmosfera dai ventilatori di uscita. Se assumiamo che ogni costruzione o nucleo metropolitano abbia circa 1.500 ospiti e che la densità di popolazione delle aree vicine sia di 1.500 persone per chilometro quadrato (nelle ore di lavoro, naturalmente), come di solito appare essere la media nelle aree metropolitane dei centri urbani più affollati in Italia, allora abbiamo una sequenza di fenomeni come quella che segue: 5.000 vittime, il 95% dei frequentatori dei fabbricati o dei centri metropolitani, con 300 sopravvissuti con danni gravi».

Contaminazione diffusa, un impatto economico pari a circa 350 milioni di euro, tre-quattro mesi per ritornare allo «status quo ante». Secondo i nostri 007, un attacco al Sarin «richiede circa sei mesi per essere pianificato»: «L’attacco propriamente detto dura 10 minuti. Al fine di rendere ottimali gli effetti dell’attacco, i terroristi devono essere informati su alcune variabili meteorologiche fondamentali: velocità dei venti a terra, temperatura media nella stagione, umidità, tasso delle precipitazioni piovose, tutte notizie che sono essenziali per la riuscita dell’attentato e che comunque sono facilmente reperibili sul web».

IL FAI DA TE

Agenti terroristi usano materiali esplosivi improvvisati per operare attacchi all’interno di un’area aperta urbana, sia utilizzando terroristi suicidi sia lasciando oggetti esplosivi in mezzi urbani o in aree a massima densità di popolazione, all’aperto come al chiuso. «Può quindi essere sia un attacco “a sciame” che una singola operazione che coinvolge un numero di terroristi, sia suicidi che non». Naturalmente, in attacchi di questo tipo il numero delle vittime è indefinibile: «Possono variare da un minimo di sette a un massimo di cento, se l’attacco è sferrato in un luogo a massima densità urbana, autobus o in punti di svincolo metropolitani nella fascia oraria di maggiore frequenza».

E’ lo scenario Londra quello a cui guarda la nostra intelligence: «L’azione si svolge circa un’ora dopo che i terroristi hanno innescato le loro cariche, siano esse mobili (zainetti da loro portati) siano fisse (materiali esplosivi di difficile riconoscimento lasciati incustoditi in aree ad alta intensità di passaggio). La detonazione dell’esplosivo, come sempre accade per ordigni del genere, avviene circa 10 minuti dopo l’accensione della carica». La perfetta sincronizzazione degli eventi dell’attacco terroristico, in questo caso, malgrado le