L’inciucio di Damiano

Diritti o elemosina? I cocoprò sembrano destinati a restare gli eterni lavoratori di «serie B», così vuole il governo dell’Unione. Il sostenitore più convinto di questa linea è il ministro del lavoro Cesare Damiano, messo in imbarazzo dai suoi stessi ispettori, che hanno riconosciuto pieni diritti da subordinati a tutti i lavoratori a progetto del call center Atesia, mentre il ministro diessino, fautore della «flessibilità buona», ritiene possibile individuare dei lavoratori «autonomi» nelle moderne «catene di montaggio» del telefono. Sarebbe grossolano ritenere che l’organizzazione del lavoro non sia cambiata dalla fabbrica fordista a quella di oggi – almeno nei servizi – dove forse, davvero come afferma il ministro nella circolare del 14 giugno, chi ha in mano una lista di nomi da chiamare e dei turni «autogestiti» (fasce orarie in cui può presentarsi al lavoro o meno), ovvero l’outbound, si può sentire più libero del collega inbound, che in quel medesimo call center è obbligato a seguire il flusso delle chiamate in arrivo, passivamente.
Certo, forse nei «tempi» e nella gerarchia è davvero più libero. Ma che dire del compenso, del risultato e dell’organizzazione del lavoro? Che dire dei profitti che l’impresa genera in base alle commesse assegnate e al lavoro svolto? Chi decide l’equilibrio tra quanto va in tasca alla società – l’Atesia, in questo caso – e quanto al lavoratore? Tocca ricordare al ministro del lavoro, e a tutto il governo dell’Unione, che il compenso di questi lavoratori è stabilito «a cottimo» dall’impresa – cioè secondo i risultati raggiunti, le telefonate fatte o andate a buon fine – che esso non viene in alcun modo agganciato al contratto nazionale, e che oltretutto questi lavoratori sono privi della preziosa tutela dell’articolo 18, unico mezzo valido per ristabilire una qualche forma di «parità» rispetto all’impresa. Non sono indipendenti «socio-economicamente», come spiega il giurista Alleva (intervista a fianco), e per loro non sembra valere l’articolo 36 della Costituzione italiana (ciascun lavoratore ha diritto a un compenso adeguato e dignitoso).
Dove sta dunque l’«autonomia», se i mezzi per lavorare e la lista dei clienti da contattare sono forniti dall’azienda, se lo stesso compenso, insieme ai criteri per valutare i risultati – di fatto – sono stabiliti unilateralmente dall’azienda? L’«autonomia» di un cocoprò del call center ricorda l’«autonomia» tanto in voga nel commercio, per le commesse di catene come «Calzedonia»: sono inquadrate come «associate in partecipazione», formalmente autonome, ma in realtà la loro «partecipazione al profitto» non si riduce ad altro che a un compenso mese per mese uguale, elargito dall’impresa, dunque un salario. Con lo svantaggio di avere minori contributi e di poter essere «licenziate» (tecnicamente, si «scioglie l’associazione») quando l’impresa non va più bene.
Ma cosa prevede per i cocoprò l’attuale governo? Si dovranno accontentare di un innalzamento dell’aliquota contributiva, che comunque resterà molto più bassa di quella dei dipendenti, permettendo ai datori di lavoro – essendo il compenso libero – di rifarsi abbassando la retribuzione. L’anno scorso, uno studio del Nidil Cgil ha mostrato che ogni qualvolta un governo abbia innalzato l’aliquota contributiva del lavoro parasubordinato, di pari passo e proporzionalmente è sceso il livello dei compensi di cococò e cocoprò.
La cosa peggiore è che la «circolare Damiano» viene offerta oggi come modello su cui concertare le prossime «modifiche» della legge 30: dunque, quei criteri di «autonomia» dei cocoprò dei call center potrebbero valere presto per tutti i cocoprò d’Italia. Sancendo – con il sigillo dell’Unione – la differenza tra lavoratori di serie A e di serie B.
Il rapporto degli ispettori, pertanto, diventa uno scomodo ostacolo. Damiano ha annunciato che lo «studierà», ma che centrale resta la sua circolare: e anzi, al meeting ciellino di Rimini, dove era presente insieme all’ex ministro Maroni, ha chiesto «una mano». Il leghista ha subito raccolto la palla, come altri nel centrodestra, che insieme ai sindacati più «dialoganti» si sono offerti per sostenere la linea Damiano, a detrimento del rapporto ispettivo. Chi con toni da «talebano» dell’impresa, come il radicale Capezzone, che ha parlato di «ispettorato ideologico». Altri, come Tiziano Treu (Margherita), con toni più civili, hanno riconosciuto che gli ispettori «smentiscono il ministro». I sindacati sono «trasversali»: l’Ugl plaude agli ispettori, la Uil chiede di ristabilire la centralità della circolare Damiano. E’ pronto l’«inciucio» sul lavoro?